mano aperta

Il cielo ormai buio soffoca i miei pensieri, li rende afosi e pungenti come una fastidiosa coperta di lana sulla pelle in piena estate. Dormire mi riesce difficile, mia moglie nell’altra stanza si abbandona a un sonno quasi infantile. Preferisce non disturbarmi, dice, ma io credo che non voglia sentire il mio respiro affannoso, i miei lamenti per il dolore che a volte si fa insopportabile. Sceglie di starmi lontano, almeno la notte. E invece è questo il momento in cui avrei più bisogno di lei… Un bisogno di appartenenza sospinge i miei desideri oltre i confini del possibile.
Un senso di inadeguatezza si fa strada in me.
Sono inadeguato a questa vita ormai, inadeguato alla vita matrimoniale e a tutto ciò che comporta. Non posso stringere mia moglie tra le braccia perché non ne ho la forza, eppure Dio solo sa quanto mi riempirebbe il cuore di gioia farlo. Lei è lontana, distesa in un letto singolo che non mi rende giustizia. Un letto inadeguato, come me. Un letto che non lascia dubbi sul suo futuro, un futuro colmo di solitudine, di rancori e di frustrazioni di cui si nutrirà per andare avanti. Per riuscire a svegliarsi la mattina, fingendo di avere ancora uno scopo.
È arrabbiata con me, forse perché avevo promesso di esserle sempre accanto e invece il mio prolungato addio le fa intendere che non sono in condizioni di mantenere la promessa. Arrabbiata con il destino che infierisce su di lei strappandole un marito amato e odiato, una famiglia, la mia famiglia, che già intravede lontana e inafferrabile per via del suo carattere irrequieto e odioso, che l’ha resa egoista e disumana agli occhi di chi mi ha amato per una vita intera. Arrabbiata con il figlio, unica ancora di salvezza che purtroppo non è me, ma resta se stesso. Arrabbiata con un Dio in cui non crede… eppure quante volte mi ha visto pregare, piangere e cercare di convincerla che un Dio c’è e che è il nostro Dio? E io come mi sento di fronte a questa rabbia? Non posso reagire, neppur volendo. La memoria del passato, un passato felice e tormentato, si affaccia alla mente e mi restituisce con gli interessi l’amarezza e l’odio degli ultimi anni, i litigi, le parole di troppo che feriscono e restano intrappolate nel cuore, che, incapace di liberarsene, ne cade vittima in eterno.
Allora penso che sia un bene la mia prematura scomparsa, che forse Dio mi ha regalato la pace perché pace non avevo in questo mondo.

È stata dura con lei, ma ci sono stati momenti di felicità pura e indimenticabile che redimono tutti quelli negativi e restituiscono una normalità che altrimenti non ci sarebbe stata nel nostro rapporto così intriso di rancore.
In un rapporto di coppia in fondo ci sono alti e bassi, a volte sembra tutto talmente difficile da spingere a pensare di farla finita e a chiedersi per quale stupida ragione ci si costringe a rapportarsi all’altro se un vero dialogo, un dialogo costruttivo, non esiste. E ci sono momenti talmente colmi di gioia e spensieratezza da domandarsi come si è potuti arrivare a pensare di mandare tutto al diavolo. Questo è stato il mio rapporto con lei, un’irresistibile altalena di sentimenti, qualche volta troppo distruttivi, altre, invece, troppo felici… Vorrei ricordarla per sempre allegra e serena come le capita di svegliarsi a volte. La sento ridere e scherzare con nostro figlio, giocano, bevono e si divertono e sento quelle loro risate, sazie e contagiose e non posso fare a meno di sorridere. Quando capita lo faccio in silenzio e lascio cadere una lacrima perché fa male sentirli. Fa male pensare di non poter condividere con loro quei momenti, costretto come sono a letto, e fa male pensare che vivranno altri momenti come questo, forse migliori, e che io non ci sarò più.

La vita non è come uno se l’immagina. Proprio no. Avrei desiderato far parte del futuro di mio figlio, di mia nipote e invece eccomi qui a fare i conti con quello che non sarà. Niente festa di diciotto anni per mio figlio, prevista tra un paio di mesi, perché io me ne sarò andato via molto tempo prima, niente matrimonio di mia nipote a cui speravo con tutto il cuore di non dover mancare, niente visita a Lecce, la città in cui lei studia che io non ho mai visto e che mi porterò dietro come un gran rimpianto. Niente vecchiaia con mia moglie, nessun nipote da cullare, mai più. Niente, solo il buio e il vuoto dinnanzi a me. Una pace eterna che non sono affatto sicuro di volere.
Un indomabile, primordiale istinto mi spinge a ribellarmi. Vorrei urlare, urlare e dire no! No, non voglio, è ancora presto,
non posso lasciare incompiute le mie opere, la mia stessa vita. Come posso andarmene ben sapendo dell’atroce e inenarrabile sofferenza che la mia scomparsa genererà nei cuori di chi mi ha amato? Come posso abbandonare questa terra senza vivere gli anni che un uomo normalmente vive? Un uomo sano, come io non sono…
Tra qualche mese mi penseranno e sorrideranno per l’affetto che sentono ancora per me. E lo sentiranno sempre, ogni mattina, ogni sera prima di andare a letto e salutare un altro giorno sicuri di viverne ancora, in ogni momento della giornata ci sarà qualcosa, una frase, un disegno, un’immagine che li costringerà a tornare con il pensiero a me, al marito, al padre, allo zio tanto amato. Oppure visioni di me, fugaci e indecifrabili, li tormenteranno in sogno: apparirò loro ancora in salute o già malato? Sarà il ricordo di me o il desiderio di riportarmi indietro a suscitare quelle visioni oniriche? La certezza del non esserci mi rende tenebroso, l’imminenza della morte trascina la mia anima verso una realtà che non accetto mi appartenga. Una realtà sconfinata, un paradiso di anime perdute nel dolore, trascinate e abbandonate…
Ma che dico? Io trovo conforto, in fondo, nella morte. Per quanto dolorosa e inspiegabile sia la mia, sono sicuro che Dio abbia un suo piano per me.
Non sono stato un bravo cristiano, nel senso che non ho mai praticato molto l’ambiente cattolico, eppure se il giudizio sulla mia vita dovesse basarsi sulle buone azioni compiute, allora me ne vado con l’animo sereno e appagato. Ho fatto tutto quello che era in mio potere per aiutare chi aveva bisogno di me e, benché il risentimento e l’amarezza di mia moglie siano stati non solo palesi ma abbiano in un certo senso rovinato il piacere che derivava dal donare, ho proseguito sulla mia strada, facendolo anche di nascosto se necessario. Credo fermamente non debbano esserci limiti, non ha senso vivere nell’agiatezza se poi non si impara a donare a chi è meno fortunato. So cosa significa essere povero, forse è stata proprio questa amara consapevolezza a spingermi verso l’altro e a non farmi mai tirare indietro quando era necessario il mio intervento.
Non sono esattamente un santo, però. Questo no. Ho talmente tanti difetti, dice mia moglie. E io, adesso e in queste condizioni, sono disposto ad ammetterlo. Sono testardo e quando mi arrabbio divento cattivo, odioso. E poi sono un uomo di vecchio stampo. Cresciuto in una famiglia a carattere patriarcale, mi riesce difficile per esempio dedicarmi alle faccende domestiche… non sono maschilista questo no. Non pretendo di affermare quelle sciocchezze secondo cui è la donna a dover svolgere i lavori in casa, che idiozia. Ma non essendo abituato a farlo, mi cullo nell’illusione che poi le cose si mettono a posto. Certo non da sole, c’è mia moglie che pensa a tutto (e che non dimentica mai di rinfacciarmelo). Sto lì, inerme e incurante di tutto il resto. O meglio stavo lì, bisogna che ricominci a parlare al passato. Non solo sono indifferente, ero indifferente, ma mia moglie dice che riuscivo a sporcare una casa come se ci fosse un reggimento a viverci dentro e non solo un uomo.
O mio Dio, spiegami perché?
Me lo dici perché devo abbandonare questo territorio di conflitti e incomprensioni, questo limbo, per arrivare in un posto di cui non ho alcuna conoscenza? Questo è il mio mondo, la mia vita e per quanto a volte sia complicata, mi piacciono gli stimoli e i momenti che vivo, gli interessi che ho, i legami che ho stretto con le persone. Allora per quale indefinibile ragione mi porti via da tutto questo? È pace quella che mi attende o solo un’ingannevole promessa di luce?
Il crocifisso di legno mi osserva, tremolante e insicuro così come mi presento ai suoi occhi e sembra quasi volermi accarezzare, mi inonda con una sensazione improvvisa di pace. La mia vita è stata un susseguirsi di passi notevoli, sconfitte e vittorie gratificanti, che alla luce di quello che sto attraversando, mi appaiono assai più meritevoli di prima. Una vita che mia nipote, sono sicuro provvederà a illuminare con il suo amore incondizionato verso gli altri, il suo impegno e la sua allegria che resterà forse l’unica luce ferma nel mio cuore intrappolato. Una vita insaziabile e desiderosa di avventura, di sicurezza e di imprevedibilità. Un irresistibile miscuglio di sentimenti che fanno di una ragazza una donna dal sapore antico. Proprio come lo ero io…

Addio Frannie, addio.

Emiliana Erriquez

Photocredit: wolfghost.com