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È sera, fredda, buia, tremolante. L’oscurità mi invade e mi perseguita come un nemico indomito, uno sciacallo che incombe feroce. Che cosa resta di me? Forse solo il ricordo ormai. Quello che ero un tempo non lo sono più. Mi consumo e mi dispero ogni giorno. La fame di vita che avverto è spietata, le piaghe della malattia, il dolore rimarginano antiche colpe e aprono nuove ferite nell’anima, continuamente scossa, devastata. Il silenzio raccapricciante che assorbe la stanza permette ai miei pensieri di liberarsi dalla prigionia a cui la ragione li costringe. Immagino scenari tremendi poi, d’improvviso, capisco che nulla potrà mai essere peggio di questo…
Allora perdo ogni logica e mi anniento, vittima di emozioni mostruose.

Ho paura, non so quanto possa servire ammetterlo, ma ho paura.

Gli occhi di chi mi osserva appaiono ombrosi, colmi di quella fastidiosa consapevolezza dell’imminente abbattersi di una tragedia. Mi riesce difficile sopportare l’assoluta mancanza di speranza. Ogni tentativo di produrre un pensiero razionale, che serva da incoraggiamento nei miei riguardi, si infrange contro l’implacabile malattia che si prende tutto di me, che non ha pietà e non incontra alcuna difficoltà considerato il mio gracile corpo, stanco, stanco…
Sollevo una mano verso il crocifisso di legno che mia nipote mi ha portato dopo il suo viaggio ad Assisi. Povera piccola, mi guarda anche lei come se volesse raccontarmi tutto l’affetto che prova, ma le parole restano bloccate nel nodo inestricabile che la vista di me, sofferente e ormai decaduto, le provoca. Eppure ho la sensazione, in certi giorni, in certi rari momenti, che il suo amore incondizionato possa raggiungere il mio cuore semplicemente attraverso gli occhi. Quanto amore trasmettono i suoi occhi. Quanta pena al pensiero che presto dovrà separarsi da me, che dovrà salutarmi per sempre e sforzarsi di andare avanti.
Il legno scuro e levigato del crocifisso mi procura sollievo. La stanza mi appare più grande, le pareti meno incombenti e la vita quasi eterna…
Perché sono stato scelto io, tra sei miliardi di persone, perché proprio io, mio Dio? Perché invece non è capitato a qualcun altro, al mio collega, al mio vicino di casa o ad uno dei miei pochi nemici? Perché sono costretto in questo letto ormai caldo e sudato, sfatto, perché quando invece avrei potuto vivere anni meravigliosi con i miei amici, con mia moglie e tutta la mia famiglia… Dio mio, lo so, lo so che una risposta non c’è. E tu potresti dirmi: “Perché ho dovuto soffrire proprio io per tutti voi e redimervi a costo della mia stessa vita?”. Eppure Signore, qui, in questo letto, mi sento più vicino a te, a quello che hai passato, alle terribili, ingiuste sofferenze che ti hanno strappato alla vita.
I medici dicono che non resta più niente da fare. O meglio, l’unica alternativa sarebbe continuare con la terapia…ma per cosa? Per cosa accanirsi contro una malattia la cui cura genera solo atroci sofferenze e privazioni? Perché lottare contro di essa a spese delle mie cellule sane? Perché passare gli ultimi anni tra un ciclo di chemio e l’altro senza invece abbandonarsi al proprio destino, ben consapevole dell’ineluttabilità della vita? Sono stanco di medici, di aghi e di iniezioni di morfina, vorrei solo chiudere gli occhi e abbandonarmi a un sonno eterno.
Respirare la vita degli altri mi addolora, mi fa pensare a quando non ci sarò più, al segno che avrò lasciato dentro ognuno di loro. Sarò stato importante tanto da non farmi dimenticare? Sarà bastato il mio amore, donato in modo gratuito e genuino, a farmi ricordare per sempre? O forse sarò solo un nome la cui pronuncia avverrà per caso, senza valore, senza affetto? Chi riuscirà a mantenere vivo il ricordo di me, a non tradire il mio carattere, a onorare l’affetto per le persone a cui ero legato? Mia moglie forse? I miei fratelli? Mia sorella o le mie nipoti? Mia madre?

È sera, fuori la luna insiste a prolungare la sua luce su di me, una luce che incute un certo timore. Ripenso al mio passato. Un passaggio obbligato per chi, nelle mie condizioni, è costretto a guardare più verso l’alto che dritto davanti a sé. Ripenso alla mia infanzia, felice tutto sommato, anche se colma di privazioni se paragonata alla spensierata fase della vita che attraversano adesso i bambini. A quell’età ai miei tempi ci si rendeva subito conto da che parte della barricata si era. La nostra famiglia era povera, numerosa e vivace come poche. Eppure il legame che con il tempo si è rafforzato, e che ancora oggi è vivo, è servito a proteggerci, a cullarci per molti anni. Ovunque andassi  ̶  per via del mio lavoro ero costretto a girare l’Italia  ̶  mi ritrovavo a dover fare i conti con l’ansia di mia madre, l’invadenza delle mie sorelle, per nulla scoraggiate dal mio tono seccato, e le innumerevoli chiamate dei miei fratelli che sembravano non poter fare a meno dei miei consigli o suggerimenti nemmeno per un attimo. Eppure per quanto mi sentissi soffocato da tutte le loro attenzioni, il loro affetto incondizionato mi dava la sensazione di essere sempre a casa e non essere mai partito.
E allora tu, terribile e spregiudicata malattia, per quale motivo ti arroghi il diritto di sottrarmi a tutto questo? Chi ti dà il potere di rovinare le mie cellule, di annientare le mie forze e sotterrami come so che farai presto? E se invece mi piacessero le loro attenzioni, se non potessi fare a meno di loro, perché sono la mia vita? Se il pensiero di non poter rivedere il sorriso di mia nipote, o quegli occhi così dolci e grandi e blu mi facesse impazzire?
Se… se vivere mi piacesse?

Sul vecchio mobile in legno chiaro, su cui è posto il telefono che non potrei mai arrivare ad afferrare, considerata la mia debolezza, è sistemata la mia agenda telefonica. Quanti contatti, quanti amici ho collezionato nel corso di tutti questi anni… Significa che sono stata una persona buona? Forse. Mi vogliono un sacco di bene e vogliono tutti venirmi a trovare, ad alleviare la mia sofferenza… Ma io rifiuto tutti. Sistematicamente. Come spiegare che non desidero farmi vedere in queste condizioni pietose? Pensano che non mi renda conto da solo quanta impressione possa suscitare, quanta pena e quanto dolore traspare da un mio sguardo? Come posso infliggergli tutto questo, proprio io che ho sempre riso e scherzato con loro? Con me hanno passato momenti allegri e spensierati, lontana la malattia, lontano il dolore fisico, lontani i pensieri atroci e sofferti che mi costa pensare ogni giorno ormai. Vorrei che conservassero nel proprio cuore un ricordo di me che almeno renda giustizia a tutti gli anni che ho vissuto, alle opere che ho compiuto, agli aiuti che ho dato e a quelli che ho ricevuto. Solo così potrò essere a posto con la mia coscienza. Come potrei andarmene, lasciare tutti, con il ricordo della pena che provoco?
Me ne andrò in pace, lasciando una memoria che col tempo si trasformerà in una dolce malinconia per una persona cara che non c’è più. E non in un dolore sordo, infinito che logora e consuma l’allegria, le risate che la mia vita ha vissuto.

Solo tre anni fa piangevo mio fratello, scomparso all’improvviso dalla mattina alla sera. E mentre ero lì, al suo capezzale, vedevo le lacrime di chi l’aveva amato e ricordo di aver pensato che nulla sarebbe stato più difficile di quello che stavo vivendo in quel momento. Quanto mi sbagliavo… la mia malattia mi ha insegnato che poteva essere più crudele e spietata di un ictus fulminante. In tre anni, mi ha mostrato come prendersi anche l’anima di chi resta al tuo fianco, ti aiuta a superare le crisi, ti coccola e ti ama ogni giorno, mi ha insegnato a comprendere il dolore altrui, a soffrirne più che per il proprio.

Il giorno in cui è nata è stato come se all’improvviso fosse apparso un arcobaleno di colori nella mia vita. Un fagotto, intriso di spontaneità e sorrisi, un piccolo fagotto biondo con gli occhi grandi e pieni di azzurro, le guance rosee e le piccole manine che si chiudevano a pugno quasi a voler afferrare un accenno di vita.
Mia sorella la teneva stretta tra le braccia, la coccolava, lei così rigida e composta, non riuscivo proprio a vederla nei panni di una dolce mamma, piuttosto me la figuravo come una donna pratica sempre pronta a soddisfare i bisogni fisici trascurando quelli psicologici. E lei, la piccola Frannie, se ne stava tranquilla tra le sue braccia a godersi le coccole e a fissare quel viso scarno a pochi centimetri dal suo. Pochi avrebbero immaginato che il suo temperamento focoso avrebbe sconvolto più di una volta la tranquilla vita di famiglia. Una ragazza dal cuore d’oro, la sua Frannie. Testarda, volubile eppure così tenera e bisognosa di affetto. Determinata a raggiungere i propri obiettivi, sono poche le cose potrebbero farla desistere. Avrebbe dovuto laurearsi lo scorso febbraio ma il dolore, la preoccupazione che il mio stato le provoca quotidianamente le impediscono di raggiungere la lucidità necessaria per concentrarsi sulla tesi e portarla a termine.
Sono due anni ormai che la mia malattia riempie d’angoscia i sonni dei miei parenti.
Avrei davvero voluto sparire da un momento all’altro come mio fratello, sarebbe stato meno penoso per loro: dovendosi subito rassegnare alla mia scomparsa, il loro cuore avrebbe trovato pace. E invece quest’altalena di emozioni che provocano la speranza di una imminente guarigione e la disperazione per un miracolo che non avverrà, non fanno che sospingerli in un limbo da cui vorrebbero fuggire, un infinito strazio che trafigge la mia anima e la loro.
La piccola Frannie adesso è grande. Ventisei anni vissuti in pienezza, cercando di afferrare ogni attimo di felicità, senza trascurare di provare angoscia qualche volta, ma non abbandonandosi mai alla disperazione e cercando sempre di reagire, reagire con volontà al destino, vivendo da protagonista la vita che le è stata donata e donando a sua volta il proprio amore e se stessa agli altri. Mi ricorda tanto me alla sua età… pensavo di conquistare il mondo, di essere padrone della mia vita: potevo lavorare e decidere cosa fare dei miei soldi  ̶ parte dei quali finivano in beneficenza  ̶ potevo uscire e divertirmi con gli amici di sempre, sposarmi e fare tutto secondo coscienza senza rimpianti, né rimorsi. E Frannie è una degna erede della mia vita. Me ne vado sicuro di poter continuare a vivere in lei…

Emiliana Erriquez