Nessuno potrà mai separarci

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Leggo attentamente queste parole, seguendo sottecchi la costa allontanarsi nel riverbero della foschia. Sono tre volte che lo faccio, senza avere il coraggio di proseguire.

Ripongo il foglietto sul cuore, mettendolo al sicuro e mi osservo intorno, ansimando.

Una goccia d’acqua salata lambisce le labbra secche. Abbasso le palpebre per non guardare la scia del mare che squarcia il mio cuore in due. Il fondale è scuro come la notte che mi agguanta e mi stringe a sé, togliendomi le forze.

Lo sciabordio dei flutti culla il mio dolore. Un lampo illumina le centinaia di pupille che guardano in avanti, verso l’orizzonte del loro futuro.

Riprendo la lettera dal seno, stropicciando gli occhi umidi. Non voglio continuare a piangere, non posso farlo, l’ho promesso a Samir.

«Yasmina, non aver paura. Andrà tutto bene!» mi sussurra Aziza.

Come ho potuto lasciare Samir e andare via?

Sento ancora le sue mani che mi bloccano la vita mentre mi divincolo per salire a bordo di questo barcone malridotto. Il mare s’increspa vorticando come un bicchiere d’acqua nel lavandino. Vado su e poi riscendo, dondolando come una bimba sull’altalena. Il vuoto allo stomaco, che mi faceva ridere di gioia, è rimasto solo un ricordo amaro di un passato. Qui tremano tutti. Sento il battito dei denti, il pianto dei bambini, i lamenti delle donne.

Il mare si gonfia come un lenzuolo nel vento, spruzzandomi il suo veleno sul viso. Aumenta il ticchettio irruento delle gocce sulle centinaia di teste.

Le onde alte s’infrangono sull’imbarcazione fatiscente. Imploro aiuto. Poggio i palmi sulla pancia. La speranza deve restare accesa, come quella luce che riverbera in mezzo al mare nero: è una nave. Si avvicina. Sento levarsi un boato di vita più grande dell’onda che mi capovolge.

Sono caduta in acqua, sono sotto la barca. Lo spumare delle onde annega l’ultima speranza.

Ho un muro di acqua da scalare e non vedo oltre. Sento la gente annegare, mentre grido con gli occhi la paura. Riemergo. Trepida la vita sulle labbra di Aziza, mentre invoca il mio nome, tendendomi la mano. Non la afferro e lei sparisce.

Il mare nero ha fame.

Ingoio parecchia acqua e guardo la morte che balla sui volti della gente e anche sulla mia pelle.

Sto per cedere. L’ultimo pensiero va a Samir e alla verità che gli ho nascosto, ma qualcuno afferra la mia mano e mi trae in salvo.

Sono viva.

Osservo il mare fosco che inghiotte anime pure, come un dannato mostro avido di vita. Onde di corpi e intrecci di dita a pregare un Dio che si è dimenticato di milioni di persone. Piango lacrime di vita, perché sono sopravvissuta e con me pochi. Gli altri sono tutti corpi galleggianti. Un tappeto di cadaveri, uomini, vecchi, donne e poi ci sono loro i bambini e Aziza, con la sua crocchia argentata che galleggia sulla spuma bianca. Ora conosco l’odore della morte, sa di sale, sa di mare. Mi porto la mano al petto e stringo un pezzo di carta bagnato in cui non posso più leggere parole d’amore di Samir, ma posso scrivere io il seguito, perché nel mio ventre possiedo la mano che continuerà a pregare, a lottare e a perdonare.

Dentro di me ho la vita, la speranza e stavolta ha vinto lei.

  Imma D’Aniello per Logokrisia