MiriamSe in un giorno lontano, quando ero ancora adolescente, qualcuno avesse sostenuto che sarei diventata una scrittrice, avrei riso. Leggevo molto, certo, e, oltre ai poemi cavallereschi, mi riempivo la testa di fantascienza e d’amore, ma lasciavo galoppare la mia fantasia senza mai fermarla su carta.

Del resto, scrivere non era il mio sogno. A quel tempo, infatti, come centinaia di altre ragazze volevo diventare un’attrice o una cantante, anche se non sapevo recitare ed ero decisamente stonata. Devo anche dire che non ero una studentessa modello; ero piuttosto brillante quando avevo davanti un foglio da disegno, e me la cavavo bene con la storia, soprattutto se riguardava determinati personaggi che riuscivano ad accendere la mia fantasia, ma in italiano avevo appena la sufficienza, e solo per compensazione.

Mi destreggiavo senza grandi sofferenze nel mare delle regole grammaticali ed ero piuttosto brava quando scrivevo liberi componimenti, ma ero davvero scarsa se dovevo seguire una traccia scelta dall’insegnante o fare riassunti di ciò che era già stato scritto da altri.

Quindi, una volta adulta, quando mi ero trovata a scrivere le prime pagine di un racconto senza annoiarmi, con la consapevolezza di avere ancora parecchio da raccontare, ero stata la prima a stupirmi.

L’ispirazione era nata all’improvviso, durante uno di quei giorni tranquilli, che possono sembrare inutili, dopo aver letto l’ennesimo romanzo d’amore che mi era piaciuto molto ma che, stranamente, non mi aveva del tutto soddisfatta.

Mi chiedevo come lo avrei scritto al posto dell’autrice e, devo aggiungere, non ero nuova a queste fantasie.

Volevo leggere quello che forse io avrei scritto, sentire fra le righe le emozioni che io avrei voluto provare. Avevo quindi preso carta e penna, e mi ero divertita a rifare un’intera scena che, non so come, dopo poche pagine era completamente cambiata. Insomma, era un’altra cosa.

Non migliore, ci tengo a precisare, solo più… adatta a me e al mio temperamento. Pertanto avevo buttato quei fogli, e avevo cominciato a scrivere l’incipit di un romanzo che aveva cominciato a ronzarmi in testa.
Non vi dico l’allegro scetticismo di mio marito. Avevo un lavoro e due bambine piccolissime; mi conosceva e sapeva che ero tutto tranne che costante nei miei hobby.

Ho ancora i brividi quando penso alle ore dedicate alla maglia e agli scarsi risultati ottenuti.

L’ho scritto anche in un racconto: quaranta centimetri di lana che pareva mangiata dai topi. Senza contare il decoupage, e le candele profumate… ma potrei aggiungere altro.
Questo, però, era parso un hobby più duraturo, poiché dopo un paio di settimane mi ero procurata una vecchia Olivetti usata e dopo un mesetto potevo contare almeno una quarantina di fogli dattiloscritti in doppia copia.

Ho uno strano ricordo di quei momenti: dita che volavano sui tasti e che parevano danzare.
S’intende che si tratta di un ricordo molto romantico e certamente falso.

In ufficio ero abituata a usare una macchina da scrivere elettrica, molto più veloce rispetto alle vecchie macchine portatili manuali, e se le mie dita avessero davvero volato su quei vecchi tasti, avrei combinato ben poco.

Quell’hobby, l’unico portato a termine, per me è diventato un lavoro a tempo pieno quando ho pubblicato i primi due contemporanei per una collana ‘rosa’, allora molto conosciuta; soprattutto quando ho lasciato il mio impiego e ho cominciato a collaborare anche con due riviste femminili.

Adesso sono qui, dopo più di trent’anni da quei famosi giorni in cui mente e dita volavano, con alle spalle molti romanzi e tantissimi racconti, chiedendomi dove sarei, e chi sarei, soprattutto, se un giorno non avessi giocato con un romanzo che mi piaceva ma che non mi si adattava del tutto.

Miriam Formenti   per Logokrisia