Scherzi d'amore

«Scherzi d’amore. Non ci dar peso! La vita è amore, e quando non scorre come noi vorremmo è uno scherzo d’amore».

Le strade erano desolate fino al tramonto per una calura che non risparmiava nessuno. Eppure, a cinque anni restavo stesa sui gradini della scalinata di casa mia, a bruciarmi la schiena.

Mia madre diceva che io, già da piccola, ero diversa da tutti i suoi figli.

Diversa, diceva lei,  perché percepivo quello che molti non sentivano, e non ci scherzava sui  miei sogni perché  era quello che stava per succedere. Diversa perché amavo e amo fino allo sfinimento, come allo stesso modo smettevo di farlo. Irrazionalmente sempre in fuga dai legami, pur volendoli. E  perché ho accettato  di bruciarmi gli anni più belli, castigandomi in silenzio con uno che mi ha tenuta al legaccio.

Anche se non sono né uno scorfano, né un’idiota, mi sono messa seduta in un angolo. «Succede!» mi sono detta, per farmi coraggio e prendermi bonariamente per il culo!

Per mia madre ero in un  circolo vizioso. Perché  mi drogavo con l‘amore che fa male. Ne ha fatte tante per farmi capire che stavo buttando la mia vita nel cesso! Parlava di mio padre, del loro amore, di come era forte lui, e anche se litigavano, di come  dopo, a letto, si faceva pace e del fatto che  mai l’aveva sfiorata se non per amarla.

Parlava per farmi capire come deve essere un uomo che ti ama.

Come deve essere l’amore .

Certe situazioni contorte ti risucchiano!  Sei sempre là che cerchi come farla finita e non trovi il modo. Io che volevo la  famiglia e alla fine ha vinto il Mulino Bianco!

Però continuo a vedermi come se fossi la mia terra, una estesa boscaglia di macchia mediterranea, che già a giugno si tinge di giallo.

E là, il canto dei grilli, ogni  sera, rotto dalla voce di lei :

«Dove sei stata?» «Mamma… lo sai! A sognare!»
Potevo vedermi grande e tutto era come quando sulle ginocchia di mia sorella maggiore, ascoltavo la brutta fine del lupo di Cappuccetto Rosso, e finivo per fidarmi della favola in cui i cattivi, prima o poi, pagano per le loro brutture.

Ogni volta che sono triste, cerco le parole del coraggio e rivedo mamma mia e di lei, l’acciaio nelle vene.

A trentacinque anni avrei voluto innamorarmi per sempre.
Lui mi disse: «Ti voglio!»
Un giorno, finalmente, ho smesso di credere alle sue palle.

Mi aspettavo che fosse un minuto leale. Non aspettarsi nulla è quello che si deve fare. L’ho imparato dopo. Perché per lui ero meno di un cane da compagnia e l’ho capito tardi . Mentre mio padre moriva. Comunque, meglio tardi che mai, direbbe qualcuno.

Quando si cresce tutto cambia e cambiano pure le persone che non sono sempre le stesse: non nel senso che da buone diventano cattive, ma che da cattive diventano peggio.
Non so perché ma ho sempre cercato le mani di mia madre, non gliel’ho detto che le volevo per asciugare un dolore che non potevo raccontare, ma le ho avute  nelle mie solo prima che morisse, quando mi ha stretta forte e mi ha detto:

 «Senti a mamma …a quello tu…  lo devi lasciare se ti vuoi salvare! E non avere paura! Il Signore ti aiuterà!»

Poi si è sfilata la fede e me l’ha data. L’unica che ora conservo. L’unica che metterò al mio dito. Perché segno di un amore che è stato eterno.

E allora, passo la mano in un muro sottile, una striscia invisibile e sono palmo a palmo con qualcuno che è venuto a cercarmi. Tocco mia madre e sento mio padre sedersi accanto al mio letto, come quando era vivo. Sono solo dall’altra parte, mi dico! Predispongo il cuore per ascoltare e vado avanti.

Ascolto l’amore che chiama e tutto procede, anche se lo scambiamo per il caso. Come quando mi ritrovo un pezzo di pane raffermo e piombo di getto su un altura assolata, e sto tra pietre calcaree che per certi sono semplicemente sassi grigi e vecchi, con quelle macchie biancastre che mi bacio tutte le volte che ritorno là. Dove mi fermo e mi tuffo nell’aria di quel posto, con i miei capelli sulla faccia, perché il vento caldo soffia forte e mi secca le labbra .

Così, mi guardo la mia Murgia e mentre ascolto il suo fiato, mi imbatto di botto in mio padre. Lo rivedo, esperto a preparare la sua “cialledd. Mia madre non ci metteva naso. Nessuno meglio di lui sapeva dare a quel pasto povero, sapori unici. Bolliva dell’acqua in una pentola media e ci infilava dentro un po’ di tutto: qualche pomodoro, una cima di rapa, una cipolla, mezza patata, un po’ d’olio e poi versava sul pane raffermo quella brodaglia calda: cibo sano delle mie parti. Il pane era quello con la crosta dura dura che sa di qualcosa che non dimentichi. Quella stessa crosta data ai bambini piccoli per grattarsi le gengive e fargli sentire il sapore della bontà. Ho in bocca ancora il sapore del pane di semola che odorava di forno a legna e delle mani di mamma mia.

Per capire l’amore, porto mio figlio in questo paesaggio strano che appartiene ad posto unico al mondo. Sono le Quite. Là, gli racconto la storia di quelli che sono passati dalle nostre vite, di come ho vissuto e di come sono andata via. A lui che non sa ancora a che terra appartiene. Perché è  necessario avere  una terra. Sempre.

Infatti, sono qua infinite volte, nel mistero e nella chiarezza. Nel calore e nell’essenziale. Nella durezza e nella solitudine. In questo gioco che è la vita vi ritorno di continuo! Basta che chiudo gli occhi!

Il chicco di grano che è mio figlio, cresce splendido, per mano di Dio.

L’odio si deve  scordare se si vuole un figlio che diventi migliore degli uomini che incontri. Se abbiamo fiducia, se costruiamo bene, anche quando ci sono grandi difficoltà, anche quando piangete perché vostro figlio esce con quello che per voi è un mostro, se combattete prima di tutto le vostre paure,  avrete un giorno una persona di cui andare fiere.

So che  quando spiccherà il volo, sarà tutto quello che ha imparato e che è.

«Scherzi d’amore. Non ci dar peso! La vita è amore, e quando non scorre come noi vorremmo è uno scherzo d’amore». Era quello che ripeteva mia madre che se n’è andata perché in Paradiso stava l’amore. Papà, che non sarebbe rimasto a lungo senza di lei.

«E mò… come deve fare quello senza di me?»

Una spina mi graffia in corpo, e non la vomito da nessuna parte, ma la porto dentro come parte di me. Forse, arriverò ad amarla per bontà Divina. Ho vissuto con uomini di Fede: un vero pilastro per me. Dovrebbe essere facile, e invece…

Come quando mi fermo e penso alla  gioia che staziona  negli occhi di Donato. L’amico mio di sempre; lui, quello dei colori di Dio. Lui che era uno spirito inquieto, ha trovato la sua pace. Il suo silenzio. Il suo infinito in un amore a cui nulla può.
Non ho mai saputo chiudere gli occhi per lasciarmi cadere fra qualcosa che non conosco, ma ho avuto esempi grandiosi che dovrebbero bastare a tutti. Gente che si è  fidata dell’ignoto senza avere paura. E alla fine ho visto che erano davvero felici. Li guardo questi guerrieri della luce e  rifletto.

Imitarli, ora,  non mi costa davvero nulla. Non ho niente da perdere.

Rosanna Santoro

(A Donato Colacicco ,ora Don; ai Monfortani di Santeramo in colle,in particolare Padre Daniele ,punto di riferimento nella mia vita,e infine a Franco Arminio per quello che fa per tutti coloro che accoglie a Trevico.Tutte persone queste,con grande capacità di donarsi all’altro)