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Tutti noi abbiamo, ben sigillata nel cuore, una stanza circondata da grate d’oro, ornata di cuscini di seta e sorretta da imponenti colonne d’alabastro.
Andiamo fieri di ogni ricchezza, ogni ninnolo che riusciamo a trafugare dalla realtà e a portare in quell’ambiente protetto da mura rivestite d’argento.

Vogliamo stare lì dentro, ci sentiamo al sicuro e abbiamo perfino la sensazione di essere padroni assoluti del nostro destino. Passiamo anni, talvolta tutta la vita a costruire questo harem, inaccessibile per definizione, nascosto, paradiso ovattato tra il pensiero e i giorni che scorrono più taglienti di un rasoio. Lasciamo che le ore scorrano pigre, crogiolandoci tra le odalische che noi stesse vi abbiamo imprigionato.
Crediamo siano nostre amiche e confidenti, le maliarde, siamo convinti di aver accumulato rarità dal valore inestimabile con cui pavoneggiarci, rivolti al mondo, attraverso la spessa cortina che abbiamo forgiato con gesti, pensieri, parole.
Eppure, non è l’harem altro che una prigione? Bella, vasta, magari ricolma di gemme, ma pur sempre una prigione.
Sprofondati su un divano di velluto, non ci sembra di scorgere le occhiate imperiose delle odalische? Siamo certi di tenerle incatenate alla nostra volontà, sicuri che non ci tradiranno.
Eppure, non è l’harem altro che una prigione? Vi sono carcerieri e prigionieri, qual è, dunque il nostro ruolo?
Ma sì, abbiamo edificato noi la galera, dobbiamo essere noi i carnefici. Poi l’indolenza delle nostre convinzioni ci abbandona, all’improvviso, stanca anch’essa della nostra ingenuità.
Apriamo gli occhi ed ecco la verità, vestita di sola luce, venirci incontro a illuminare l’oscurità che credevamo sfolgorasse delle ricchezze accumulate.
L’argento si sgretola, l’oro perde lucentezza, la seta si strappa e la bellezza delle schiave si trasforma.
Noi siamo prigionieri di noi stesse, torturatori del nostro cuore, carnefici della mente. La verità non teme di offenderci. Ed ecco, le odalische sono le nostre paure e le catene con cui ritenevamo di tenerle avvinte, in realtà, sono manovrate da loro.
Eppure, non è l’harem altro che una prigione? Ora lo vediamo. Tutti gli oggetti sono convinzioni con cui ci siamo ammantati di superiorità di fronte al prossimo e alla vita stessa, pensando stupidamente di poterli manovrare.
L’opulenza è solo una patina con cui l’intelletto inganna se stesso. Non vuole vedere perché noi glielo proibiamo. Noi non vogliamo vedere.
Eppure, non è l’harem altro che una prigione? Costruita con le nostre mani, giorno per giorno, con ammirevole costanza.
La seta è la smania di avere tutto e subito, di percorrere una linea retta e liscia, priva di ostacoli.
Il velluto è la morbidezza, il conforto di essere accettati in cui ci ostiniamo a volerci cullare.
L’oro è l’opinione degli altri, che riteniamo così preziosa da dimenticare il diamante grezzo incastonato nella mente di ognuno di noi, la nostra voce interiore, ruvida, talvolta implacabile. Attende solo di essere ascoltata e plasmata, nel tempo, dalle azioni che sentiamo davvero nostre, figlie del libero pensiero.
Le colonne d’alabastro le ha piantate nel nostro cuore la società, la madre di tutte le convenzioni. Più si innalzano verso il cielo, più è difficile abbatterle senza il ferro caldo della volontà che pulsa alle fondamenta dell’harem, tentando di romperle per restituirci la libertà.
Noi siamo aria pura, atomi indipendenti, passiamo attraverso le fessure dell’harem e cogliere i momenti della realtà fino a modellarla a nostro piacimento. Noi siamo vita che non ha bisogno di orpelli.
Ogni grata ha una porta, ogni porta una serratura, ogni serratura una chiave per immetterci nel mondo.
Siamo noi quella chiave chiusa nell’harem e, spesso, moriamo senza saperlo.

Francesca Rossi