Leucemia

Leucemia

Ricordo la prima volta che mi imbattei in questa parola; avevo otto anni e passeggiando con mamma, vidi un uomo che indossava una mascherina igienica sul viso. Ricordo che le chiesi: «Ma cos’ha quel signore?» E lei mi rispose: «È malato. Ha la leucemia.»
Poi quella parola venne relegata in un angolo della mia mente, meno importante di una bambola nuova o di una corsa in bicicletta. Chi si aspettava che quel termine sarebbe entrato nella mia vita, colpendo una tra le persone a me più care: mio cugino.

AMMALARSI DI LEUCEMIA

Aveva solo quattro anni quando si ammalò di leucemia, iniziò tutto con un livido sulla gamba, ogni tanto zoppicava, a volte sembrava fingere come fosse un gioco per farci divertire; un giorno, però, mio zio si stancò e portò il bambino al Pronto Soccorso. Quello fu l’inizio di un calvario.
Ricordo ancora le foglie gialle che ricoprivano le strade. Era autunno, la stagione che preferivo, quando mio cugino si ammalò e gli ospedali divennero la nostra prima casa, quando fummo travolti da analisi del sangue e termini medici incomprensibili; ci ritrovammo catapultati in una nuova realtà fatta di esami invasivi, terapie massacranti, medicine, altre medicine e ancora medicine.
Ammalarsi di leucemia a quattro anni può essere una fortuna, col senno di poi, ma anche un tormento. Più si è giovani e più è alta la percentuale di guarigione, ma si fa la conoscenza di una realtà orribile popolata di bambini sfortunati, rannicchiati in un letto e sottoposti a trattamenti stremanti.
E tu ti ritrovi in un angolo, a tenere loro la mano e guardare quegli aghi troppo grandi per un braccino così piccolo, a fissare le ciocche dei loro capelli sparsi sul cuscino al mattino; ci provi a spiegare loro che c’ è una nuova moda, che i bambini si rasano i capelli questo autunno perché fa “figo”, ma i ragazzini non sono stupidi, da acuti osservatori quali sono, sanno che non è una nuova tendenza, sanno che in quell’ospedale qualcosa non torna e in cuor loro sono quasi consapevoli di stare affrontando un demone misterioso e inquietante.

LA LEUCEMIA E IL TARLO DELL’IGNORANZA

Sono stati anni difficili e lunghi, anni che hanno messo a dura prova la mia fede, ma il ricordo più brutto che porto nel cuore è l’ignoranza del mio prossimo, gli sguardi pietosi degli altri genitori e il loro tenersi a distanza, impedendo ai loro figli di giocare con chi reputavano il migliore amico, solo il giorno prima.
Provate a immaginare un bambino costretto a stare a casa da scuola, isolato, privato dell’affetto dei compagni, a eccezione di un paio di teste pensanti.
La verità è che c’era una grandissima ignoranza in merito alla leucemia, non stiamo parlando di una malattia ereditaria, non è virale e non attacca. Eppure, basta vedere una mascherina igienica sul viso di un estraneo, come accadde a me, per pensare che quella persona ha un problema. È vero, ma il suo problema è la fragilità.
Quanti sanno che le mascherine si indossano perché siamo noi che potremmo fare loro del male e non il contrario? Noi potremmo infettarli con i nostri germi e rappresentare una bomba a orologeria per il loro fisico debilitato.

IL REGALO DELLA VITA

Ora mio cugino è cresciuto, ne è uscito ed è stato il solo a farcela di tutti i bimbi che furono ricoverati con lui in quel reparto, ma ce l’ha fatta e adesso è il ragazzo più bello del mondo, la mia gioia, il mio orgoglio, il fratello che non ho mai avuto.
Ogni volta che lo guardo, ringrazio Dio per poterlo ancora abbracciare, ridere e giocare con lui, guardarlo sorridere, innamorarsi, vivere. Perché non c’è regalo più grande della vita.