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L’odore di bimbamia.

Entro nella tua stanza e mi accoglie una caotica esuberanza, quella che rimane e pervade tutto ciò che hai anche solo sfiorato. Apro la finestra, deve entrare l’aria a fare respirare le pareti e le cose, ma anche a portarmi sotto le narici il tuo odore. Odore di bimbamia. Cerco nel cassetto grande dell’armadio e trovo quella sciarpa che ti piace tanto, che mi piace tanto tant’è che la metto subito. Non è vero, la metto solo per sentire addosso quell’odore. Guardo l’orologio, vorrei chiamarti ma ora non posso, non devo turbare la tua nuova intimità. Vorrei sentire la tua voce, io che posso.

Madri abituate a vivere con una spina nel cuore

Stanotte non ho dormito.
Ho pensato ad altre madri, a quelle che come me si aggirano in stanze vuote. Definitivamente vuote, però. Madri abituate a vivere con una spina nel cuore, la lontananza dalla loro carne, spina che nel tempo diventa quasi callo nel nome della felicità di quella carne. Felicità che è fatta di sogni e aspettative, opportunità, studio e duro lavoro, un trolley sempre appresso e la valigia della roba sporca al rientro per le festività, un contatto intenso e fuggevole per fissare negli occhi e nel cuore l’ultimo taglio di capelli, il fisico un po’ dimagrito, una felpa mai vista che diventa subito cara perché è la loro carne che la indossa. È questa parola carne che mi ossessiona, pensando a quelle ragazze che non ci sono più.

Le nostre nonne generavano a più non posso

Nei tempi andati, e ancora non troppo tempo fa, le nostre antenate e persino le nostre nonne generavano a più non posso. Beate quelle donne che potevano mascherare il loro lutto per un figlio perso, nella confusione delle tante vite che restavano! I figli sparsi sulla terra tornavano alla terra per le guerre e le malattie, ma il dolore doveva coglierle come malinconia passeggera, come accettazione di un Fato ineluttabile, spesso lenito da una fede taumaturgica. Più spesso non c’era tempo per il dolore, un altro figlio da cullare, da amare e tanti altri pronti a rapinare l’amore di una madre con egoismo predatore. Oggi no.
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I figli sparsi per il mondo sono un patrimonio collettivo

I figli sparsi per il mondo a cogliere la loro opportunità sono ognuno il magnifico, grande e definitivo investimento affettivo della propria madre. L’unico senso della vita. Anche per chi non li ha generati, a guardar bene, perché il loro intelletto, le loro potenzialità, le loro aspirazioni sono comunque un patrimonio collettivo, un passaggio generazionale che si è interrotto bruscamente su una striscia d’asfalto, per un colpo di sonno. Quel Fato non era ineluttabile.
Apro ancora qualche cassetto, ripongo qualche cosa che ho stirato per quando verrai a prendertela. In sottofondo la TV cambia improvvisamente registro e la mia attenzione si sposta sugli attentati. Siamo tutti lì, nel buio di quella metrò o nel grande aeroporto sventrato a domandarci quando tutto ciò finirà.

Dovremo abituarci a convivere con la paura.

Ho la sensazione che dovremo abituarci a convivere con la paura, amplificata dall’avere sempre a disposizione ogni possibile notizia. Il filtro dell’ignoto era un paracadute del cuore, la connessione h24 è diventata un’allerta perenne, un’altalena cardiotossica tra l’illusione di avere a disposizione un mondo dalle mille opportunità e la vastità del male che se ne può impadronire. L’uomo di oggi ha paura, una paura enorme, direttamente proporzionale alla sua possibilità di avere notizie. L’uomo ha sempre avuto paura, della guerra, della fame, del cattivo padrone, ma aveva l’illusione che quella fosse la sua personale contingenza. Ora spargiamo figli in un mondo di cui scopriamo di continuo la pericolosa complessità e al tempo stesso la bellezza, immortalata nei selfie dei nostri figli, con la sola speranza che sia valsa la pena per loro averci lasciato qui, a casa, solo una sciarpa col loro profumo.

in ricordo delle 7 ragazze italiane morte il 21 marzo in Catalogna
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Dirce Scarpello

photocredit: Dirce Scarpello; www.studiocon-te.it ; meteoweb.eu