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Telefonate convulse erano intercorse con Cetta e Rosella. Come sempre, loro c’erano. Come quando era morta nonna Roberta, con mia madre devastata dal dolore e io ancora troppo impotente da poter reagire. Eravamo volati in Francia.

Gli aeroporti di Parigi erano tutti chiusi, per ovvi motivi di sicurezza. Tutta la Francia era blindata, a dire il vero. Avevamo fatto scalo a Beauvais e lì avevamo noleggiato una macchina. Una lunghissima telefonata intercorsa con l’ambasciata francese aveva confermato tutte le nostre paure. Una serie di attacchi terroristici avevano straziato Parigi, colpendola al cuore quasi simultaneamente. Otto attacchi coordinati, con un numero ancora imprecisato di feriti, dispersi e morti. Tra questi, Francesca e i suoi genitori. Ci aspettavano alla Morgue per identificarne i cadaveri dilaniati.

Matteo, mio figlio, si era chiuso autisticamente nel suo dolore.

Avevamo praticamente percorso nel mutismo più assoluto i 90 chilometri di autostrada che ci separavano da Parigi, col sottofondo della radio nazionale francese, che in diretta aggiornava la Francia e il mondo intero sulla situazione di morti, feriti, ostaggi e attentatori.

C’era di tutto, dalle frasi inequivocabilmente razziste alle frasi di amore per coloro che avevano perso la vita. Il perdono e l’odio a pochissimi metri di distanza, l’uno dall’altro.
Parigi sembrava  in guerra. Non che noi l’avessimo mai vissuta, una guerra.

L’avevamo attraversata con difficoltà, in un ultimo atto d’amore nei confronti di Francesca e dei suoi genitori. E di quel batuffolo che non aveva visto neanche la luce.

All’Istituto di Medicina Legale del 12°arrondissement la disperazione si tagliava a fette. Pianti inconsolabili, grida strazianti, sguardi smarriti, foto mostrate a chiunque nel disperato tentativo di ritrovare ancora vivi i propri cari. In un angolo della piazza, un tendone bianco della CRF con tanti volontari a portare conforto a coloro che uscivano dalla Morgue.

Mi ero guardata intorno alla ricerca di qualcuno che ci desse indicazioni. Non potevo contare su Matteo. Nei suoi occhi lo stesso fango che avevo visto in nonna Roberta, quando era morto il nonno. Lo avevo preso per mano, trascinato dietro a peso morto. Non ce l’aveva fatta. Non c’era riuscito a vederli per l’ultima volta. Si era rifiutato di farlo. Era toccato a me riconoscerli. Senza dubbio alcuno.
Al chiuso di quella stanza fredda e anonima, avevo pianto tutte le mie lacrime. Tutte quelle che avevo tenuto a bada fino allora.

Non me l’ero sentita di portarlo a casa nostra, a Parigi. Avrebbe avuto troppi ricordi, tutti lì in bella vista a straziarlo. Avevamo entrambi bisogno di aria, anche se quella che ci circondava era malsana, satura di fumo, polvere e odore di morte. Avevamo vagato nelle vicinanze della Morgue alla ricerca di un posto dove dormire. Avremmo avuto il nostro bel da fare, per i giorni a venire.

Trovai l’unica suite disponibile all’hotel Villa Beaumarchais e la confermai subito. Tutti gli alberghi in centro erano pieni. Pieni di disperati come noi, che avrebbero voluto trovarsi dovunque, ma non lì.

Paris est toujours Paris malgré l’obscurité!
Quante parole mi svolazzavano davanti agli occhi. Le lasciavo danzare senza assecondarle ma la frenesia mi avvinceva le dita.

Sistemai Matteo in albergo, non prima di avergli dato un calmante, opportunamente prescritto da uno dei medici di supporto alla Morgue, che lo aveva visto troppo provato e feci chiamare un taxi dal portiere.

A sorpresa era guidato da un italiano. Gli avevo dato indicazioni per Rue de Vaugirard. Nonostante il mio francese pressoché perfetto, frutto di oltre 20 anni di vita parigina, lui non ci era cascato. Aveva capito subito non solo che fossi italiana ma persino che le mie origini fossero pugliesi. Si era presentato. E avevamo iniziato a parlare. Fabrizio, questo il suo nome, era di Belluno, ma viveva e lavorava a Parigi ormai da qualche anno insieme alla sua ragazza, anch’essa pugliese, di Taranto.

Mi aveva raccontato della paura, della distruzione.

Gli avevo raccontato delle nostre perdite. Della telefonata intercorsa, quando eravamo a Polignano, tra Matteo e Francesca, che forse era morta proprio poco dopo.

In diretta. Mi aveva raccontato che anche lui aveva rischiato grosso, in tal senso. Che la sua ragazza era al Bataclan con degli amici ma che, per fortuna o destino -chissà!- aveva deciso di rientrare a casa pochi minuti prima che accadesse l’irreparabile. Era ancora in metropolitana, sulla strada del ritorno, quando era successo il finimondo.

Lui era al lavoro dall’altra parte di Parigi quando aveva visto all’improvviso un viavai di camionette della polizia che aveva bloccato tutte le strade. Aveva capito subito che era successo qualcosa di grosso perché tutti i poliziotti erano armati fino ai denti. Aveva provato a chiamare Mariella, la sua ragazza, ma il cellulare squillava a vuoto. E mentre ascoltava allibito alla radio quello che era successo al Bataclan, lei lo aveva chiamato  e lui aveva ripreso a respirare e a piangere.

Gli avevo fatto segno di accostare a destra, eravamo nel frattempo arrivati. Chiacchiere e lacrime in una città relativamente spettrale, con la consapevolezza della ineluttabilità dei nostri destini.
Col fiato corto nonostante non avessi fatto le scale a piedi, ero arrivata davanti alla porta di quella casa che ci aveva ospitati, me e Matteo, per quasi vent’anni. Quella casa che sapeva di riscatto, di gioia ritrovata, di consapevolezza e amore, di amicizie e nuove storie.

C’era ancora il suo profumo. Il profumo di Francesca.

Il suo angolo preferito, tra divani e librerie e tavolini troppo candidi, per i suoi gusti. Quando si era trasferita da noi a vivere, cinque anni fa, aveva portato una ventata di colore nella nostra vita, sempre troppo allineata e incolore, rigidamente inquadrata. Il nostro ordine desuéto spazzato via dalla sua goliardica vena artistica.

Matteo era finalmente felice e io mi ero adattata.

***

Razionalmente vorrei sgomberare i ricordi pesanti e tornare a fare spazio al mio raziocinico intelletto, ma non ci riesco. L’ansia mi opprime, mi scava dentro un vuoto grosso come un abisso. E le parole scritte e non dette sono l’unico appiglio per restare sull’orlo del precipizio. Affollano la mente, confuse mutano in immagini, suoni, odori, colori. Sanno di vento, di mare, di sabbia e fango, di pioggia. Sanno di tempi lontani, almeno tre vite fa. Sanno di poesia e sbiadiscono nell’ombra di altre parole che in corsa spingono per affacciarsi.

Solo manciate di lettere a nascondere la potenza di infinite sfumature possibili. È più facile scrivere quando il dolore ti rode l’anima. Ossimoro in apparenza, parlare d’amore quando l’amore non lo hai più nel cuore.

Teresa Antonacci per Logokrisia

 

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