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Sono sicuro che qui nessuno ha capito bene che ci facciamo io e lei nella roulotte, una volta alla settimana circa. Se non fosse per sua madre che resta con noi a vigilare, chissà che strane idee si sarebbero fatti su di lei. Eppure non sarebbe neppure troppo strano per quello che si sente dire in giro di loro, per quante di loro se ne vedono prematuramente gonfie a impietosire i passanti ai semafori.

Ma lei è diversa. L’ho capito dalla prima volta che l’ho vista.
Provo a prendere i pezzi bianchi questa volta e lei, lo sguardo a cavallo tra l’ingenuità e la seduzione, mi dice: «Tu sei già bianco nella vita. Devi provare a vincere dalla parte dei ‘neri’. Noi qui tutti lo facciamo ogni giorno.»

Scommettiamo ogni volta su chi vincerà la partita. So già che è inutile, il suo Q.I., ben 155, è decisamente molto al di sopra della media. È per questo che sono qui.

L’ho incontrata a prima volta nella Scuola Media di un piccolo paese della provincia, vicino alla Capitale. Loro qui, in realtà, sono sempre vicini al niente.
Ero lì per delle attività extra-scolastiche. Tenevo un corso di scacchi per ragazzi: sono un professore di Matematica e sono andato in pensione appena ho potuto proprio per dedicarmi completamente agli scacchi, soprattutto allo scouting di nuovi talenti. Una passione giovanile coltivata in sordina ma ostinatamente.

Quel giorno era venuta a scuola dopo forse un mese di assenza, aveva detto la professoressa di Lettere. Eppure, riusciva a seguire le lezioni. I suoi compiti in classe erano perfetti, quelli a casa che recuperava da Rosy, l’unica amica che avesse, sempre svolti in maniera completa e originale.

Spesso Caterina, la piccola Rom, andava a studiare da lei – genitori aperti, comprensivi, guardati un po’ con sospetto dagli altri  ̶  e così i voti di Rosy miglioravano sensibilmente. Questo mi aveva riferito la Preside. Eppure Caterina, nella roulotte non aveva neppure il collegamento a Internet. Tutto ciò che era vicino a lei finiva col brillare di luce nuova. O almeno questo era ciò che dopo un po’ avrei visto io.
Svolsi la mia prima lezione come al solito spiegando quali fossero i pezzi, come si muovevano sulla scacchiera e lo scopo del gioco.

Alla fine, quando ormai la loro attenzione andava scemando, iniziai la simulazione di una partita. A quel punto c’era chi stava guardando foto o filmati dal telefonino, chi scarabocchiava il banco, chi aveva tirato fuori le carte da gioco, chi lanciava palline di carta, chi si preparava per l’interrogazione dell’ora successiva.

Solo i suoi grandi occhi scuri fissavano la lavagna luminosa.
-Cavallo bianco in D-4.

La sua vocina squillante, appena un po’ incerta.
Rimasi stupito. Certo stavo simulando una partita semplice ma la mossa era senza dubbio originale e vincente. Allora io mossi la torre.
-Alfiere bianco in C-4.

Ora sembrava più sicura. Mi aveva decisamente messo in difficoltà. La campanella suonò e mi mise fuori da un certo imbarazzo. Gli altri uscirono caracollando.

Lei timidamente uscì dal banco e mi venne incontro alla cattedra.
«Il bianco vince in tre mosse» disse sicura.
Guardai la scacchiera. Aveva ragione.
«Hai mai giocato prima?» le chiesi incuriosito.
«No. Ma il bianco vince sempre. Questo non l’ho imparato sui libri.»
Le chiesi se le sarebbe piaciuto fare qualche altra partita con me.

«Vieni mercoledì pomeriggio al campo. Mio padre non c’è.»
Da allora, era passato più di un anno, ci eravamo visti tutte le volte che avevamo potuto. Sua madre, una bella donna giovane appena un po’ sfiancata dalle molte gravidanze, intascava i cento euro che mi ero impegnato a darle per quelle visite, ficcandoli nella grossa tasca della sua gonna a fiori. Mi offriva un pezzo di dolce con uva passa, pinoli e miele e un bicchiere di grappa, o almeno così mi sembrava, che regolarmente facevo finta di bere perché sono astemio – ma non avrebbero capito – e mi diceva qualcosa nella loro lingua, volutamente per farmi sentire a disagio.

La sua gatta tigrata anche oggi salta giù dal letto e viene a strusciarsi sulle mie gambe incrociate – ormai mi conosce, sono uno di casa- poi si acciambella su uno dei cuscini che Caterina ha disposto in cerchio tutti intorno alla scacchiera nel piccolo spazio libero che rimane al centro della roulotte. È qui che fa anche i compiti, mi ha detto.

« Alle cinque devi andare via», dice Caterina o meglio Ecaterina, come è il suo nome nella lingua Rom «Oggi papà torna prima.»
Percepisco una strana tensione nella sua voce.

Il nostro patto è che quando riuscirò a vincere una partita mi presenterà a suo padre e gli spiegherà quanto lei sia brava in quel gioco, come possa diventare una campionessa, una persona famosa, che potrà girare il mondo e vincere tornei importanti. Ma a lei non interessa viaggiare – è da quando è nata che è in viaggio in questa roulotte, anche se non si è mai schiodata da qui – vorrebbe solo qualcuno che si occupi veramente di lei, qualcuno che riesca a capirla. Con la sua intelligenza, la sua passione per lo studio è considerata una ragazza strana.

«Sai, sono finite» mi dice ad un tratto. Non la sento quasi, mi sto eccitando perché, inspiegabilmente oggi credo di stare per vincere. Ha fatto una mossa apparentemente ingenua, ma sto ancora in guardia aspettando come lei riuscirà a rivoltare la frittata, a ribaltare la mossa a suo vantaggio, non è la prima volta che lo fa.

«Sono finite» ripete.

«Cosa, cosa sono finite?» chiedo riscuotendomi dalla concentrazione del gioco.

«Queste stupide partite. I nostri stupidi incontri.»

Fa la faccia seria, gli occhi mi guardano fisso per un lungo istante e poi si abbassano sulla scacchiera. Mi sento un po’ mortificato e disorientato da quell’aggettivo offensivo che, conoscendola, non può essere stato detto per caso.

«Ma no» le dico, «se oggi vinco parlerò a tuo padre. Non siamo d’accordo?»
La mamma che è sempre presente a questi nostri incontri mi guarda meravigliata, poi guarda Caterina e dice qualcosa in tono di domanda. Naturalmente parla benissimo l’italiano ma ha scelto dal primo giorno di non rivolgersi mai direttamente a me, e se deve dire qualcosa lo fa a sua figlia nella loro lingua e poi Caterina traduce per me.

«No, non gli ho detto ancora niente» risponde allora lei. Si alza e apre un armadio sulla parete. Non avevo mai fatto caso a quell’armadio, in quel piccolo spazio in effetti non manca niente. Tira fuori un abito color crema, un po’ stropicciato, con una grande gonna piena di fiocchetti di raso e gonfia di tanti teli sotto. Puzza un po’ di vecchio, ma non troppo.

«Era di mia madre0» mi dice «e adesso devo metterlo io.»
Mi rendo conto solo adesso che ormai ha un corpo di donna e quel vestito di sicuro le starà benissimo.
Lo rimette nell’armadio e si risiede per giocare di nuovo. Fa un’altra mossa sbagliata. Ormai ho capito che lo fa apposta. Le do scacco matto e lei non batte ciglio.
Sentiamo un baccano, i suoi quattro fratelli, due più grandi e due più piccoli la chiamano a gran voce da fuori.

«Devi andare adesso» mi dice.

«Ma ho vinto» protesto  «il nostro patto, te lo dimentichi?»

«Non c’è nessun patto.» dice lei «Stasera mi sposo.»

La guardo. Sono gelato da una notizia per me incomprensibile. Ha solo quattordici anni, ha appena finito le scuole medie, con la sua intelligenza potrebbe fare grandi cose, anzi oggi le volevo parlare proprio del liceo, quello dove avevo insegnato e dove pensavo che avrei potuto farla iscrivere. Certo avrei dovuto mettere una parola buona, e avrei pagato io i libri.

«Ma, sei sicura? Sei tu che lo vuoi? Ti rendi conto di buttare via il tuo futuro?»
Non so neppure se poi valga per la legge questo suo matrimonio. Di sicuro è un impegno assolutamente vincolante per il suo clan. Non parla, mi guarda fisso, poi guarda la scacchiera.

«E tu pensi sul serio che il mio futuro fosse li?»
Capisco che non c’è nulla da fare, ma accenno ancora una debole protesta.

«Il nostro patto!»

«Ma tu non hai vinto» mi dice. Va alla scacchiera e disfa le ultime mosse.

Mi sorprende come ricordi esattamente quelle che abbiamo fatto. Torna al punto in cui ha sbagliato la prima volta.

«Il bianco vince in tre mosse» dice anche questa volta.

E, naturalmente, ha ragione.
Sono le cinque oramai. Il suo piccolo esercito bianco ha vinto per l’ultima volta. Mi alzo faticosamente da terra e fotografo mentalmente quel piccolo ambiente, la sua faccia, i cuscini, la gatta e la scacchiera. So che non li rivedrò più. Lei raccoglie i pezzi e la scacchiera e li mette in una busta di cartone, poi me la porge senza dire una parola. La madre apre la porta della roulotte e mi fa un cenno del capo. Esco e mi allontano con grandi falcate che sollevano la polvere del campo, mentre tutt’intorno alla roulotte di Caterina si è formato un gruppetto di Rom che mi guardano andar via silenziosi. Incrocio, anzi quasi vado a sbatterci contro, un uomo dei loro, ben vestito dalla faccia sorridente. Porta sottobraccio un ragazzo giovane, potrà avere diciott’anni forse, anche lui ben vestito. Mi dicono qualcosa che non capisco.

Torno in macchina, l’ho parcheggiata ai bordi del campo e ho dato qualcosa ad un bambino, come al solito, perché non mi facessero danni. Non voglio tornare a casa. Rimango lì da solo, fermo, in silenzio. Si fa buio, sento la festa, la musica, le risate. Mi sento solo un povero vecchio che ha voglia di piangere.

 

Dirce Scarpello

Photocredit: http://www.magina.it/works/la-grande-sfida-a-scacchi/
http://romareport.it/28049/soluzione-per-gli-zingari-isole-artificiali-largo-ostia/

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Dirce Scarpello