Il sacrificio di Ifigenia

La violenza era di casa nell’estetica dell’ipocrisia. Come poesia pura e autentica in forma di prosa fino all’etica della fenomenologia dello Spirito, nella notte democratica di vacche tutte scure, eterno divenire del terribile destino della donna Creatrice di figli morti o madre delle loro ossessioni.

Dietro le maschere liftate della colpa incompiuta a vivere l’offesa violenta nella carne e nel corpo. Offesa senza un senso nella banalità del male, eterno ritorno all’arkè naturale della bestialità umana nel pathos di un dramma che non si fa mai tragedia nei tribunali catodici del nihilismo incarnato di libertà, Amleto e Otello vittime e carnefici dell’amore materno, con diritto di violento possesso di uomini effettuali a continuare il potere come fine e come mezzo, nelle città anomiche di coiti amorali e anaffettivi.

Agamennone continua a sacrificare Ifigenia, in nome degli dèi favorevoli alle guerre del potere, degli uomini guerrieri e degli dei legislatori di destini.

Alla giovane vergine lasciava parole di offese:

“E se Artèmide il mio corpo come vittima chiedea, dovrò forse io, che mortale nacqui, oppormi ad una Dea? è impossibile. Per l’Ellade cader vittima acconsento. Io sia spenta, e Troia cada; mio perenne monumento sarà questo, questo gloria, questo figli, questo imène….”.

La nostalgia della Grecia solare nelle giovani Ifigenia e Antigone, sorelle nel dolore e nella violenza della “legge”, violenza e dolore dell’anima che lotta con accenti divini il tormento violento delle pieghe dello spirito d’amore .

Violenza violata che brucia la vita di una sorte felice per natura incolpevole e per forma nemica civile .Violenza di chiudere nella gabbia di ferro la luce della vita Occhi che guardano al cielo e parole che sentono il cuore.Vietato agli sbalzi di umori tra il sole e la luna : “Beato chi partecipa da saggio alle delizie di Afrodite, di un’Afrodite non intemperante e chi sa essere sereno di fronte a passioni devastanti. Perché il biondo Eros tende l’arco dei piaceri sia verso una sorte felice, sia verso un’esistenza turbata“.

Nei giochi dell’amore, violenza smisurata, mostruosa in nome della legge e della convivenza civile nelle fauci dissacrate del Leviatano, è la morte degli occhi, come pena contro natura: Antigone  sente il dolore dell’abbandono degli dei e l’incomprensione violenta dei suoi concittadini: “Ahi, mi schernite! Deh, pei Numi patrii, perché non attendete ch’io sia lungi, e l’ingiuriami scagliate sul viso, o patria, o della patria cittadini opulenti? Voi, fontane dircèe, te, sacra selva dell’equestre Tebe, or testimoni invoco, come, non pianta dagli amici, io movo, e per che leggi, a un carcere, a un sepolcro, ad una fossa inaudita. Oh misera!Ospite non di vivi né di morti, non d’ombre né d’uomini sarò.”

Nel destino secolarizzato di essere gettati nel mondo a coltivare parole per scrivere su sassi chiari e freddi, donne violate e sporcate nel corpo in ossequio del nulla.

Nel mondo dell’istinto incontrollato di un possesso vuoto, il corpo offeso viene aperto alle ferite della carne non come possibile altare di una vita di relazione ma corpo inerme, offeso e senza via di difesa o di fuga: orrorismo di una violenza a tempo determinato dalla sporcizia non richiesta di eiaculazione precoce, che non sa farsi dominio per debolezza e vigliaccheria nell’ansia di perdere un “io”.

Un io diviso, smarrito nella dissolutezza un attimo di frenesia nell’atto del morire del tutto come corpo erotizzato, ucciso e sacrificato nello spirito nell’ atto frammentario dell’avidità del supplizio e dell’offesa di un eros mortifico nella legge della carne.

Mauro Orlando

 

Photocredit: Il sacrificio di Ifigenia