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Il mondo mi è caduto addosso.

Era un mare scuro, melmoso e profondo, dovevo nuotare anche se non ne ero capace.

Il mondo mi è caduto addosso, schiacciandomi, un pomeriggio di metà febbraio. Dall’alto del tuo Ego, me lo hai scaraventato addosso.

Tutto, intorno a me, sembrava irreale: pensavo di trovarmi in un sogno. Ma non mi sono mai svegliata e a volte mi chiedo quale sia stata la realtà e quale la finzione, se ci siano stati dei segnali premonitori, se avrei dovuto dare più ascolto al disagio che provavo, a quel nodo alla bocca dello stomaco. Se i messaggi di lei, corredati da innocenti cuoricini, fossero davvero innocenti come tu mi hai fatto credere.

 

Ciò che provavi tu, era sempre più importante dei miei sentimenti.

Hai detto che eri confuso, che non mi volevi più. Poi sei tornato sui tuoi passi, mi hai regalato rose e cioccolatini; mi hai stretto tra le braccia, nel nostro letto, dicendo che volevi cambiare, che volevi ritentare, che sei anni non potevano essere buttati via così. La situazione non ti sembrava poi così grave. Sei sempre stato così: ciò che provavi tu, era sempre più importante dei miei sentimenti.
Dopo sono arrivati i rimproveri: non ti spronavo abbastanza, non mantenevo vivo l’interesse nella nostra relazione. In quel momento, mentre le tue labbra si articolavano in quelle parole scialbe, ho capito che non ti avrei rivisto mai più. Ho capito che non eri un uomo, ma solo un bambino che si divertiva a farsi la barba, e a portarsi a letto una donna dal cuore tenero. Una sciocca. Una stupida come me che nell’amore ci credeva davvero.
Una che adesso non sapeva da dove ricominciare.
Così un giorno sono tornata a casa e, senza nemmeno guardarmi negli occhi, mi hai detto che dovevo andarmene. Che ti facevo pena invece, me lo hai detto dopo, al telefono, perché gli uomini come te non sono in grado di guardare una donna negli occhi. Gli uomini come te, sono poco più che ragazzi alla disperata ricerca di loro stessi. Temo che non ti troverai mai.

 

Calpestavi il nostro amore. Il mio amore.

Il mare era scuro, melmoso e profondo.

Non ho mangiato né dormito per un mese, o forse più. I ricordi sono confusi, quasi avessi cambiato pelle, mente, corpo; crisalide che pian piano esce dal bozzolo, liberando la farfalla. Ho passato notti d’inferno, pregando di poter avere ancora una volta un tuo abbraccio, di sentire di nuovo il tuo odore che stava così bene sulla mia pelle. Preoccupandomi per te. Ti pensavo fragile, solo e triste: invece ti rotolavi già tra le braccia di un’altra e calpestavi il nostro amore. Il mio amore.
Avevi ristrutturato un casale in campagna e ne avevi fatto la nostra casa. Poi un paio di moine sono state sufficienti a farti allontanare da me. Vorrei sapere se, nel tuo cuore o nella tua mente, da qualche parte nella tua coscienza, ti sia mai ricordato di non essere solo, che c’ero sempre stata io ad aspettarti, in quella casa che non ho mai sentito nostra, a sostenerti in tutte le sfide difficili che hai affrontato. Pensi che lei, che a malapena ti conosce, possa darti qualcosa in più di qualche ora di piacere? Forse te ne sei già pentito. Forse no.
Da quando sono sola, ogni giorno il telefono squilla. All’altro capo non c’è nessuno e mi chiedo sempre se non sia tu. Ma devi sapere che ora ho la forza sufficiente a voltarti le spalle dopo averti guardato negli occhi, se dovessi incontrarti.

 

Pensavo che il mio amore potesse bastare

Sono sempre stata sola con te. La mia voglia di stare insieme era inopportuna. Voler fare l’amore significava considerarti una macchina. Sai, quando eravamo insieme, nel letto, avvinti e occhi negli occhi, ero felice, eppure sapevo che quell’equilibrio si sarebbe spezzato prima o poi. Infatti dopo qualche giorno tornavi l’uomo che non deve chiedere mai e io la stupida donna sicura di riuscire a cambiarti.
Mi sono spesso domandata se non avessi ragione, forse ero davvero infantile come dicevi. La risposta è arrivata col tempo: no. Ero solo innamorata e, ingenuamente, pensavo che il mio amore potesse bastare. Credevo che le mie spalle sarebbero state abbastanza forti e grandi per provare amore per entrambi. Mi sbagliavo e non capivo che l’amore non è dare, nonostante tutto, ma è condividere.

 

Avrei dovuto ascoltarmi un po’ di più.

Con me condividevi a malapena il letto: esistevano i tuoi bisogni e i tuoi sogni, dei miei non t’importava molto. In fondo, ero solo una donna.
In realtà ero una che non desiderava farti da schiava per tutta la vita e che, a volte, ha creduto di non avere nulla a che fare con uno come te. Avrei dovuto darmi retta, ascoltarmi un po’ di più. Perché, sai, noi donne troppe volte, facciamo finta di essere felici per paura di star male.
Ero in un mare scuro, melmoso e profondo e credevo che avrei perso tutto: l’amore, una casa, la vita.
Pian piano mi sono guardata dentro e intorno. Mi sono svegliata dal lungo sonno in cui ero caduta e ho visto. Era per rimanere accanto a te che stavo perdendo la mia vita e, ora che l’avevo recuperata, avrei dovuto impiegare tutta la mia forza di volontà per salvarla. Dovevo volerla, la vita.

 

Tornare non è affatto facile

Ma la vita è più forte di ogni altra cosa: più forte del dolore, del rimpianto, dei sogni infranti, più forte di te. Puoi decidere di buttarti via ma lei ti scorre davanti agli occhi e allora capisci che non puoi più attendere oltre, che devi tornare.
Tornare non è affatto facile. Ti ritrovi a convivere con una persona che non incontravi più da tanto tempo e, guardandoti allo specchio, arrivi a chiederti se la donna che vedi sia davvero tu.
Mi sono riappropriata della mia quotidianità: dei suoi suoni, dei suoi odori, dei suoi oggetti. Di quello che ero prima di te. Di quello che desideravo essere prima di te.
E così ho tenuto la testa alta nel mare melmoso della tristezza, delle domande del dolore e del turbamento.
Le sfide più grandi capitano solo a chi è davvero in grado di affrontarle, voglio essere ottimista. Voglio infondere nel mio cuore e nella mia mente l’ombra di un sorriso e il profumo di un fiore, voglio credere.

 

Ho imparato a nuotare

Tornare a vivere è sentire una risata, nell’anima; una risata irrefrenabile che sgorga dal cuore e arriva dritto alle labbra, agli occhi, e ti invade. Come l’onda che arriva sulla spiaggia: nonostante si ritiri, ha lasciato la sua traccia.
Non sei che un ricordo. A volte la tua assenza fa ancora male, ma il tocco delle tue mani, le stesse che hai tentato di usare in modo improprio, è ancora vivo sulla mia pelle e così tutto ciò che sento è repulsione. Per ciò che sei stato, per ciò che sei e per ciò che sarai. Per ciò che io sono stata accanto a te. Ora posso sorridere e riderne.
Io sono tornata.

 

Non ero in grado di nuotare eppure, credendo di annegare a ogni bracciata, l’ho fatto. Sono arrivata dall’altra parte dell’oceano, ho superato le Colonne d’Ercole.
I miei piedi si sono posati su una terra ignota ma non ho più paura.
Io non ho più paura.
È così che ho imparato a nuotare.

Annalisa Dominijanni.