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LU-ciano: «Hai messo gli occhiali e la cuffietta?»
P-aolo:«E tu hai limato le unghione?»
O-ttavio: «Oggi faccio io il CATTIVO. Dalla nonna deve andare.»
Passano tutti e tre sul motorino che sbanda con quelle membra ciondolanti mentre dovrebbero essere frenate, fermate. Vanno più in fondo, sempre dondolando sulla strada sterrata che porta al casolare, mentre la nuvola di polvere non li fa desistere. Non hanno bisogno di aspettarla sul sentiero, di convincerla a non andare dalla nonna.

È bastato farlo qualche tempo fa. Ora lei c’è dentro, che lo voglia no, che lo capisca o no. E loro sono dentro di lei.
Si travestono da amici, da compagni e poi ognuno di loro diventa una parte dell’orrida belva pelosa della favola, quella inventata dagli uomini, quella che fa paura ai bambini, e nel loro essere parte ognuno pensa che non ha colpa, che le altre parti non oseranno tanto…

«Vado dalla nonna! »
«Ce l’hai il telefonino?»
«Sì. Ma’, sta’ tranquilla.»
CA-ra mamma, P-otrei dirti, PU-rtroppo CCE l‘ho il T-elefonino ma non serve…TOh! brutti st-ROnzi mi me-SS-aggiano pure. O-ggi alle quattro. Ci vado, che si credono? Che mi mettono paura? Più di quello che hanno fatto su di me non si può fare! Ah.. ma io metto su un casino che faccio scoppiare il paese! E pensare che mi ero innamorata di Luciano…Ma quello senza quei due non fa niente.”

«Venite fuori, pezzi di merda.»
Il vespino è arroventato sotto il sole. Loro sono qui da ore a non far niente. Fanno “sega” a scuola un giorno sì e uno no, i genitori “rompono” quando possono, ma c’hanno da lavorare. Per pagare la miscela al loro motorino e anche “lo spino”, forse.
«Fa caldo. Entra tu.» Tira il saliscendi e la porta si aprirà.
Luciano, Paolo e Ottavio stanno “carichi” sopra il vecchio materasso.
Un telefonino lancia una musica ritmata, cominciano a muoversi tutti e tre come orsi, nel frattempo è entrata. Le sono intorno, la cominciano a toccare, se la spingono l’uno verso l’altro come il gatto col topo.

«Ma che fate, stronzi! Sempre a una cosa pensate!»
Carla si fa più piccola che può.
«C’è… c’è una cosa che devo dirvi.» Il segreto tenuto nel cuore, è un cuore arrabbiato. Tutto comincia a girare nelle loro teste.
«Vi farò passare i guai. O mi aiutate… o racconto tutto!».
È un attimo. Il corpo peloso della belva comanda alle membra che ubbidiscono, lei è in sua balìa. Forse attende l’ennesimo possesso violento, di ingenua perversione, quello che farà dire a mezza bocca dal paese e a voce alta dall’avvocato che se l’è cercata.
Poi, tutto finisce in un pozzo.

Lorena è stata uccisa nel 2008. Aveva soltanto quattordici anni. Oggi ne avrebbe avuti ventidue di anni, come mia figlia.

Dirce Scarpello

Photocredit: Dirce Scarpello