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Di colpo ho saputo che c’eri. Lettera a un figlio.

È stato un battito, un frullo d’ali, come l’esplosione di un perfetto big bang nella luce fioca del mio bagno, un mattino qualunque. Bum, bum, bum. È tutto uguale attorno a me, ma non lo sarà mai più.

Sono istanti di una attonita perfezione, dove prendo coscienza, una coscienza alquanto sbalordita, del fatto che tu ti stai già nutrendo di me, che cavalchi nel mio utero mentre milioni di cellule operose, in un silenzio assordante, compiono il loro miracolo e si fanno corpo, tratti, organi, vita.

Ci sei tu, ci sei davvero.

Come il mio corpo di ogni giorno, quello che mi porto appresso da una vita, così banale, abbia potuto originare un simile miracolo è sorprendente. Sei vivo, ti muovi, cresci, nascosto nei meandri del mio ventre. Sei solo mio. E c’è così tanto di cui dovremo parlare, io e te. Hai tanto da vedere, dal sorgere del sole al mattino, alle foglie che spuntano, alla bellezza di un istante come questo. Mi cullo nel sogno di te, capisco nuove cose, accetto di cambiare tutto per amore.

È una resa incondizionata alla vita. Con timore e fiducia mi reco alle visite, facendo danzare le mani mentre parlo di te, e noto con stupore il mio ventre crescere e farsi tondo, planetario, ogni giorno di più. Non è una bugia, non è un’illusione: ci sei. E tutto assume una dimensione di realtà così immensa e riverberante di echi, di giorni sognati e immaginati, di progetti senza orizzonte.

Esisti. Sei mio, sei me, sei lui. Sei tuo padre e tua madre, sei quelli prima di te. Sei il mio domani, il mio lascito, il mio grido al mondo. Sei, sarai. Che parole magnifiche danzano fuori dal mio cuore mentre sogno di te. So che desidererò solo la tua felicità, che ti amerò come non credevo possibile, ma so anche che mi farai arrabbiare,che certi giorni mi renderai furiosa e poi magari orgogliosa della lotta che ingaggerai nell’affermazione della tua personalità. So che mi somiglierai, o chissà, forse di me avrai solo echi lontani, pescati dai libri nascosti della nostra genetica. Che mi deluderai, mi odierai, e un giorno magari rinnegherai il mio nome. Ci faremo soffrire, ti dirò no dolcissimi e pieni d’amore, mi concederò errori, per farti capire il gusto amaro dello sbaglio. Perché figlio mio, io ti vorrò immensamente più grande e migliore di me.

Se c’è una cosa che so già che non potrei perdonarti è sprecare questa vita imperfetta e bellissima senza nemmeno averci provato. E quando sguscerai da me e finalmente vedrò i tuoi occhi fissarmi, forse non ci riconosceremo subito, ma avremo lo stesso profumo, lo stesso corpo ancora per un attimo. Appagata e libera dal dolore, proverò l’istinto animale del nutrirti, del sentire il tuo primo respiro.

Poi sarai del mondo e l’esistenza, la tua reazione a essa, ti contamineranno.

Ma solo allora io avrò iniziato il mio compito più duro.

Mostrarti la vita, perché tu possa usarla come uomo libero.

Emily Pigozzi

(Photo credit Emily Pigozzi)