Recensione di “L’equilibrio imperfetto” di Lucia Sallustio

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Il romanzo L’equilibrio imperfetto si apre con una donna che guarda indietro al suo passato. La malinconia, o la saudade come dice lei, la coglie ripensando all’uomo che se ne è andato, ma già dalle prime pagine capiamo che il focus non è propriamente sull’amore o per lo meno non solo. Piuttosto sul bivio che la vita pone davanti a noi donne quando ci rendiamo conto che è arrivato il momento di scegliere tra la professione, la carriera, e l’amore di un uomo che ci vuole secondo un’immagine che si è costruita di noi, secondo ciò che consente a lui di realizzare senza rinunce la sua duplice aspettativa di famiglia e di successo professionale.

Rossella Oddi, italiana, è una interprete che studia in una scuola internazionale a Ginevra che insegue, insieme alla professione, l’indipendenza, l’affrancamento da una famiglia un po’ oppressiva e tradizionalista- della quale però spesso avverte la mancanza.

“Ora non si sarebbe più creata legami, voleva essere libera, voleva godersi i vantaggi della sua professione. Primo fra tutti quello di viaggiare e conoscere il mondo. Era giovane e attrezzata per viaggiare, una sorta di riscatto per una donna del Sud come lei. Niente padri padroni, niente mariti intolleranti, niente figli che ti succhiano il tempo perfino per i tuoi spazi più intimi e ti riducono presto come l’ombra di ciò che avresti voluto essere. Poi, un giorno che hai un po’ più di tempo per te, ti guardi allo specchio e ti ritrovi accanto l’ombra di una figura cresciuta di molte taglie nella quale non riesci nemmeno a identificarti.”

La voce di Rossella parla di ciò che ha visto avvenire nella vita di altre donne, più mature di lei, nel suo profondo paesino del Sud in cui:

“ognuno ha la sua destina. «Nonna, si dice destino. Ẻ maschio» la correggeva ridendo. «E chi lo dice che è maschio. La mala gente è tutta femmina. Così la destina, perché mica è sempre buona, anzi.[…]» Capiva perché i vecchi usassero il femminile, perché, si sa, nell’immaginario popolare, dichiaratamente misogino, anche quando a parlare erano le donne, il male era femmina, come la morte, la disgrazia, la solitudine, l’amarezza, la colpa, la fatalità, la sfortuna e, per analogia, anche la destina.”

O forse la voce dell’autrice vuole semplicemente suggerire a Rossella di non sprecare le occasioni che la vita offre, almeno in questa prima parte del romanzo.
Il suo confrontarsi con le altre figure femminili della storia – la cara amica Ilde e la tutor sul lavoro Carmen- non è però mai un’autentica condivisione di esperienze, risultando in questo senso piuttosto impermeabile e a tratti diffidente. Perché una cosa è ben chiara dall’inizio: che, al di là dei proclami d’indipendenza, Rossella non sa immaginare la sua vita senza un vero amore.

E poi? E poi infatti, c’è l’amore per Max. Quella passione che niente di razionale può frenare. Quel tenerla legata a lui con un’offerta di lavoro da parte di suo padre. L’antipatia iniziale che si trasforma in attrazione, come da prevedibile copione che però è cosa che ognuna di noi ha provato almeno una volta nella vita.
Quando due personalità brillanti, calienti –Max Deséado, il protagonista spagnolo, è un brillante scrittore e regista di cortometraggi – si incontrano, la scintilla della passione si nutre anche della cultura e della passione per i viaggi. Madrid, la città di Max , dove Rossella lavora, di cui lei impara a respirare l’anima. E Toledo e i ristoranti giapponesi, e il loro rimbalzare per il mondo, fino ad approdare al loro tatami, magico giaciglio d’amore.

“Entrambi volevano dell’amore la libertà e non il vincolo. Almeno questo era il patto iniziale.”

Ma poi l’amore significa anche voler legarsi, scegliere di prendere casa insieme. Per Rossella, quasi subito, però, significa dover star dietro a un uomo assorbente, che vuole lei, il suo tempo, i suoi respiri. Il lavoro al quale aveva sacrificato anni, divertimenti, spensieratezza, sul quale si era tuffata con passione e senso di responsabilità, diventa di colpo un ostacolo tra loro, qualcosa a cui le viene chiesto se non di rinunciare, di rimodulare in funzione e in dipendenza del loro rapporto, della loro convivenza. Fino al punto di rottura.

“Non riusciva più a tenere il passo con la sua volubilità lunatica e meteoropatica. Voleva gridargli in faccia, appena ritornava, che anche lei aveva la sua vita e che non perché si amavano e stavano insieme avrebbe cancellato i suoi spazi, il privato, le ambizioni. Glielo avrebbe detto senza mezze misure, senza finire con l’intenerirsi e scusarlo, grata del suo amore. Questa volta era indispettita anche con se stessa, con il retaggio che si portava dietro, per educazione, della donna che sa capire, che perdona, che annoda legami instancabile, disposta perfino ad annullarsi negli altri.”

Il romanzo trova così una sua cadenza altalenante, un suo equilibrio imperfetto nella figura di Rossella che lotta contro e si arrende a questo amore, che cerca di dimenticarlo seguendo un altro fuggevole amore in un ennesimo viaggio- costante della sua vita, il viaggio– per poi ritornare prepotentemente, una volta chiariti tutti gli equivoci che il destino ha messo sulla loro strada, a desiderare di vivere così la sua vita, forse perennemente in bilico, in una opera continua di mediazione tra le proprie aspettative e quelle di Max. Perché in fondo:

“La vita a due è un difficile gioco per rimanere in perfetto equilibrio, ma pur sempre im-perfetto.”

Con una prosa elegante, intima, l’autrice scandaglia le profondità dell’animo femminile, si fa portatrice di un messaggio di parità tra i generi non urlato in termini di rivendicazione, ma suggerito e auspicato come paradigma di armonia. Volteggia poi con leggerezza su paesaggi stupendi, luoghi che deve aver senz’altro visitato di persona per farcene respirare così bene l’anima.
Un linguaggio poetico a tratti, una poesia che si rinviene anche nello stupore con cui Rossella guarda il mondo, nella sua sostanziale fiducia nella indispensabilità dell’amore.

Autrice Dirce Scarpello

La maschera

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Aveva sempre avuto paura di andare al circo. Da bambina, mentre tutti  si divertivano con i clown, lei piangeva perché i suoi occhi li riconoscevano come qualcosa di mostruoso, qualcosa che inquietasse invece di divertire.

ITQuel sorriso falso e rosso. Quegli occhi sinistri. Quei capelli che sembravano fili elettrici pronti a fulminarti senza pietà. Era diventato il mostro nero dei suoi incubi, quello che la violentava in una stanza bianca e nera di un manicomio. Quello che le chiedeva l’elemosina e poi finiva per mangiarle la sua mano facendo cadere i soldi nella saracinesca. Quello che gli apriva la porta di fronte a un bivio di domande e poi la intrappolava nelle domande stesse che urlavano nella sua testa. Quello che gli chiedeva il pane e poi le strappava il cuore e lo divorava.

E ancora oggi, a ventiquattro anni suonati e portati con animo pesante e volto leggero, Zelda non riusciva a scrollarsi quell’ inquietudine che si portava sulle spalle da ragazzina.

Il clown era un appuntamento fisso della notte, come se si fosse invaghito di lei e la possedesse nei sogni tramite la sua mente. Era quasi l’unica costante della sua vita la presenza di quel mostro che padroneggiava nei suoi incubi peggiori. Forse l’unica. L’ultimo sogno recente era che lei si trovava in un parco giochi e il clown era la giostra principale. Lei provava a scappare da lui ma lui la rincorreva senza riuscire a raggiungerla. La strada giunse al termine.

Chiuse gli occhi e senza pensarci si tuffò nell’aria. Si svegliò di colpo e bevve quasi metà bottiglietta d’acqua. Era sudata e sentiva caldo, anche se era pieno inverno e la neve era incessante. Aprì la finestra e respirò l’aria gelida per pochi secondi .

incubi-lettoSi rimise a letto, ma il sonno era svanito. Si rialzò e andò in cucina con occhi lucidi e la bocca impasta di dentifricio e quello strano sapore che solo di notte abbiamo. Mise un pentolino colmo d’acqua sul fuoco e prese una tisana alla valeriana. Nell’attesa si fumò una sigaretta alla menta, e scoppiò in lacrime. Era stufa di quella figura. Era stufa di sognare sempre lui anche se in sogni diversi. Doveva far qualcosa. Versò l’acqua calda e la miscela sprigionò un profumo rassicurante, buono, come quello di una mamma. Forse avrebbe dovuto contattare una specialista, come le ripeteva Sara la sua collega e amica da una vita. Sì. L’avrebbe fatto.

Il giorno dopo era in sala d’attesa, e dopo un po’ venne il suo turno. Entrò e si accomodò dove la donna le indicò.
«Avanti, Zelda. Deve sentirsi libera di dire quello che vuole. Io non uso procedure, lascio al paziente di condurre la seduta» la sua voce accarezzò l’udito di Zelda e la rassicurò come il profumo della sua tisana. Sembrava quasi di sentirlo lo stesso profumo in quella stanza straniera con pochi mobili. Il lettino era comodo e soffice come lo sguardo della dottoressa che stava seduta, con gambe accavallate e un taccuino dove appuntare quello che avrebbe ascoltato. Era lì per lei. Aveva pagato qualcuno a cui affidare i suoi incubi come si paga una prostituta per soddisfare le perversioni più spregevoli. Iniziò a raccontare dall’inizio, compreso anche la sua immediata paura del clown da piccola. Non si soffermò solo sui dettagli, ma ci scovò dentro consumando le unghie e i polpastrelli. Andò fin dentro la radice dei dettagli. E da sole le risposte come peschi morti salivarono a galla, come vermi spuntarono da un frutto che sembra perfetto. I ricordi diventarono sempre più nitidi e il clown non aveva più la maschera. Il volto dietro la maschera era quello di Zelda. Si alzò di scatto e chiede un bicchier d’acqua. La dottoressa glielo diede e la invito a sedersi e se voleva a sdraiarsi di nuovo.
scrittura-psicologo-nel-suo-taccuino_1098-1841«Non è così terribile. Spesso il nostro io interiore, anzi sempre, si serve dei sogni e assume le sembianze di ciò che da piccola ci terrorizzava per avere la nostra attenzione. Si starò chiedendo perché non assume un bell’aspetto? Beh, la risposta è che un bel sogno non la metterebbe in allerta e se il suo io interiore sa che per comunicarle qualcosa che non va deve assumere lo stesso aspetto di ciò che la spaventa più di tutto. Negli incubi spesso siamo noi il carnefice di noi stessi e se questo avviene è perché nel reale stiamo reprimendo qualcosa. Sei sicura di vivere davvero a pieno?» le domandò con strana dolcezza. Per Zelda gli strizzacervelli erano senza sangue.
«Non me lo sono mai chiesto. La mattina mi alzo e vado a lavoro. Sono una grafica. Dopo il lavoro vado in palestra e poi torno a casa. Nel fine settimana esco con amici. La domenica vado a pranzo dai miei e porto i cioccolatini ai miei nipoti».
«Oltre a questo, c’è qualcosa che non riesce a vivere?».
Zelda non seppe rispondere, e scappò via dallo studio.

Lasciò la somma esatta alla segretaria e non ritirò neppure la ricevuta. Non era pronta a scoprire altro. Era già troppo sapere il vero volto del clown. Ogni scoperta, ogni risposta avrebbe avuto il suo giorno. Per il momento bastava così.

AUTRICE  Maria Carpasso 

CIAO, HAI VOGLIA?

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Nickname: Ciao, hai voglia?

Una domanda all’ordine del giorno in una chat erotica, un input per colpire i sensi, già preda dell’eccitazione.

LA GIUNGLA DELLA CHAT EROTICA

sesso-skype-711408Quando decidi di entrare in una chat, i motivi possono essere diversi, ma il sesso è la causa scatenante. Ho conosciuto varie tipologie di persone là, e sottolineo persone, perché in mezzo a ninfomani, maleducati e reclutatori di candidati per il sesso a tre, ci sono anche individui come me. Uomini e donne insoddisfatti del proprio partner; amanti della trasgressione, nonostante abbiano una vita sessuale appagante; ragazzini e ragazzine che si nascondono dietro Fake per gioco; dominatori in cerca di schiave; persone che cercano incontri reali e, anche, individui bisognosi di conforto, costretti a subire i dubbi gusti del partner. Con alcuni, possono persino nascere sincere amicizie, altri finiscono addirittura per sposarsi ma, per la maggior parte, sono rapporti falsi ed estremamente pericolosi per chi, come me, ci finisce in mezzo e usa la sincerità.

 IL SESSO VIRTUALE MEGLIO DEL REALE

Ti ritrovi, così, una sera davanti al PC, bisognosa di evasione e di conforto, e provi il sesso virtuale. Ti masturbi difronte a un monitor, ed è estremamente eccitante: l’idea che un altro uomo goda per merito tuo è adrenalinico. E, da lì, diventa ossessione; ti colleghi di mattina, di pomeriggio, di notte. Arrivi a preferire il web al sesso reale. Da qui il salto è breve. Inizi a conoscere uomini, tanti uomini, e li fai godere; i rapporti diventano confidenziali al punto da passare a piattaforme come Kik e Skype, per sentirsi con più frequenza e in maniera privata, fino a scambiare il numero di cellulare con tutti i rischi del caso. Foto nude circolano su WhatsApp, messaggi piccanti, rapporti virtuali che si confondono col reale e ti allontanano dalla famiglia.

 BISOGNA DIRE BASTA!

 landscape-1488475654-sesso-virtuale-2Sono stata fortunata, non ho perso nulla o, forse, non ancora, ma il rischio è stato grande. Si dice che si debba raschiare il fondo per vedere la luce sopra di te e, quando arrivi a godere cinque volte al giorno con uomini diversi, quando rispondi a talmente tanti messaggi hot da perdere di vista quelli degli amici, quando i tuoi figli vogliono giocare e tu hai una mano tra le gambe… è arrivato il momento di dire basta! Esci e vedi che il sole è più bello che mai, ti accorgi che la vita è troppo breve e che il mondo, quello vero, è là fuori. E poi risali, a fatica, ma risali.

 RISPETTA TE STESSA

 Il sesso mi era entrato talmente dentro da rovinare il bello delle cose, da non poter più uscire e parlare con uomini senza immaginarli nudi, da sentirmi desiderata solo per quello. Ma noi donne siamo altro, siamo poesia e sentimento. Io oggi sono Amore. La delusione per tutti quei rapporti è svanita, il senso di colpa per essermi lasciata considerare solo un corpo non ancora, ma il dito accusatorio lo rivolgo solo contro me stessa. Se non ci amiamo, non possono farlo gli altri; se ti fai trattare da troia, poi ci diventi. Oggi posso dire che le chat non sono per tutti. Ognuno è libero di vivere il sesso come meglio crede, senza falsi moralismi, l’importante è restare fedeli a se stessi.

AUTRICE: ROXY

 

Will she survive? Lei sopravvivrà?- Vedere gli invisibili

homeless bianco e nero

Quasi l’aspetto.

Imbocco il ponte che serve a inanellare la città per condurre dove il rigido incrocio delle angolose strade si sfinirà nel mare, e sorvolo da quel ponte una sorta di non luogo che ci affianca, distante nel mistero della complanare, mentre noi sfrecciamo distratti sperando in una complice disattenzione dell’autovelox.
Eppure è là che deve avere ‘casa’.

Zona di prostitute, quelle straniere. Zona di zingari. So che lì deve stare un campo perché sulla tratta dell’autobus che porta verso il centro se ne trovano tanti, ma dallo sfrecciare della tangenziale proprio no, non me lo so figurare. Forse una vista dall’alto, da uno di quei piccoli aerei bimotori, un giorno, chissà. O forse basta Google Maps. L’ho sentito dire che sta là, ma forse non è vero, forse è un po’ più in là, a cavallo con la costa. Io non mi so orientare, non so guardare quello che ho sotto gli occhi tutti i giorni. Un campo. Già, deve stare, non esserci, semplicemente stare.
Ma lei non è una di loro. Troppo semplice sarebbe, altrimenti non mi incuriosirebbe così tanto.
No, non è curiosità.
Un giorno è entrata nel supermercato. Un pezzo di formaggio sottovuoto. Non l’ho sentita parlare. Le mani sporche, le unghie nere, la pelle scura non di etnia ma di intemperie e solleone. Potrebbe persino avere la pelle candida sotto quella corazza.

Imbocco il ponte e, giuro, non si vede niente. Quando sali, curva leggermente a sinistra e ho paura di incrociarla. Lei, in un posto dove le regole non la vogliono, col suo passeggino di stracci, forse di cose preziose per lei quanto la sua famiglia di cani che la segue amorevolmente, lei, dicevo, semplicemente cammina.
Una volta ho visto un cane che era stato appena preso da un’auto, supplice della morte che tardava ad arrivare e ho il terrore della collisione. Quando imbocco il ponte, una, due, tre quattro, a volte sei o otto volte al giorno, ho paura di incrociarne uno dei suoi. Che, a parte il fatto di vivere per il resto della vita col rimorso, poi dovrei scendere e di sicuro parlarle. Paura morale di trovarmela di fronte.

La città in quel punto si conclude, si fa in brandelli, stretta sulla sinistra in una congiunzione, ferale per le piccole case, del litorale tortuoso e bistrattato, dal cittadino come dall’amministrazione, del filo lungo della ferrovia che, da sempre, unisce e divide, e ancora dell’ambizioso filare di villette che godono dei saltuari miasmi del depuratore cittadino.
Questo il vivere civile. Ma lei fa branco.

Giuro. Guarda nei cassonetti fuori dal supermercato, rovistando come vediamo fare nei documentari sulle favelas brasiliane e con il lungo braccio- è altissima e porta i capelli rasati a zero in un’androgina inquietante figura- scarta sicura il nostro niente e trova il cibo per i suoi cani che le scodinzolano intorno, bestioni scuri, mezzi pastori e mezzi lupi, e che pure vicino a lei non appaiono pericolosi, selvaggi sì, ma quasi ingentiliti dalla sua eleganza.
Giuro. È elegante a suo modo.
Rovista, forse cerca qualcosa per sé anche se ha comprato il pezzo di formaggio. Che se ne fa uno che presumibilmente non ha una cucina, di un pezzo da mezzo chilo di formaggio? Lo sbocconcella, lo centellina, ne sente il confortevole odore di quello che una volta fu latte, e stalla, e calore, e fieno e famiglia operosa nella campagna che non c’è più.
Chissà se per lei non c’è più o non c’è mai stato. Il calore dico. Il calore umano.

Gli zingari stanno sempre in compagnia, non gli mancano gli amori, precoci, immaturi, quasi mai platonici ma innegabili fonte di confusione umana, di passione come di violenza, di tenerezza sanguigna nel loro modo di vivere che ha delle coerenze interne ai più sconosciute.
No, sta sempre sola, non è una zingara. Il suo passeggino è vuoto. O meglio è pieno delle sue cose in un grosso sacco di tela rossa. È niente più che un carrettino, che non serba il ricordo di sgambettanti occupanti e di amorevoli passeggiate. È la sua casa, dove porta le sue cose e forse vorrebbe un passeggino gigante che potesse coccolarla e trasportarla una volta tanto, senza pestare sempre con quei lunghi, ossuti piedi l’asfalto grigio e puzzolente che, nei giorni di canicola parrebbe quasi odorare di zolfo.

Riprendo il ponte. Ho lasciato adesso Bari, la mia bella città, a occuparsi del suo traffico caotico, dei bambini accompagnati a scuola in fretta da pance fertili e padri impiegati o disoccupati, col suo profumo di caffè tostato che una volta era in periferia e ora ormai è in centro e invade l’aria risvegliando anche chi vuole dormire. Vado lì, dove la città è ancora borgo, arroccato sul mare con la sua bella Torre, dove si viene l’estate a prender tregua dall’afa, quando i tavolini e le sedie di plastica sul Lungomare non bastano più, è qui che vivo, come in un mondo a parte.

Pure. Pure lei è in un mondo a parte, ma quello che non capisco è perché non posso fare a meno di cercarla con lo sguardo, per vedere se oggi è lì o è stata inghiottita dal ponte sotto cui forse s’accuccia insieme ai suoi cani. Suoi. Aggettivo possessivo. Possiede forse solo la vita sua stessa. Che non la possediamo se non quando decidiamo di non volerla più.

L’origine. L’origine di quella persona. Avrà più o meno la mia età. Dunque deve avere una origine.
Scorro con la mente tutto quello che è stata la mia vita partendo dall’inizio. Questa città – ormai è la mia città- mi ha accolto da un paese che sta un po’ più a sud, quando avevo quattro anni. Scuole regolari, sempre tra i primi, se non la prima. Università fatta per bene, senza pensare a chi non studiava e passava lo stesso, ma si sa, io vivo tra le nuvole. Io, come molti qui ho studiato veramente. Un grande amore, la famiglia i figli, il lavoro. Cose scontate che non vedi quasi più. Ma a volte ti sale un’angoscia di insoddisfazione. La libertà perduta, senza niente di drammatico, senza sapere delle grandi storie di violenza, corruzione, potere che ti scorrono a fianco, amplificate dai media. La mia piccola vita di tutti i giorni è quella vera?
Che c’entra adesso? Ho perso il filo dei pensieri. Mi capita quando guido.

L’origine, l’origine dicevo. E se la mia vita mi sembra già lunga, fin qui ma non per la sua semplice, innegabile ricchezza- no, non quella che starebbe in banca ove ci fosse- ma per la semplice conta delle albe e dei tramonti che ho visto, io sì, nella sicurezza del mio posto nel mondo. Quasi diciannovemila giorni, e notti.
E se la mia vita mi sembra già lunga dicevo, con le ossa sempre accolte da un comodo giaciglio, se non quelle che per scelta non ho voluto lo fossero, quanto lunga mi apparirebbe ove pensassi alle sue ossa come le mie?
Pure avrà avuto braccia a cullarla, pure si è procurata indumenti e calzari a coprirla, non a vestirla, pur se gli stracci le cascano bene, l’eleganza è in quella magrezza che io non avrò mai.

Sto troppo da sola, in auto. Penso troppo, mentre la radio vorrebbe farmi compagnia.
Mi trovo a domandarmi da quanto stia qui, non mi ricordo proprio quando l’ho vista la prima volta, per me è come se fosse sempre stata qui, prima che io la notassi, prima che io dovessi passare tutti i giorni da questo ponte.
Significato simbolico di ‘ponte’. È ciò che unisce due sponde. Ma qui è anche ciò che copre ciò che sta sotto, due pezzi che solo l’artificiosità umana ha stabilito che fossero uniti per ciò che c’è sopra e non per ciò che sta sotto. Un modo di non guardare ciò che c’è sotto. Un modo di raddoppiare la realtà. Forse un giorno costruiranno un ponte sopra questo ponte.
E lei degraderà al terzo livello sotterraneo ed io al secondo.

Bari come la Troia di Schliemann.
Bari assediata dai suoi problemi. Il cavallo di Troia di quelli che dal di dentro remano contro i suoi problemi irrisolti per renderli irrisolvibili. Penso a un centro cittadino riprogettato da un architetto straniero ed estraneo, che è diventato più sporco e vecchio di prima. A una metropolitana che sarebbe da interrare per togliere il disagio della ferrovia che ci separa in due pezzi. A dei quartieri in cui si ha paura a passeggiare o ad arrivarci anche con la macchina. Si, si sa, si sa, tutte le città hanno le proprie contraddizioni.

Cosa fa tutto il giorno, senza lavoro, senza figli, senza un uomo- o donna, non ho pregiudizi- senza computer, senza tv, senza libri, senza cena in pizzeria, senza cinema, persino senza ozio perché porta incessantemente quel benedetto passeggino su e giù dal ponte che se io dovessi farlo a piedi, a un terzo del percorso mi scoppierebbe il cuore? Come si sente essere umano?
Pure dovrei fare qualche cosa per lei, se non altro perché non posso fare a meno di vederla, di catalogarla con le mie cateratte concettuali, contro le quali lotto invano. E mi accontento di pensare che già faccio qualcosa nel pensarla come esistente.
Presuntuosa. Vado via e faccio attenzione nell’imboccare il ramo principale dal raccordo, per l’istinto di sopravvivenza.
Ma io che ne so dell’istinto di sopravvivenza?
I will survive…I will survive
La radio, una vecchia canzone.
Will she survive?

AUTRICE: DIRCE SCARPELLO

Tulipani arancioni – Racconto

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Tulipani arancioni

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Una busta con su scritto il mio indirizzo a chiare lettere, questo ho trovato nella mia cassetta della posta questa mattina. C’è qualcosa che fa spessore al suo interno, non è una lettera; d’altronde so già chi me l’ha mandata, ho riconosciuto la calligrafia tonda con la quale il mio indirizzo è stato messo lì, in bella mostra.

Piuttosto che la via e il numero civico della mia residenza sembra quasi muovermi accuse, riesco a leggervi un “Sono ancora io ad averti cercata, degenerata”. Però so bene che lei, a differenza mia, non ama le parole. Io amo le parole, potrei scrivere sempre, anche se poi non sono mai soddisfatta dei risultati; provo eccitazione nell’aprire il mio dizionario dei sinonimi e dei contrari, amo cercare la sonorità delle parole e sbarazzarmi delle odiose ripetizioni.
Lei invece no, lei non parla. Lei insinua, tutt’al più. Mi domando come sia possibile che siamo figlie delle stesse due persone. Sono nervosa e stanca di ascoltare le mie stesse elucubrazioni mentali e strappo la busta, finalmente scoprendone il contenuto: una fotografia che avrà più di vent’anni, scattata un giorno di carnevale di molti anni fa. Io avevo un costume da principessa, a scuola avevano organizzato una festa a tema e io ero stata costretta a vestirmi da cortigiana. Come sempre il volere si era sottomesso al dovere, e da brava bambina quale ero avevo obbedito.

L’espressione di quella bambina, che a quanto pare sono proprio io la dice lunga sul mio livello di soddisfazione. Mia sorella è proprio accanto a me, bassina e felice col suo costume da olandesina, la sua gonna ampia arancione con il sottogonna di pizzi bianchi, la camicina blu con i nastri, i suoi zoccoli di legno e un mazzetto di tulipani arancioni.

tulipani

È sempre stata perfezionista sin da piccola, ha sempre voluto che tutto fosse fatto come voleva lei e ci aveva costretti tutti a cercarle il mazzo di tulipani perchè “Un’olandesina che si rispetti ha un mazzo di tulipani”, frignava con quella sua vocetta pungente. Naturalmente lei aveva potuto scegliersi il costume che preferiva.
Giro la fotografia e sul retro ritrovo quella pessima calligrafia a pallini che detesto: “Tra poco è carnevale, ho voluto inviarti un bel ricordo di noi due”. Non riesce proprio a capire che alcuni ricordi, che lei ritiene belli, per me sono il preludio dell’inferno. Non è mai stata capace di scindere la sua vita dalla mia perchè tutto ha sempre girato intorno a lei. Ha sempre capito soltanto i “cosa” ma non si è mai posta una domanda sui “perchè”.
Un bel giorno ho deciso di scendere da quella giostra, non volevo più giocare. Volevo stare sola, anche piangere in un angolo e prendere a pugni un muro mi parvero grandi privilegi, all’improvviso.
Ho smesso di cercare modi per ergermi su un piedistallo troppo alto per le mie gambe corte, e mi si è aperto un mondo di libertà dove ho scoperto che anche in basso le cose non erano poi tanto male.
E poi, cara sorella, quei fantastici tulipani arancioni che esibivi con tanto orgoglio erano di plastica.

AUTRICE: CLAUDIA SIMONELLI

Ero femmina! Irrimediabilmente femmina!

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Quella notte dormii con Annamaria, una delle figlie  della signora Elda, e il vento sibilava tra gli infissi della grande finestra. Mi premeva sapere se mia madre avesse partorito una femmina ma dovevo aspettare.

Finalmente arrivò il giorno e corremmo a casa.

Salimmo le scale e fummo davanti al lettone dove giacevano mia madre e un fagottino con gli occhi chiusi. Era un maschio!

Mio padre era raggiante, mia madre sfinita. Mario, l’amico di mio padre, gli dava grandi pacche sulle spalle e si complimentava con lui per quello che aveva saputo fare…!!

Io ero perplessa ma non contrariata, Margherita era visibilmente preoccupata, Mariella…non si sa. Fu chiaro solo dopo qualche settimana, e ancora di più dopo qualche mese, e sempre più dopo qualche anno che io non ero più la piccola di casa, ma lui: il Principe ereditario!

GELOSA DI MIO FRATELLO

bimbaCominciò a insinuarsi in me la paura che mi avrebbero sbattuto fuori di casa da un momento all’altro, ed ero sempre in uno stato di angoscia e di rassegnazione, pronta a uscire dalla porta di casa.

Finché tutto questo non si trasformò in una recita, uno sforzo immane che mi avrebbe salvato la vita e che durò per un bel po’.

Cominciai a fare il maschiaccio, esasperando tutti i peggiori comportamenti dei miei compagni di gioco. Era l’unica via di scampo, l’unica possibilità di sopravvivenza. Una bambina che ne sa della bellezza di essere donna? Non sa niente degli uomini e dei loro tramacci. Non sa che si può essere una donna forte e migliore, non conosce la dolcezza della maternità; una bambina cerca soltanto di sopravvivere, se nessuno glielo spiega.

ERO UN MASCHIACCIO

Perché nessuno me lo ha spiegato che, essere donna, è il meglio che possa capitare?

Così trascorrevano le mie giornate più luminose, tra giochi, lotte
forsennate e confusione. Verso i sei anni ero violenta, capelli cortissimi con sfumatura “all’Umberto”, sempre in pantaloni, cosa rara in quegli anni per
le femmine.

Mi divertivo a spaventare le altre bambine e avevo fama di essere terribile. Mio padre sorrideva di tutto questo e ci vedeva l’energia e il carattere di una figlia che aveva gli stessi comportamenti da lui apprezzati nel passato regime. Mio fratello fu sempre un bambino tranquillo e introverso, e io non potevo fare a meno di amarlo teneramente, scambiavo figurine e biglie per avere qualche macchinina da portargli. Come un risarcimento. Noi tre fummo per lui come le sorelle Materassi.

6304947079_3763bd5f2a_zIntanto, continuavo con la mia recita. Ci tenevo che tutti mi scambiassero per un maschio e mi facevo portare dal barbiere di mio padre, perché quello era un altro momento di grande popolarità. Mi prendevano in braccio e venivo posta su di un alto sgabello che aveva, sul davanti, una testa di cavallo in metallo. Mi sembrava d’argento e avevo l’impressione di cavalcare, aggrappata con le mani a due maniglie poste ai lati delle orecchie.

Mentre mi perdevo su dolcissime colline, frustata dal vento secco del nord, il barbiere continuava a raparmi tra le risate sue e di mio padre, fino a dissipare ogni dubbio sul fatto che fossi un maschio. Tuttavia, i dubbi rimanevano, per me naturalmente!

Perché io ero la più difficile da convincere, così cercavo argomenti sempre più persuadenti che mi mettessero al riparo dalla paura di essere una femminuccia “capa di pezza” lagnosetta, perdente e abbandonata! Allora pensai di fare una cosa che avrebbe risolto definitivamente la questione.

VOLEVO ESSERE UN MASCHIETTO

Quella mattina, avrò avuto cinque-sei anni, aspettai, come sempre, che passassero davanti a casa mia gli studenti che si recavano all’Istituto Tecnico Commerciale e, quando vidi arrivare un gruppo numeroso di giovani, mi accostai al muro, come avevo visto fare dalle mie compagne di gioco, e sbottonai la braghetta che avevo voluto sul pantalone confezionato da mia cugina Nunziatina. Intanto, guardavo verso il gruppo che mi si avvicinava e continuava a scherzare e a schiamazzare, incurante di quello che doveva sembrare un normale comportamento dei monelli che pisciano sui muri.

strongisthenewpretty05Avevo bisogno di una platea credibile per uno spettacolo inequivocabile. All’inizio, ero preoccupata e tesa, e mi sforzavo di spingere per urinare. Niente! Gli sfinteri erano serrati per la tensione. Poi, pian piano, cominciai a rilassarmi. Misi perfino le due dita della mano destra, l’indice ed il medio, posizionati sull’abbottonatura del pantalone perché avevo visto fare così, solo che ai miei compagni, tra l’indice ed il medio spuntava fuori il pirulino ed io non lo avevo…

Questo fatto mi procurava non poca preoccupazione sull’esito della pipì. Guardavo di fronte a me, speranzosa che da un momento all’altro zampillasse fuori dal pantalone una lunga pipì orizzontale che bagnasse inesorabilmente il muro!! Ed ecco, finalmente, che la vescica mollava e lo sfintere si apriva, poi giunse una sensazione di calore sulle mutandine, ma niente schizzo sul muro!

Poi sulle gambe… Il muro era sempre asciutto, ma non le scarpe.

E INVECE  ERO FEMMINA

Ero impietrita! Non riuscivo a muovermi. Credo di essere rimasta con la bocca aperta e gli occhi sbarrati incollati al muro per più di qualche istante. Insomma, la pipì era stata verticale, era colata giù e non aveva zampillato. Fu la
sensazione più brutta e frustrante che avessi mai provato. Piansi.

Ero femmina! Irrimediabilmente femmina!

Autrice:  Giovanna De Maio   

DA BAMBINE SOGNAVAMO COME SAREMMO DIVENTATE

DA BAMBINE SOGNAVAMO come saremmo potute diventare.

Ci immaginavamo impegnate, con una vita esaltante, piena libri da leggere, viaggi da fare, persone con cui condividere avventure. Non pensavamo al  futuro con tristezza, ma provavamo un misto di meraviglia e attesa. Non nascondevamo la nostra fretta di arrivare all’età dell’indipendenza ma, una volta raggiunta, per molte di noi, me compresa, si è rivelata piena di illusioni.

SIAMO DONNE E NON POSSIAMO DELUDERE LE ASPETTATIVE

casalingaSiamo nate femmine, e ce lo ricordano ogni giorno come un dannato mantra; le persone non vedono altro che il nostro corpo e le nostre forme, e si aspettano determinate cose da noi.
E guai a essere altro!

 

Guai anche solo a desiderare di disilludere le aspettative!
Pare esista un codice non scritto impresso a fuoco nella mente di buona parte della popolazione, per cui una donna, in quanto tale, possegga delle doti naturali.
Per esempio, saper badare alla casa. Renderla sempre pulita, profumata e mai in disordine; biscotti appena sfornati sul tavolo e non un granello di polvere sui mobili. Il frigorifero pieno di leccornie e abilità da chef titolati ai fornelli.
Una donna è la culla della vita. Nonostante anni di studi, fatica e lacrime, ci si aspetta che le donne abbandonino i loro traguardi, dopo aver messo al mondo un figlio.  Se sei una donna, devi imparare le regole e ricordarti di non dire, non fare, non ascoltare. Devi sapere che la libertà ti appartiene, ma sarà sempre circoscritta al tuo sesso. Recitare un ruolo è quello che ci. Ma non tutte riescono a cucirsi addosso questa maschera e farsela andare bene.

DONNE, DOVETE REPRIMERE LA VOSTRA FEMMINILITA’

16451CriticizingMolte di noi sono disordinate, alcune non hanno talento in cucina, altre non vogliono figli. La cultura maschilista ci vuole sessualmente represse. Ci impone di vestirci in un determinato modo, essere attraenti ma non troppo, se non vogliamo sentirci definire troie o cagne.
Come se non bastasse, vi sono donne che la pensano alla stessa maniera, criticando una scollatura. Non bisogna ostentare la consapevolezza di essere donna.
Per fortuna, non tutte abbassano il capo e si uniformano. Nessuna dovrebbe rinunciare ai propri desideri, al desiderio primordiale di essere e non di apparire. Magari un figlio sarà la nostra più grande benedizione, o un impiego ci appagherà in egual misura, anche senza una casa pulita e in ordine.

NOI DONNE, ETICHETTATE DALLA NASCITA

 Olanda-vietata-la-minigonna-e-gli-stivali-al-ginocchio-alle-dipendenti-donne-è-polemicaSin dalla nascita ci assegnano un colore. Il rosa è per le femminucce, l’azzurro per i maschietti. E chi ama tutti i colori patisce in silenzio, perché essere diversi getta la base per una crisi collettiva.
Ci assegnano giocattoli precisi: le bambole. Molte di noi si rendono conto ben presto di esserlo diventate.
Ben presto non ci appartiene più la libertà di sognare come da bambine, ma ci rendiamo conto che viviamo di pregiudizi, col timore di come appariamo agli occhi degli altri. Siamo un cumulo di pelle da coprire, o rischiamo la nostra virtù e la nostra stessa vita.
E quando una di noi urla e scalcia per spezzare la catena, viene insultata, pestata a volte, additata come una folle, perché le regole non scritte non possono cadere o cadrà la società.

UNA BAMBINA NON DEVE ESSERE UN MASCHIACCIO

womanRicordo quando ero poco più di un’adolescente, avevo molti cugini maschi e adoravo giocare con loro alla Console; ci divertivano le corse di velocità. Quando lo raccontai alle mie coetanee, mi guardarono come se fossi matta, sbagliata. A quei tempi non capii e mi limitai a non riportare più le mie avventure da maschiaccio. Solo più tardi compresi la desolazione della mia condizione e provai disperazione per la mia condizione.
Credo che la lotta sia lunga, perché la storia è stata scritta contro le donne ed è così dall’alba dei tempi.

DONNE, FEDELI SOLO A LORO SE STESSE

 L’importante è non cedere allo schema; guardare al mondo con curiosità e non porsi dei limiti. Possiamo imparare l’arte del meccanico, del benzinaio e dell’idraulico; possiamo riporre le bambole e dare un calcio al pallone; possiamo sognare di diventare anche noi come Francesco Totti. Dobbiamo essere in grado di cavarcela in ogni situazione che richieda l’aiuto di un uomo.
Dovremmo essere libere di poterci soddisfare da sole e non relegarci in una categoria, libere dalle catene che secoli di patriarcato ci hanno imposto, libere di indossare una minigonna senza sentirci rischiare la vita.
Meritiamo di diventare le donne che sognavamo da bambine.

AUTRICE: Serena De Filippi 

Quelli che non riescono a perdonare.

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Prima o poi nella vita dobbiamo fare i conti col perdono. Quello che supplichiamo o che ci supplicano. Oppure quello che ci viene dato in silenzio senza che noi lo abbiamo chiesto, forse solo con uno sguardo. Quello che abbiamo dato senza richiesta, per trovare noi un po’ di pace.

La miglior vendetta è il perdono dice un proverbio.

Forse era vero in passato, quando dall’altra parte c’era il pentimento e la riconoscenza. Quando chi aveva ferito aveva la consapevolezza e la vergogna del male fatto, la sensazione di essere appeso a un filo e non si attendeva niente se altro non dolore in cambio e, se il ferito riusciva a ricucire lo strappo, diventava quasi un eroe, miracoloso benefattore del cuore.

Oggi non credo.

Oggi chi riceve il perdono lo considera quasi un atto dovuto. Ti ho supplicato? Mi sono messo in ginocchio? Ho fatto pubblica ammenda? Beh, io ho fatto la mia parte e tu che aspetti a fare la tua? Ah, sei senza cuore, tu che non perdoni. Io? Io ti ho fatto del male ma è normale, è la natura umana, tu, tu che dici di essere superiore dimostralo, su, perdona!

Si ribalta la prospettiva. Non conta quanto male una persona, una società possa aver subito, conta quanto si faccia sentire in colpa questa persona o questa società per la decisione di non perdonare. Tant’è che si chiede umanità nella vittima e non nel carnefice ed è persino indifferente che chi ha ferito sia pentito.

Ma torniamo ai rapporti privati.

Ci si aspetta che il perdono sia un fatto immediato, istantaneo, che segua senza strascichi alla decisione presa. Che sia un lasciar correre, un dimenticare.
Non è così. Neppure quello di una mamma, nell’abbraccio che ricongiunge la carne alla carne, che annulla il dolore nel profumo di un figlio, che perdonando il figlio perdona quella parte di sé che è in lui, è semplicemente oblio.
Il perdono è sentinella vigile ma disarmata, è camminare col sassolino nella scarpa riconoscendo un leggero dolore amico ad ogni passo, è ricamo prezioso su uno strappo slabbrato. Ma non è oblio.

Perdono quelli che non sanno perdonare.

Ma di più perdono quelli che non capiscono che per essere davvero perdonati devono fare la loro parte, guardare anche loro l’orizzonte per avvistare il pericolo, sorreggere il braccio se il passo si fa ad un tratto doloroso, non sollecitare di nuovo il tessuto nel punto di frizione.

Perché al contrario, l’oblio non è perdono, è cancellazione, annientamento. Può essere più definitivo dimenticare che non ricordare. L’oblio è distacco, il ricordo, per quanto doloroso, è legame.

Quindi cari traditori, quando la donna o l’uomo che vi ha perdonato avrà lo sguardo lontano e ferito, anche per un istante, anche se sono passati vent’anni; cari figli egoisti e predatori, quando i vostri genitori vi guarderanno con l’occhio velato di pudore anche se quando li avete feriti avevate ancora i pantaloni corti; cari genitori, quando i vostri figli avranno un istante di indecisione nell’assistervi anche se quando avete fatto loro del male eravate nel pieno del vigore e cari amici, quando l’amico che avete pugnalato, e nonostante ciò vi è rimasto vicino, sarà appena un po’ tentennante nella voce, sappiate che questo è ancora un segno d’amore, non inalberatevi e soprattutto non ne approfittate.

La vita è strana, è un attimo passare dall’essere perdonati a dover porsi il dilemma se perdonare o meno.

Perché per-donare bisogna avere davvero la capacità di fare del dolore una forza, la capacità di fare a meno della dipendenza dall’altro per continuare a sceglierlo come compagno di vita ogni giorno, nonostante il dolore, ricordando il dolore. Perché il perdono in definitiva non è altro che un percorso sotterraneo di memoria.

autrice Dirce Scarpello

I luoghi della scrittura e “Il sigillo degli Acquaviva”

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I LUOGHI DEL ROMANZO NON SONO SOLO SCENARIO INANIMATO

Sono luoghi ricchi di fascino e pagine di una narrazione che li ricrea, e io li ho immaginati come dovevano apparire quasi mille anni fa : vivevano, pulsavano,  fusi con i personaggi.

Si deve poter respirare il paesaggio, la sua atmosfera e il suo profumo, e anche il luogo assorbe i rumori, siano essi la nenia musicale della risacca o il viscido risucchio di uno zoccolo di cavallo affondato nel fango.

I LUOGHI DE Il Sigillo degli Acquaviva

51Ea5WQGyGL__SX331_BO1,204,203,200_Il guerriero Saraceno Yusuf Hanifa, inseguendo la donna che ama, il suo passato e la sua vendetta, arriva in Terra d’Otranto, poi in Terrasanta e infine nell’aspra terra d’Abruzzo, nella valle dei feudatari alle falde del Gran Sasso.
La storia comincia a Castro, l’antica Castrum Minervae, e lì il mare è protagonista, adesso come mille anni fa. Un mare senza tempo, forte e selvaggio, che riempie la visuale e che, nel romanzo, sembra fondersi con il protagonista perché i luoghi spesso sono parte degli uomini che li amano.

[…] Dall’alto, il mare appariva brillante di sole. Blu profondo con schegge di luce.
La bellezza di quel mare era nell’intensità dei colori, rifletté Yusuf Hanifa. E nel senso di potenza che emanava. Lui avvertiva il ribollire della burrasca anche quando le onde sfioravano la costa con carezze ingannevoli.
Proprio come la burrasca che imperversava nel suo animo, pensò. Nascosta dalla calma dei gesti e da un’espressione impenetrabile.
Lui e il mare avevano la stessa natura. […]

LA CATTEDRALE DI OTRANTO, TRA MISTERO E INCANTO

salento_otrante_0594Ed ecco Otranto, l’antica Hydruntum. Una città intrisa di luce, e quella luce che esalta il bianco degli edifici di certo non è cambiata nei secoli. Ma il resto?
Di Otranto ho citato la Torre Quadrata che esiste tuttora, ma ho descritto anche le piccole case bianche dal tetto piatto, come le ho viste ricostruite in una ricerca virtuale.
La maestosità della cattedrale è rimasta di sicuro uguale nel tempo, ma portale e rosone sono posteriori al periodo trattato e la mia descrizione deve tenerne conto.
Varcando la soglia, ci si immerge nella penombra di un interno dominato dal fascino del mosaico pavimentale, simile a uno stupefacente tappeto di pietra.
Il fascino di questo mosaico è costituito anche dal mistero della sua interpretazione. Sembra che il suo ideatore, il monaco Pantaleone, abbia attinto alle culture e ai mondi più diversi. Appare singolare la presenza di Re Artù, personaggio appartenente al leggendario ciclo bretone, oppure Alessandro Magno, colto nel momento della sua sfida al cielo, quando cerca di raggiungerlo facendosi trasportare da due enormi grifoni. Questa immagine viene descritta nel mio romanzo insieme a quelle delle numerose creature mostruose, centauri a più teste, demoni e ibridi, tutti colti in un gesto, in un contorcimento, in un impeto che li rende vivi.

I MOSTRI E I DEMONI SCOLPITI SULLA PIETRA

Un bestiario davvero raccapricciante.
Osservandolo, alcune riflessioni sono quasi istintive. La prima è che nel medioevo simili opere erano concepite tenendo conto della illuminazione del tempo, la luce tremolante dei ceri doveva rendere ancora più spaventevoli quei mostri che sembrano prendere vita dalla pietra. E poi, come faceva l’uomo medievale a distinguere tra creature immaginarie e creature realmente esistenti? Per lui quei mostri potevano esistere davvero, anche se non gli era ancora capitato di incontrarli, e questo accresceva il potere orrifico delle immagini.
Il lungo tronco dell’albero della vita aveva acquistato un rilievo luminoso. I mostri e i demoni che si contorcevano intorno ai rami e che si aggrappavano con grinfie acuminate alla corteccia, gli uomini nudi squassati da urla silenziose e i peccatori minacciati dalle loro stesse colpe sembravano animarsi sotto quella luce vivificatrice.

IL MONASTERO DI CASOLE, TRA PRESTIGIO E ANTICO

post44-00L’antico e prestigiosissimo monastero di Casole, a breve distanza da Otranto, nel passato ha rivaleggiato con le abbazie più famose, ma adesso è solo un vecchio rudere in mezzo alla campagna. Resti di mura, di archi e di colonne dai capitelli semplici e squadrati. Da questi pochi resti è partita la mia ricostruzione. Ecco l’arrivo a Casole di Yusuf Hanifa, il suo primo sguardo all’abbazia e alla campagna che la circondava, mille anni fa come adesso, prima di entrare per cercare il presbiter Pantaleone.

[…] La campagna si stendeva a perdita d’occhio, lastre di calcare che affioravano tra zolle rosse e argillose. Le chiome degli ulivi sembravano nuvole d’argento, percosse da un vento tirannico che strappava le piccole olive già mature facendole rimbalzare a terra e creando un leggero tappeto intorno alle radici contorte. Alcuni monaci erano sotto gli alberi a raccoglierle. Il vento se la prendeva anche con le loro tonache, agitandole con forza.
La porta dell’abbazia di Casole era spalancata. Il cenobio si estendeva intorno a uno spazio centrale, dominato dalla chiesa di San Giovanni, con i suoi archi solenni e le colonne dai capitelli squadrati.
Yusuf osservò le grandi pietre con cui era stato edificato il monastero, un edificio che si era sovrapposto alle antiche casupole e alle grotte scavate nella roccia e nella terra. Era stato un principe normanno a volerlo e in breve tempo era fiorito un luogo di rigoroso ascetismo e di fulgida cultura. […]

LA TERRASANTA, META DEGLI UOMINI

Il viaggio in Terrasanta, in quello che Yusuf chiama il deserto dei Padri, ricrea un mondo lontano, meta costante degli uomini del tempo. Le navi che partivano anche da Otranto con il loro variegato carico di pellegrini, crociati, templari e teutonici, approdavano in San Giovanni d’Acri, città di vicoli tortuosi, di fulgide cupole e di minareti.

[…] Le strade si aprivano in altre strade, aggrovigliandosi in un intrico di botteghe, di case basse, di palazzi. Yusuf Hanifa riconobbe gli odori della sua adolescenza: di cuoio, di spezie, di dolciumi. Accanto alle porte erano esposte le merci in pittoresco disordine: tappeti appesi alle pareti, mucchi di babbucce, oggetti in argento. Passò da botteghe di sellai, di venditori di gabbie per uccelli, di mercanti di stoffe. […]

IL DESERTO CHE COLPISCE E UBRIACA

d9876420841e6ae9f878414df3e14088--dune-places-to-go[…] E poi, non lontano, il deserto che svela un mondo di sensazioni, più che di descrizioni fisiche. Nel deserto ogni sensazione sembrava amplificata, colpiva forte e ubriacava come l’oppio dei Traci. Il sole che feriva la vista, il vento pungente di granelli di sabbia, l’oro polveroso delle dune che si infiammava ai raggi del tramonto. E poi il senso sconfinato di libertà e allo stesso tempo quell’inquietante sentirsi prigioniero di un paesaggio sempre uguale, sempre mutevole. Dune, crinali, strapiombi, ancora dune, ancora strapiombi. Dolcezza e asperità, linee morbide e orli frastagliati, sabbia e sassi.
Spronò il cavallo e superò la carovana che si muoveva lungo la pista con pigra solennità. Gli uomini sui cammelli avevano uno sguardo ieratico che scivolava sulle cose. Allora Yusuf capì che il ritmo lento di quella vita era dentro di lui, nel suo respiro, nei gesti, nel battito del cuore. Come se ogni giorno durasse millenni, come se ogni notte fosse tenebra infinita. Ma poi il sole bruciante incendiava il sangue e tutto si trasformava in furia e spasimo: così la collera ribolliva con maggiore virulenza, il coraggio diventava ferocia, il desiderio di vendetta si faceva più spietato che in qualsiasi altro paese del mondo. E l’amore diventava ossessione. […]

LA VALLE SICILIANA, UN MOSAICO DI FEUDI

Ed eccoci infine in Abruzzo, alle falde del Gran Sasso, dove si adagia la Valle Siciliana. Chiamata così fin dal XII sec., deve forse il suo nome alla via Caecilia, costruita dal console Cecilio Metello, che l’attraversava. Questa valle, che anticamente era un mosaico di feudi, è oggi ricca di luoghi e di testimonianze di pregio, come Pagliara, con i ruderi del castello di Palearia, arroccato in alto come un nido d’aquila, gli splendidi borghi di Tossicia, di Castelli, di Pietracamela, l’antica chiesa di Santa Maria di Ronzano.
Come rendere questi luoghi collocandoli nel XII secolo? Non è troppo difficile perché alcuni punti ci appaiono incontaminati, di una bellezza primordiale e solenne. Partiamo dalla natura, i canneti presso i fiumi dovevano già esserci, ma io li ho immaginati molto più alti di adesso, il sottobosco più selvatico e aggrovigliato, i torrenti persino più tumultuosi.
Sorprendiamo Sara dei Sassi, nel momento in cui si lascia il mare alle spalle e si dirige all’interno verso le montagne.

[…] Il mare aveva accompagnato il suo viaggio, un mare verde e gonfio, così diverso da quello blu di Hydruntum. Poi era arrivata alla foce del fiume nei pressi di Castrum Sancti Flaviani. L’acqua grigia luccicava tra migliaia di canne alte il doppio di lei e ancora di più. La sovrastavano riempiendo l’aria del loro fruscio. Gli uccelli tagliavano il cielo con rapidi voli oppure se ne stavano immobili sulle rive pietrose.
Sara aveva piegato verso l’interno ed eccole, finalmente, le sue montagne.
Si delineavano contro il cielo, l’alta cima del Grande Sasso lucente di ghiaccio. Così belle e imponenti, a tratteggiare un maestoso confine con il resto del mondo. […]

SANTA MARIA DI RONZANO, LA CHIESA E I SUOI ARCHI

gerusalemme_movieTra gli edifici, quello che appare nel romanzo è la chiesa di Santa Maria di Ronzano, non lontana da Castel Castagna e circondata da un bellissimo paesaggio. La chiesa ha origini che risalgono alla seconda metà del XII sec. e presenta una facciata di laterizi rossi, lasciati a vista, e di pietre chiare che disegnano archi rigorosi.

[…] Poi si lasciarono sulla sinistra Castellum Castonee e sfiorarono la piccola chiesa di Sancta Maria, con le finestre sottili come feritoie e quelle più grandi ostruite da grate di pietra per impedire agli uccelli di volare all’interno. Solitaria nella valle, era circondata dalle colline da un lato, e da una cerchia di montagne dall’altro. […]

UN VIAGGIO DAL SAPORE ONIRICO

Per concludere questo viaggio dal sapore onirico, posso dire che la sensazione più forte è stato provare a immaginarli come potevano essere mille anni fa.Sia sulle coste salentine, biancheggianti di sale, sia nel mondo arroventato del deserto, sia al cospetto dell’altera bellezza delle montagne abruzzesi, ho avuto la precisa sensazione di contemplare tratti di mondo incontaminato.

La vegetazione selvatica, l’aria rarefatta e trasparente della montagna o quella forte e salmastra delle scogliere, la lenta danza delle dune che il vento del deserto disfa e poi ricompone più in là, il ruscellare impetuoso dei torrenti tra i sassi, l’improvviso sbattere d’ali di mille uccelli che si levano in volo, lo stupore di chi contempla il ricco e immaginifico mosaico di Otranto… sono odori, rumori, sensazioni che non appartengono solo al presente. Costituiscono un patrimonio senza tempo e per questo incredibilmente prezioso.

AUTRICE     Ornella Albanese 

Ornella Albanese è nata in Abruzzo e vive a Bologna.

Laureata con lode in Lingue e Letterature Straniere, ha cominciato a sedici anni a pubblicare racconti su periodici di diffusione nazionale. Adesso pubblica per Mondadori, nella collana I Romanzi (Category) e ha al suo attivo sette romance storici e due trilogie.
Per Fanucci Leggereditore ha pubblicato due thriller storici: L’anello di ferro e L’oscuro mosaico.
Per Leone Editore ha pubblicato Il sigillo degli Acquaviva.
Per L’Oscuro Mosaico ha ricevuto il Premio Internazionale Castrum Minervae, il Premio “Scrittori con gusto” dell’Accademia Res Aulica e il Premio letterario La Vie en Rose 2014, una targa di merito al Festival Nazionale della Letteratura Città di Giulianova.

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Le paure sono inutili: un volo mancato verso l’infinito

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 Le paure sono utili  e in fondo hanno un compito importante: farci prevenire il rischio, l’ignoto.

Vanno a instillarsi nell’angolo buio della mente che non possiamo controllare, si nutrono di ciò che abbiamo vissuto e di quello che ci hanno trasmesso.

LA PAURA ANCESTRALE

Ansia-bambini-genitori-protettiviLe paure di una mamma, ad esempio, sono quanto di più ancestrale, perché nascono dove finisce la razionalità. Dove ciò che abbiamo di più prezioso viene forzatamente affidato al caso.
Io sono cresciuta tra le paure di mia madre, le stesse che, per certi versi, mi hanno impedito di vivere, e per altri mi hanno consentito di temere sufficientemente la vita per non sprecarla. Quei Stai attenta! ripetuti con tono ansioso, quei Guarda prima di attraversare la strada! Attenta all’acqua troppo calda! fino al più classico Non parlare con gli sconosciuti! mi hanno portata ad avere cura della mia stessa esistenza.

LA PAURA CORRE SUL MOUSE

hacker1Paure ancestrali che perdiamo, o che ingigantiamo, a contatto con un mondo sempre più virtuale e meno reale. Un mondo che prende la connotazione di un videogioco: Game Over, avanti con un’altra vita. Un mondo dove la spettacolarizzazione della morte ci ha portato a banalizzarla, a reputarla solo l’ennesimo video prodotto a buon mercato. Ma anche quell’indifferenza è solo un altro modo per esorcizzare la paura, quel qualcosa di più immenso di noi impossibile da controllare. Come per esempio il decreto sui vaccini obbligatori, che ha prodotto ben più di una reazione isterica e spaventata; perché ci riporta in balìa del caso, del fato, di qualcosa che strappa chi amiamo alle nostre cure e al nostro controllo, per gettarlo in pasto alla casualità.

IMPARA A GESTIRE LA PAURA PER VINCERLA

vincere-la-pauraMa vivere è anche andare avanti, lasciandosi alle spalle i dubbi: questo è l’unico modo per beffare la paura. Far vincere la curiosità, il buon senso, il progresso e soprattutto la fiducia. Stai attento,  informati, lotta per ciò in cui credi.

Abbi cura di te, ma non lasciare che la paura offuschi i tuoi sensi. Affrontare l’ignoto fa e farà sempre paura ma, in fondo, è l’unico modo per vivere davvero. Sta a noi la scelta: lasciare che le nostre paure ci annientino o addomesticarle, ricavandone la giusta misura per vivere al meglio.

AUTRICE:  Emily Pigozzi Scrittrice

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