Simona

Voi le conoscete le anime belle? Io sì. Ho imparato a riconoscerle, anche se, a volte, prendo certe cantonate! La prova del nove, quella che ti dà la certezza di averne trovata una, è il tempo. Così, nel tempo è cresciuta la mia amicizia con la donna coraggiosa che andrete a leggere. Nel 2010 non mi stava troppo simpatica, sempre figa, sempre tra la neve. La conobbi di persona nel 2011: io, insieme a Mariangela Camocardi, la Queen del romance, presentammo Romance Magazine al Women Fiction Festival. Lei ci braccò con la sua ignobile gentilezza, la sua umiltà e la determinazione nel voler  diventare una scrittrice. Non dimenticherò mai le sue parole di elogio proprio per me che la guardavo con sospetto. Non ci misi molto per capire che Simona era così, verace e combattiva, vulcanica e tenace, e tanto, tanto buona. Un cuore grande non si può immaginare. Una che si ama o si odia. Lei è come la vita ed è la vita stessa. Bella e cruda, dura e sincera. Senza i suoi fogli sparsi, l’editor della Delos Book, la scrittrice dell’Harlequin Mondadori oggi scompare e racconta la sua battaglia, la sua grande guerra. Da guerriera.

Rosanna Santoro


 

 

Non credo in molte cose.

Sono religiosa, ma cattiva praticante. Mi immergo in ciò che i miei occhi permettono ogni giorno di “vedere”: il cielo blu, i gabbiani che strillano alti nel cielo, un albero che, nonostante il cemento continua a crescere rigoglioso e potente più dello scempio umano.

Il sorriso di un bambino che tende le braccia alla madre e lo sguardo di un anziano pescatore, il volto arso dal sole e deformato dalle rughe, ma rassicurante e forte. Questa è, o perlomeno era, la mia vita. Tranquilla, nessuno scossone sino a tre anni e mezzo fa, quando il mondo e tutto ciò in cui credevo ha rischiato di crollarmi addosso come scosso da un terremoto, una rovina di pietre pesanti. Troppo pesanti.

Sono felicemente sposata, ho una figlia adolescente, un lavoro che amo, una vita agiata. Forse è per questo che è accaduto; ero troppo felice. Io avevo troppo. Mi si doveva togliere qualcosa, forse per donarla a qualcun altro.

Par condicio, è così che oggi amo pensare.

Finché nella tua vita non accadono certi fatti, non pensi potranno mai toccarti, ti credi invincibile. Ti dispiace per gli altri, ma passi oltre, vai avanti per la tua strada col sole in fronte, con quell’aura di finto potere che ti accompagna ogni giorno, con spavalderia. Così ero io, pronta ad aprirmi al mondo e alle sue occasioni, una valigia sempre in mano e un biglietto aereo. Felice. Andavo veloce, correvo attraverso mille impegni. Un leopardo perennemente in caccia. Un’amazzone.

Aprile 2012.

La svolta, il muro di cemento armato che ferma di colpo la mia strada. Sono colpita, cado a terra ferita, svuotata, incredula, gli occhi fissi sul patologo.

No, non sono io, mi ripeto mentalmete, hanno sbagliato, non è possibile, io sto bene. Nessun sintomo, solo un leggero fastidio all’ascella sinistra. È sicuramente uno sforzo compiuto in palestra col bilancere troppo pesante, penso intanto che l’ecografia sonda il mio seno sinistro. Lo sguardo del medico è preoccupato e alla parola biopsia qualcosa dentro di me si spezza come un sottile calice di cristallo. L’esito non lascia dubbi: ho un cancro, grave, avanzato.

Il primo pensiero va a mia figlia, ha solo dieci anni, non posso lasciarla sola. Non si piange, Simona, mi ripeto. Sono incazzata, ho una rabbia addosso che sarei pronta a uccidere, se ci fosse una guerra in corso, col sorriso sulle labbra e senza pentimento. Coltello, coltello, lama, ripete la mia testa…

Vivo la notizia immersa in un’atmosfera che non mi appartiene; ovattata, le voci mi giungono indistinte poiché non ho nessuna intenzione di ascoltarle. No, sono sorda in quel momento, non voglio essere disturbata mentre la mia mente elabora l’accaduto e lo rifuta, decisa. È proprio Francesco, il mio meraviglioso compagno che prende in mano la situazione. Noi due non abbiamo bisogno di parole, ci capiamo al volo, talvolta penso di avere uno speciale collegamento telepatico tanto siamo sintonizzati. Ferma il medico, gli dice qualcosa, li vedo annuire. Prendo lo smartphone dalla borsa, devo avvisare i miei e voglio dirlo prima a mio padre, lui saprà cosa fare con la mamma, la deve preparare al colpo. Poche parole, scandite con fermezza, la mia voce mi appare come registrata, meccanica, ma non sbaglio una virgola. Quando riattacco, mi siedo. Il medico si avvicina e si siede vicino a me. Ma che cazzo vuole? Farmi coraggio, forse? Reagisci, Simona!, mi impongo. Non riesco e non sento niente di quello che mi dice, ancora oggi non ricordo una parola. È mio marito che mi scuote dal torpore. È serio, quei bellissimi occhi color ghiaccio sono decisi, come sempre. «Morirò» gli dico sentendo la voce incolore, metallica. Ho il fiele in bocca. «NO!» Mi risponde, secco. «Non ti lascio morire, io. Ti porto via da qui…»

A casa della mia famiglia.

È papà che mi apre la porta. Non diciamo una parola.

Ci abbracciamo forte, la sua stretta mi riporta indietro nel tempo, una bambina che piangeva e lui che la confortava con immenso amore. La sua bambina. È così anche adesso: le lacrime scendono silenziose intanto che mi stringe di nuovo come fosse quel giorno.

Ci guardiamo, i nostri occhi sono talmente identici da sembrare riflessi in uno specchio. Vedo l’uomo che mi ha cresciuta, forse lo vedo davvero per la prima volta perché in quel momento mi rendo conto di essere lui, esattamente come lui e ne sono fiera.

Il nostro silenzio è sacro, inviolabile, le parole sarebbero inutili e superflue. Mia mamma è dietro, muta in un silenzio surreale: lei è una chiacchierona, gioviale, non è lei in quello stato. So che dovrò sorreggerla io. Mia nonna morì di cancro al seno a quarantadue anni, lato sinistro. Indovinate la beffa del destino che la sta colpendo, di nuovo? Sua figlia, quarantadue anni, ha un cancro al seno sinistro. La guardo, mi impongo di smettere di piangere e divento di pietra. «Io non morirò» le dico, incerta nella mente, ma sicura di una perfetta recitazione. Lei deve crederci, ora più di me, più di tutti… La strada è lunga…

Che cosa si prova quando l’oncologo dice “non abbiamo alternative, mastectomia con dissezione ascellare totale…” Può succedere, giusto? Ok… Che cosa si prova quando, dopo tre anni, un seno perso e una recidiva, il cancro ti colpisce di nuovo all’altro seno e l’oncologo ti ripete “non abbiamo alternative, mastectomia con dissezione ascellare totale…” ? Che cosa si prova a essere mutilate, private dell’essenza della femminilità quale è un seno, un seno del quale io andavo orgogliosa, alto e sodo anche dopo i quarant’anni? Rabbia! Il mio sentimento è rabbia primordiale, lava rovente che scorre nelle mie vene al posto del sangue, del sudore e delle lacrime. Tutti i miei liquidi sono fuoco, ira: talvolta credo di essere pazza. Tre anni in cui ho perso per tre volte i miei capelli, le mie ciglia lunghe, il corpo disfatto dalle chemio, dal cortisone e dalla radioterapia.

Tre anni e mezzo a oggi. E adesso? Lui tornerà? Non posso dirlo, forse potrebbe essere di nuovo dentro di me, forse mi sta già aggredendo da dentro e non lo so ancora. Quello che è certo, dovrà ammazzarmi per vincere.

Ho perso parte della mia vita, ho perso quella luce di ingenuità nel guardare le cose, sono diventata cattiva e intollerante alle cazzate. Sì, cazzate e lo dico senza vergognarmi della volgarità di una parola: in fin dei conti, cos’è una parola? Solo una parola. Mille parole, milioni, miliardi di parole e io sono sempre qui a combattere.

Il cancro mi ha devastata fisicamente, ma mi ha stranamente fatta diventare di ferro.

Lui ha creato il suo mostro. Me. Nulla è più di una malattia che suona come una campana a morto, nulla è più della paura di pensare se vedrai l’anno seguente, tua figlia crescere, magari innamorarsi, sposarsi e avere dei figli. Invecchiare normalmente mano nella mano con l’uomo che amo più della mia vita. Nulla. Il cancro colpisce duro, ma ti fa diventare come un muro, un muro antico che sopravvive alle intemperie e agli anni. Il cancro… Io… Il mio maledetto compagno…

Simona Liubicich