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Viviamo in una democrazia zippata, dove tutti parlano e questo parlare produce solo altre parole. È l’apocalisse del chiasso inconcludente, dell’agonia ciarliera. La Rete è una nave che ti imbarca anche se non ti presenti al porto.

E allora si tratta di navigare controcorrente in questo mare senz’acqua, dove sembra finta perfino la vita più convinta.

Bisogna combattere contro l’autismo corale, darsi cura di accendere focolai di condivisione nella realtà più che nel virtuale.

Abbiamo bisogno di qualcuno che difenda il diritto all’uguaglianza, qualcuno che difenda le ragioni dei deboli, qui e altrove. Questo lavoro ha una sua urgenza civile, ma è anche una necessità interiore. Ci vuole una sinistra scrupolosa e lirica.

Abbiamo bisogno di conflitto e di anima.

Ci vuole un impegno commosso per questa terra e per tutte le creature che la abitano.

Più che la foga della crescita, ci vorrebbe il culto dell’attenzione. Attenzione a chi cade, al sole che nasce e che muore, ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.
La questione è teologica, non soltanto economica.

La sinistra deve avere un sapore di alba, di operai che vanno al lavoro, di gente che prega, di persone che usano il loro corpo per drenare un poco di dolore dalla pozzanghera dell’attualità. Impegno e attenzione, democrazia e dolore, più che il mercato dello sdegno. Tenere insieme la vocazione al dettaglio e alcune categorie universali. Bisogna essere percettivi e metafisici, ma il tutto in maniera semplice, non fumosa. Esempio: stop al consumo di suolo, ecologia radicale, lotta alla mercificazione globale, cura delle economie locali.

Mettere nella politica qualche furbizia in meno, qualche incanto in più.

Sognare e aiutare gli altri. Solitudine e comunità.

Mettere a lavoro i ragazzi e aiutare i vecchi. Aiutare le persone che vivono nelle periferie e nei paesi più speduti e affranti. Considerare che oggi il margine può essere più fecondo del centro. La sinistra lirica deve sapere di altipiani più che di palazzi romani.

Conoscere un luogo e abitarlo, questo è importante. Sapere a che punto è il grano, come stanno le vacche, che fine faranno le api. Sapere dove stanno le sorgenti, dove fanno il nido gli uccelli, conoscere i colori delle porte chiuse.

La vita è una grande avventura se si costruisce senso e bellezza partendo dalla solitudine di ognuno. Ecco la questione, un partito che non si faccia ingoiare dall’attualità.

È vero che la politica è un mercato e bisogna vendere un prodotto, ma bisogna che ci sia anche qualche altra verità. Una sinistra spirituale ci serve, non una sinistra clericale. Non ci serve l’opportunismo di un partito che governa senza passioni: questo è il Pd adesso. E non ci servono oppositori finti.

La sinistra italiana di cui c’è bisogno guarda il cielo e la terra, è accanita nella difesa dei deboli, ma costruisce una nuova idea di economia, di bellezza, di società.
La sinistra difenda i malati, i beni comuni, la bellezza, la comunità dei vivi e dei morti, degli italiani e degli stranieri, degli animosi e dei contemplativi. Abbiamo bisogno di strategie per assicurare reddito a chi non c’è l’ha, ma anche di conservare paesaggi inoperosi, luoghi salvi dalla catena del consumare e del produrre.

Politica e poesia intrecciate ogni giorno, in ogni luogo.

È un lavoro per anime nuove.

Molti lo stanno già facendo. C’è un fare luminoso che accade nelle mille italie che ancora resistono. La sinistra italiana deve essere la federazione di queste resistenze, di queste piccole luci circondate da un mare di buio.

Franco Arminio per Logokrisia