Cicale per un giorno

Cicale per un giorno

Metti una caldissima giornata di luglio in cui avrei voglia solo di sponzare nell’acqua di mare come una frisella di Altamura. Oppure di chiudermi a casa con l’aria condizionata a palla. Metti che invece la stiamo preparando da mesi.
Per l’esattezza sono trentatré anni che è finita la scuola. Trentatré anni che abbiamo smesso di godere della nostra gioventù come delle spensierate cicale e abbiamo cominciato, ognuno per proprio conto, a tramutarci in formichine. A metà strada, è vero, ci siamo rivisti, ma era come a un pit stop, un cambio gomme (e pannolini ‒molti di noi avevano i figli in fasce).
Invece questa è la reunion dei compagni del liceo. Ed è da Natale, complice la potenza di FB che ha rintracciato persone in capo al mondo che neanche Chi l’ha visto, che la stiamo organizzando nei minimi dettagli. E il senso di attesa è pari a quello di un incontro clandestino.
Ci si trova alla spicciolata per raggiungere la location. I primi sono gli abbracci più struggenti, la prima ricerca in un viso, apparentemente sconosciuto, del perché siamo cambiati. Vite snocciolate nei loro snodi essenziali nello spazio di un caffè, mentre gli occhi cominciano a riconoscersi, i gesti, le espressioni ritornano sorprendentemente familiari. Andiamo, c’è un po’ di strada da fare.
Mentre guido mi domando se avrò la forza di guardare gli altri e di capire che i loro corpi di adulti maturi, corpi che ho lasciato nel fiore della giovinezza, nella bellezza della imperfezione adolescenziale, non potevano rimanere quelli di allora, come non lo sono rimasta io, anche se adesso lo vorrei con tutte le mie forze. Sì, vorrei un Mefistofele che si materializzasse all’improvviso, magari su una bella astronave, giusto per fare una commistione di generi, e si prendesse pure tutte le nostre anime, ma ci riportasse a bordo, cazzo. A bordo della vita spensierata, fiduciosa nel domani di quella generazione, quando ancora tutto era possibile. Del resto, noi siamo quelli che sono cresciuti vedendo Ritorno al futuro e pensavamo di poter tornare indietro un giorno a correggere il passato.

L’incontro collettivo è tutto un baciarsi e abbracciarsi, ora che nulla può essere equivocato, ora che il rossore è solo la grande emozione di riconoscersi e non una cotta da mascherare, ora che non più «le femmine da una parte e i maschi dall’altra», ma donne e uomini con una vita addosso. Ora che la confidenza di una simpatia mai confessata ha il sapore di un ipotetico altro destino, forse occasione persa o infelicità sventata, chi può dirlo.
Ognuno ha portato qualcosa da mangiare o da bere e le quantità sono non da gita fuori porta ma da Decamerone, che a restarci quindici giorni forse le finiremmo. Ma questo è segno che volevamo condividere, come a suo tempo i compiti passati sotto il banco, i suggerimenti agli interrogati alla cattedra, le sigarette nei bagni, lo spino per chi lo fumava, e gli assorbenti o le maglie in più da scambiarsi e i diari degli altri da pasticciare, dove lasciare uno schizzo, un cuore o solo una firma per i più timidi, oppure qualche sfogo di giovane rabbia, o tratti di malinconia dovuti a pari merito agli ormoni e alla ricerca filosofica del sé.

Il bilancio delle nostre vite viste negli occhi degli altri, di quelli lasciati con un voto di diploma e un’idea vaga di quello che potevano diventare e degli altri di cui ho lambito occasionalmente le esistenze in questi lunghi anni, è un caleidoscopio di successi e fallimenti, di attese mai terminate e di punti di svolta, di certezze – poche ormai in questi anni per noi cinquantenni che non avremmo mai immaginato questa crisi epocale ‒ e di tormentose turbolenze. La vita ci ha attraversato e ci attraversa, ci ha lasciato e ci lascerà altri segni ma tutti noi siamo e ci scopriamo fedeli a quello che eravamo, una gran bella classe, una piccola comunità, il luogo dove siamo diventati grandi.
In questa assolata aia circondata da trulli in cui la nostra ospite, una di noi, ha messo a disposizione per questo giorno speciale ben più che il suo cuore, scorrono i ricordi anche degli assenti e matura la consapevolezza di un senso indissolubile di appartenenza che niente e nessuno potrà più levarci. Appartenenza gli uni agli altri e a questa terra rossa, a questo cielo azzurro che profuma del mare in lontananza, e a queste cicale canterine, spensieratezza effimera, qualcosa di simile alla felicità.

Dirce Scarpello