Quella notte dormii con Annamaria, una delle figlie  della signora Elda, e il vento sibilava tra gli infissi della grande finestra. Mi premeva sapere se mia madre avesse partorito una femmina ma dovevo aspettare.

Finalmente arrivò il giorno e corremmo a casa.

Salimmo le scale e fummo davanti al lettone dove giacevano mia madre e un fagottino con gli occhi chiusi. Era un maschio!

Mio padre era raggiante, mia madre sfinita. Mario, l’amico di mio padre, gli dava grandi pacche sulle spalle e si complimentava con lui per quello che aveva saputo fare…!!

Io ero perplessa ma non contrariata, Margherita era visibilmente preoccupata, Mariella…non si sa. Fu chiaro solo dopo qualche settimana, e ancora di più dopo qualche mese, e sempre più dopo qualche anno che io non ero più la piccola di casa, ma lui: il Principe ereditario!

GELOSA DI MIO FRATELLO

bimbaCominciò a insinuarsi in me la paura che mi avrebbero sbattuto fuori di casa da un momento all’altro, ed ero sempre in uno stato di angoscia e di rassegnazione, pronta a uscire dalla porta di casa.

Finché tutto questo non si trasformò in una recita, uno sforzo immane che mi avrebbe salvato la vita e che durò per un bel po’.

Cominciai a fare il maschiaccio, esasperando tutti i peggiori comportamenti dei miei compagni di gioco. Era l’unica via di scampo, l’unica possibilità di sopravvivenza. Una bambina che ne sa della bellezza di essere donna? Non sa niente degli uomini e dei loro tramacci. Non sa che si può essere una donna forte e migliore, non conosce la dolcezza della maternità; una bambina cerca soltanto di sopravvivere, se nessuno glielo spiega.

ERO UN MASCHIACCIO

Perché nessuno me lo ha spiegato che, essere donna, è il meglio che possa capitare?

Così trascorrevano le mie giornate più luminose, tra giochi, lotte
forsennate e confusione. Verso i sei anni ero violenta, capelli cortissimi con sfumatura “all’Umberto”, sempre in pantaloni, cosa rara in quegli anni per
le femmine.

Mi divertivo a spaventare le altre bambine e avevo fama di essere terribile. Mio padre sorrideva di tutto questo e ci vedeva l’energia e il carattere di una figlia che aveva gli stessi comportamenti da lui apprezzati nel passato regime. Mio fratello fu sempre un bambino tranquillo e introverso, e io non potevo fare a meno di amarlo teneramente, scambiavo figurine e biglie per avere qualche macchinina da portargli. Come un risarcimento. Noi tre fummo per lui come le sorelle Materassi.

6304947079_3763bd5f2a_zIntanto, continuavo con la mia recita. Ci tenevo che tutti mi scambiassero per un maschio e mi facevo portare dal barbiere di mio padre, perché quello era un altro momento di grande popolarità. Mi prendevano in braccio e venivo posta su di un alto sgabello che aveva, sul davanti, una testa di cavallo in metallo. Mi sembrava d’argento e avevo l’impressione di cavalcare, aggrappata con le mani a due maniglie poste ai lati delle orecchie.

Mentre mi perdevo su dolcissime colline, frustata dal vento secco del nord, il barbiere continuava a raparmi tra le risate sue e di mio padre, fino a dissipare ogni dubbio sul fatto che fossi un maschio. Tuttavia, i dubbi rimanevano, per me naturalmente!

Perché io ero la più difficile da convincere, così cercavo argomenti sempre più persuadenti che mi mettessero al riparo dalla paura di essere una femminuccia “capa di pezza” lagnosetta, perdente e abbandonata! Allora pensai di fare una cosa che avrebbe risolto definitivamente la questione.

VOLEVO ESSERE UN MASCHIETTO

Quella mattina, avrò avuto cinque-sei anni, aspettai, come sempre, che passassero davanti a casa mia gli studenti che si recavano all’Istituto Tecnico Commerciale e, quando vidi arrivare un gruppo numeroso di giovani, mi accostai al muro, come avevo visto fare dalle mie compagne di gioco, e sbottonai la braghetta che avevo voluto sul pantalone confezionato da mia cugina Nunziatina. Intanto, guardavo verso il gruppo che mi si avvicinava e continuava a scherzare e a schiamazzare, incurante di quello che doveva sembrare un normale comportamento dei monelli che pisciano sui muri.

strongisthenewpretty05Avevo bisogno di una platea credibile per uno spettacolo inequivocabile. All’inizio, ero preoccupata e tesa, e mi sforzavo di spingere per urinare. Niente! Gli sfinteri erano serrati per la tensione. Poi, pian piano, cominciai a rilassarmi. Misi perfino le due dita della mano destra, l’indice ed il medio, posizionati sull’abbottonatura del pantalone perché avevo visto fare così, solo che ai miei compagni, tra l’indice ed il medio spuntava fuori il pirulino ed io non lo avevo…

Questo fatto mi procurava non poca preoccupazione sull’esito della pipì. Guardavo di fronte a me, speranzosa che da un momento all’altro zampillasse fuori dal pantalone una lunga pipì orizzontale che bagnasse inesorabilmente il muro!! Ed ecco, finalmente, che la vescica mollava e lo sfintere si apriva, poi giunse una sensazione di calore sulle mutandine, ma niente schizzo sul muro!

Poi sulle gambe… Il muro era sempre asciutto, ma non le scarpe.

E INVECE  ERO FEMMINA

Ero impietrita! Non riuscivo a muovermi. Credo di essere rimasta con la bocca aperta e gli occhi sbarrati incollati al muro per più di qualche istante. Insomma, la pipì era stata verticale, era colata giù e non aveva zampillato. Fu la
sensazione più brutta e frustrante che avessi mai provato. Piansi.

Ero femmina! Irrimediabilmente femmina!

Autrice:  Giovanna De Maio