Domestic violence victim

Oggi ho deciso: scendo in piazza. Vado lì dove l’antichità non è quella dei palazzi ma degli uomini che sono dentro a governare. Oggi ho deciso di tacere. Saranno i gesti a parlare per me, una voce che urlerà come un uragano.
Il palazzo è lì, bello nella sua veste pulita e ornata dalla storia.

Entrano ed escono le voci del popolo, ma di un popolo molto ristretto: il loro. Noi siamo quelli di fuori. Ma anche tra di noi non va meglio. Sento il clamore quotidiano della gente: persone che vedono solo il loro piccolo mondo, che nascondono una grande paura, che non sanno più riconoscersi negli altri, e per le quali ciò che avviene intorno ha la futilità di un telefilm.

Oggi ho deciso di violentarmi oltre ogni mia resistenza, per dire basta a una violenza più dura e crudele che distrugge ogni ideale, amore e speranza. La gente mi passa accanto e nemmeno si accorge di me.

Chi mi guarda lo fa solo per distrazione. Non sanno cosa sta per accadere, forse non lo vorrebbero nemmeno sapere, al massimo lo leggerebbero con la noncuranza che riservano agli articoli di gossip sulle riviste patinate. Come uno di quei pettegolezzi che ronzano nelle orecchie per un po’, fino a che non si gira la pagina. Ma non posso più tacere. Ciò che sono diventata non lo può più fare. Non posso più accettare un destino che non ho mai scelto, al quale mi sono piegata per poter sperare un giorno… Quel giorno non è mai arrivato. La vergogna deve essere la mia forza, perché non è la mia vergogna, ma la loro. So che altre lo hanno già fatto e altre ancora lo faranno. Ci vogliono freddezza e concentrazione, programmi e condivisione. Io non posso attendere che tutto questo si realizzi. Devo farlo adesso! O, non lo farò mai più. È la rabbia che mi fa agire, ma so che la ragione non gli dà torto: non potrebbe.

È il primo sole di primavera eppure l’aria sa ancora della brezza invernale. Adesso la piazza si è gremita. Le guardie al palazzo stanno puntando i loro occhi da un’altra parte. Ce la posso fare. Devo farcela! Via la giacca. Via la sciarpa. Sbottono la camicia. Svelta, svelta! prima che mi fermino. Ora il reggiseno. Raccolgo i capelli, la scritta deve essere ben visibile. Devono leggere tutti, devono sapere. E capire. Mi guardano. Quelli più vicini nascondono dietro una mano il loro imbarazzo. Qualcuno rallenta per leggere. Una donna mi è parso piangesse, ma forse era colpa del vento. Tremo dal freddo ma c’è il sole e posso resistere, è la rabbia a darmi forza. Dei ragazzini ridono, fanno battute oscene. Questo è il risultato di un mondo che non ha più rispetto. Lo vedo anche sul viso di quell’uomo: ha più o meno la mia età e non mostra vergogna ma ignoranza, ride alle battute di chi mi offende; forse, nel profondo, mi considera una coraggiosa, ma non ha le palle per affermarlo; forse è come i tanti che mi hanno portato qui a cercare di risvegliare il mondo. Le donne più anziane non capiscono, quasi si vergognano per me. Hanno dimenticato le loro lotte, hanno dimenticato la guerra: quando si lottava per un granello di polvere in più. Questa è la mia guerra. Ma dovrebbe essere quella di tutti, delle donne e degli uomini che le rispettano. I piantoni davanti al palazzo non possono muoversi, però sento una sirena in arrivo. Presto la polizia sarà qui e la mia piccola protesta avrà fine. Non so cosa accadrà, non m’importa. Non potevo non farlo. È la mia vita… ma quale? Ormai non esiste più e sto cercando di riprendermela. Mi hanno portato via tutto: la pace, la gioia, l’amore. Ogni pugno ha sgretolato un po’ della speranza che mi sorreggeva; ogni accusa ha costruito una verità non mia, che non appartiene a nessuna vittima; ogni derisione ha distrutto un po’ del rispetto che avevo per me. Un po’… un po’, ancora un po’ e la mia vita non era più una vita. Ero diventata un oggetto, un giocattolo con cui divertirsi ogni tanto, ma che per il resto del tempo era un soprammobile. O una valvola di sfogo per le sue frustrazioni.
In tanto dolore, un dolore più forte è diventato una gioia: non ho avuto quei figli che desideravo, ma almeno non hanno sofferto le mie pene, di riflesso. Grazie a lui non ne potrò più avere. Ho ancora in tasca il referto medico. Sul viso l’ultimo urto contro la porta, l’ultima caduta per le scale sul corpo dolorante, sulle mani i tagli dell’ultima distrazione.
I poliziotti stanno arrivando. Non risponderò alle loro accuse, resisterò alla loro forza con l’immobilità: dovranno portarmi via di peso. Eccoli, tre uomini grandi e grossi contro una donna sola. Uno vorrebbe parlare ma un altro, che sembra il suo superiore, cerca di farmi rivestire. Mi rifiuto, non riesce a coprirmi. Parole veementi che non voglio udire. Scherno, ordini: tutto inutile, non parlo e non mi sposto. Il terzo si allontana di corsa e torna presto con una coperta, ruvida come la loro voce. Tra la folla accalcatesi intorno, qualcuno applaude, qualcuno dice “Era ora” ma gli occhi non m’ingannano e c’è chi si dispiace: donne e uomini, giovani. Forse per i loro figli ci sarà speranza. Un anziano ha gli occhi lucidi, si avvicina al primo poliziotto e lo prega di lasciarmi andare, gli dice: ‒ Non sta facendo niente di male. Una donna grida ‒ Basta! ‒ Si fa largo tra la folla. Inizia a spogliarsi. ‒ Mi chiamo Sara. ‒ Giulia. ‒ L’unica mia parola. Qualcuno ride ma occhi feroci lo fanno tacere. Qualcuno dal fondo urla ‒ Brave! ‒ Io e Sara, ormai anche lei a seno scoperto, ci guardiamo e i nostri occhi ridono, i miei ringraziano. Una bambina l’abbraccia e mi fa piangere. Con il suo corpo imberbe, che scopre con un gesto così bello da sembrare la cosa più naturale del mondo, affronta lo stupore di tutti con il suo viso fiero. ‒ Io sono Serena, ciao. ‒ Sorride e mi scalda il cuore. Ma la sorpresa più grande e vedere un giovane uomo lasciar cadere i libri e i quaderni che aveva in mano, per denudarsi anche lui. Proprio accanto a noi, mentre ancora lottiamo con i “signori dell’ordine”. Si toglie persino i calzoni. Un’altra sirena, altre guardie si fanno largo tra la folla sempre più fitta.
Guardo meravigliata l’uomo che si è unito a noi chinarsi per raccogliere qualcosa. È un pennarello. Lo stringe in mano e scrive. Sul torace, sulle braccia, in faccia. Le sue parole sferzano le anime impure e dormienti. Sono le mie stesse parole. “Io ho diritto al rispetto! Io ho diritto di essere DONNA!”

Salvatore Stefanelli

L’autore nasce a Napoli nell’estate del ’63. Partecipa al primo contest nel 2010, dove viene scelto il racconto horror “La falce”. Ha all’attivo circa cinquanta pubblicazioni, racconti vari e alcune poesie, in antologie di editori diversi. Vince il 30° Premio WMI (Delos Books, 2013), dopo essersi piazzato ben due volte secondo. Nel 2014 arriva primo al concorso di Poesia indetto da “Stanza di Erato”. Nero Press Editore ha pubblicato, a inizio 2015, “L’origine della notte”, un racconto gotico in ebook, ed è in arrivo un altro ebook horror a marzo 2016 “Apollinare Neiviller, note rosso sangue”.

Photocredit: http://jonmendi2.blogspot.it/2015/03/violence-against-women.html