IMG_20151206_190636Due cose contavano più di tutte nella vita di Dolly: i ‘mi piace’ su Facebook  e le mattonelle del bagno – quelle di fronte allo specchio– sempre lucidate a nuovo. Perché Dolly sapeva perfettamente che quando fai un selfie tra lo specchio e le piastrelle alle tue spalle, il contorno deve essere perfetto. Non era una sprovveduta. E poi, fondamentalmente, tendeva a non giudicare i suoi contatti più inesperti: tutti possono sbagliare, «errare unanimus esti», questo era il suo motto.

Quel che distingueva Dolly dalle altre era proprio il giusto mix di gusto e creatività per non stancare i seguaci. Nei duecentosettantaquattro autoscatti al suo primissimo piano dai boccoli color melanzana, Dolly non rideva mai solo perché le ingrassava il viso. Il suo punto di forza era la Sparroufeis, così si chiamava –almeno credeva– vale a dire la bocca da passerotto. Sì, perché la bocca a papera era ormai fuori moda. Il suo modo unico di protendere le labbra non aveva nessun fine metafisico se non quello di far sparire le guance e pronunciare gli zigomi. Nel frattempo avevano anche inventato Instagram. Adesso i selfie si potevano fare anche in pigiama; tanto poi si tagliava il contorno e con i filtri si trasformava tutto. E Addolorata diventava Dolly.

Se solo avesse potuto ritagliare il suo nome come la cellulite nelle foto…

Invece, si ritrovava quello della nonna di Triggiano, in una città cosmopolita come Albano Laziale. Per fortuna a Facebook non importava nulla di chi lei fosse realmente; qui, la vita di Addolorata si riduceva a un’immagine: pochi fotogrammi in cui poteva diventare chi voleva, proprio come diceva Freddi Merchuri. E quella mattina Dolly era la sua immagine del profilo; raffinata, elegante, con un pizzico di creatività per non cascare nel calderone delle bocche a papera: un semplice primo piano sugli occhi bassi in una parvenza di pensiero melanconico, le labbra protruse da passerotto e, colpo di genio per coinvolgere i contatti più ‘colti’, una Faber Castell che spuntava dall’orecchio sinistro. Un successone. Cinquantasette like e una pioggia di commenti. Tra i tanti, il più glorioso ed erudito, quello di Gino ‘Er Poeta’: «Ammazza, a Do’, ke bellezza. Me pari la Venere de Nilo

Pochi giorni prima, un suo contatto particolarmente invidioso aveva scritto che avrebbe dovuto puntare sui ‘contenuti’; che non sarebbe andata lontano con un certo tipo di foto, di livellarsi verso l’alto, di dar voce alla sua voce. Quanta bigottità in quelle frasi fatte! Vai a spiegare che la bocca da passerotto non è da tutti e soprattutto, che duecentosettantaquattro selfie tutti diversi sullo stesso primo piano può permetterselo solo chi c’ha lo Sciarm o tutta la linea autunno-inverno di Accessorize. E comunque anche i Poison nel 1984 facevano la bocca a papera nelle foto e nessuno pretendeva che declamassero un esametro dell’Eneide.

Eppure, quella mattina, Addolorata s’era svegliata con un senso di inquietudine. Era lì, lo sentiva fin dentro lo stomaco. Forse un presentimento, forse solo la carbonara del giorno prima….ma sentiva che urgeva un cambiamento. Doveva dimostrare al mondo virtuale di essere finalmente cresciuta. Le occorreva un simbolo, un gesto plateale…ecco: sarebbe passata dal melanzana al biondo platino. Si congratulò con se stessa per la capacità di reagire alle avversità e, infilandosi le calze contenitive, si riversò in strada per raggiungere la parrucchiera e la sua metamorfosi.

Fu Calogero, il figlio del panettiere, a tagliarle la strada. Era serio e agitato, la mano destra stretta in un pugno sulla coscia ancora impolverata di farina. Sembrava cercare le parole giuste, e quando le trovò, le disse tutte d’un fiato: «Addolorata! Ieri l’altro ti ho vista, sei passata dal panificio col fiatone e il cellulare in mano. Ad un certo punto hai sorriso. Ecco: ti volevo dire che quando ridi il viso diventa tondo come il pane di Altamura e sotto tutto quel trucco mi sembra di vedere una bambina al luna park dell’Eur. E mi piace.»

Le ciglia finte di Addolorata si soffermarono sui capelli arruffati di Calogero per poi scendere sull’orrenda camicia a manica corta, fuori moda da almeno tre stagioni, infilata in un paio di jeans di due taglie più grandi. Non aveva capito molto bene la storia del pane, e se non avesse avuto quel nome impronunciabile e una sciagurata predilezione per gli abiti vintage non sarebbe stato malaccio. Ci pensò su per tre secondi: ad un primo sguardo poteva sembrare un caso senza speranza ma, con i filtri di Instagram, Calogero avrebbe potuto dare grandi soddisfazioni. Forse era arrivato il momento di aprirsi al cambiamento e ai selfie di coppia.

Soffocò un sorriso inaspettato per non far sparire gli zigomi e concluse: «A Calo’, ma se te chiamassi Kalvin??»

Francesca Mola

Photo credit: Imma D’Aniello