ANZIANO1
Il buio ha la tosse.
Poi continua con piccoli gemiti, scricchiolii e odori. Cattivi odori. Gemiti e non pianti che non si può dare fastidio. In fondo il buio è meglio della luce.
Aspetto questo buio rauco perché qui ho un po’ di pace. Come ogni carcerato.
Ne avevo sentito parlare quando ero piccola. O forse sono tornata bambina e il tempo è tornato indietro? È questa la storia di quelli che tornavano. Ma allora adesso dove siamo?
«Silenzio, bastardi!»
Il carceriere non vuole essere disturbato. Un campanello.
Ha osato.
Passi strascicati. Bestemmie. Mi tappo le orecchie, non mi piacciono le bestemmie. Non mi piacciono i rumori di schiaffi. È entrato qui, proprio qui. Adesso la luce ci acceca, ma non è per me. Io mi faccio piccola piccola, invisibile, raggomitolata sotto la coperta. Le gambe secche secche. Mi fingo addormentata. O forse morta. Sbircio da sotto la coperta, con un occhio solo. Non vorrei vedere.
Non so come, tutto finisce. La luce si spegne.
«Tranquilla, vedrai, ci verranno a salvare. Io lo so. L’ho letto sui libri di storia.»
La mia compagna non piange neanche più. Il buio si è fatto più silenzioso.
Non so come sprofondo nel sonno. Nel sogno.

I ragazzi mi guardano attenti. Quando io sono in classe non vola una mosca. Non capisco la collega di matematica che dice che sono una classe di ribelli. Certo la storia è più interessante della matematica.
«Professoressa, da Auschwitz quanti sono tornati?»
«I russi ne trovarono 7.000 ancora vivi.»
«Professoressa e lei come seppe la notizia? Da noi com’era la guerra?»
«Oh, io ero piccola. Quando finì la guerra avevo solo sei anni. Non mi ricordo molto.»
Che bello guardare queste giovani menti curiose. Questi sono i nostri figli, quelli che ci accudiranno quando saremo vecchi.

Ripiombo nel buio. Ora il mio corpo abbandonato non ha più l’elasticità di una volta. Non sento la gonna rimbalzare intorno alla mia falcata elastica. Non cammino più. Sono una “non autosufficiente”.
Tra poco sarà veramente giorno e ricomincerà la tortura. Preferisco questo buio con la tosse.
Da qualche giorno il buio ha un piccolo occhio rosso. Lo vedo lì in alto, in una crepa del muro. Gli occhi sono l’unica cosa buona che ho, prima di venire qui ho fatto le cateratte. Due, tre… quanti anni fa? In che anno siamo?

Oggi ho visto un altro piccolo occhio rosso, in sala mensa. Proprio mentre l’aguzzino mi ficcava in gola il cibo. Lo so, è scomodo darci da mangiare, soprattutto noi che stiamo sulla sedia a rotelle: è ingombrante e quando ci fanno mangiare ci cade tutto addosso. Mi è scappata una protesta.
«Magari crepi, brutta vecchia stronza.»
Ho preso una sberla. Io che quando insegnavo a quelli dell’età sua non li ho sfiorati nemmeno con un dito. Poi è andato via. Quando nessuno guardava ho alzato gli occhi e ho parlato all’occhio rosso. Ma tanto sono solo una vecchia rimbambita, nessuno fa caso a quello che faccio. Se non do fastidio.

Ho aspettato solo che la giornata finisse, parcheggiata lì sulla sedia a rotelle. L’unica ragazza brava che c’era, quella che sembrava un angelo in questo inferno, è andata via. L’ho vista piangere quando erano troppo duri con noi. Non ha resistito. Qui le anime candide o si sporcano o se ne vanno.
Mi hanno pulito il sedere, finalmente, e mi hanno detto ancora che puzzo come una capra, che gli faccio schifo. Io mi vergogno, lo so che puzzo, lo so che potrei fargli il favore di crepare. Farei un favore anche ai miei figli, si venderebbero la mia casa e risolverebbero un po’ dei loro problemi. Sono mesi che non li vedo. La mia pensione non bastava per una badante notte e giorno.

Finalmente un altro giorno è passato. Ora sono un po’ meno sola. Guardo ancora l’occhio rosso in camera da letto e prendo un po’ di coraggio. Chissà se in questa Auschwitz, qualcuno ci verrà a salvare.
«Venitemi a liberare» dico in un sussurro.
Cerco di addormentarmi, inseguendo un nuovo sogno.
Il buio ha ancora la tosse.

 

Dirce Scarpello
Photocredit: sordionline.com (14.01.14)