Torno subito

Torno subito

A tre anni ho afferrato la maniglia della porta in punta di piedi, prima di sgattaiolare via con un laconico torno subito e uno sguardo che neanche Rhett Butler nella scena finale di Via col vento

Crescendo l’ho ripetuto spesso. Ho staccato da vicini di casa invadenti, narcisi, vampiri energetici, dimostratori della Folletto, social e persino dalla telefonista di Infostrada. E sapete una cosa? Torno subito può diventare la vostra salvezza, se detto al momento giusto.

Allora torno subito, perché nonostante sia passato un po’ di tempo, mi piace ancora l’idea di avere tre anni, aprire quella porta e defilarmi da tutto.

Torno subito perché sono l’unica persona a cui devo dimostrare di essere felice, perché mi sto ancora cercando e non è detto che mi trovi e che magari mi piaccia anche.

So per certo che sono il viaggio che ho compiuto, il letto che ho disfatto, le scarpe che ho ammaccato, la valigia che ho riempito di ricordi che non hanno superato la dogana e, perché no, anche quella foto che non ho mai condiviso, perché è solo mia .

Torno perché il mare di aprile, un caffè, Everybody’s talking nelle orecchie e un buon libro tra le mani sono qualcosa che si avvicina molto all’idea di felicità.

E poi resto, perché ho bisogno di presenze e non di comparse.

Ho Rosanna, che #scrivedigetto mentre io elaboro equazioni algebriche, cambio registro, distruggo l’incipit, ricomincio e alla fine esco a bere un caffè. Ho le lunghe telefonate insieme, auricolari e cellulare saldamente fissato all’elastico delle mutande, con le mani occupate a sistemare libri sugli scaffali, a spiegarle che il segreto della vita sta tutto in quella canzone di Gianni Morandi.

E lo so che una donna in pigiama a cantare Uno su mille  può risultare piuttosto ridicola, eppure, in quei momenti, con un po’ di fegato, ci si può anche sentire Mick Jagger al Marquee Club.

Torno subito perché ho sognato King che mi ha intimato di ignorare l’ispirazione ottocentesca, avverbi e cuoricini, in favore della ferocia e dell’uso insolente della parola mutanda.

Torno anche perché è in corso una tragedia familiare degna di una favola di Esopo, e non è mica cosa di poco conto. Il mio bambino e il suo dover interpretare il principe azzurro. Lui e la sua frustrazione, perché in realtà vorrebbe impersonare il Libro Magico.

Allora resto ancora un po’, perché mi è esploso dentro il ricordo della mia recita scolastica, di quanto ho desiderato recitare la parte del principe azzurro e di come sono finita a interpretare l’ancella perché femmina. Ho cercato di convincerlo a realizzare quel sogno, lui così simile a me, alla fine mi ha persuasa, ed è bastato un:

«Mamma, era il tuo sogno, questo è il mio. E poi tu sei femmina».

Torno subito, un bambino mi sta insegnando a rispettare i desideri di chi si ama e, forse, di rimando, da parte mia riesco a convincerlo che anche una ragazza è capace di interpretare il principe azzurro, se lo vuole.

Torno, magari dopo la recita, ma solo se trovo il coraggio di salire anch’io su quel palco e realizzare il mio, di sogno. Allora sarò un po’ ridicola agli occhi dei più ma, lo saprete in pochi, sarò felice.

Fino ad allora, prometto, torno subito.

Francesca Mola