un bambino e un armadio

Photocredit: Medicaltourism.com

Forse non è uno scherzo, pensò Marta guardando l’armadio da cui provenivano, regolari e raccapriccianti, i lamenti del bambino.

Restò un attimo immobile, non sapendo bene cosa fare. Avrebbe forse dovuto avvicinarsi, aprire quella vecchia anta cigolante e tirar via a forza quell’essere minuto e spaventato che si era rifugiato tra quelle pareti di legno scuro, considerando quel gesto solo come un ennesimo capriccio?

Decise di ricorrere al suo buonsenso. Si avvicinò, aprì l’armadio con lentezza, cercando di trattenere l’ansia e frenare i battiti del cuore che sentiva risuonare dentro, senza freni.

La voce del bambino divenne più reale, meno ovattata. Le si infilò nelle orecchie, provocandole brividi improvvisi e facendole accapponare la pelle. Si soffermò un attimo a guardare il vecchio armadio in mogano ereditato da sua nonna, sistemato ora in quello che fino a poco prima era stato il suo studio, trasformato all’occorrenza in una cameretta, quattro mura che non racchiudevano più solo fogli, computer e fantasia, ma un passato che aveva lasciato cicatrici profonde su una persona venuta al mondo solo da pochi anni.

La telefonata dell’assistente sociale era stata improvvisa e definitiva, come solo il destino sapeva essere. Benché in quei mesi si fosse considerata pronta ad affrontare un affido temporaneo, di qualsiasi natura, sentire la voce della donna che le chiedeva di accogliere in serata un bambino abbandonato da genitori incapaci e violenti, per un tempo indefinito, l’aveva riempita di entusiasmo da una parte e di paura dall’altra. Sarebbe stata all’altezza? Avrebbe potuto dare a quel bambino l’affetto di cui lui aveva sicuramente bisogno?

Dopo tre giorni, in cui era passata dalla piacevole sorpresa che lui fosse buono ed educato alla scoperta disarmante di una personalità problematica, oscura e borderline, aveva compreso che il suo sarebbe stato un compito assai difficile, ma sapeva anche di avere la forza necessaria per affrontarlo.

Rinchiuso in quell’armadio, Francesco se ne stava rannicchiato su se stesso, la testa intrappolata tra le gambe magre, simili a due rami secchi. Non fingeva, non piangeva per attirare l’attenzione. I suoi singhiozzi erano veri, profondi. Ma perché?

Marta sentì un magone improvviso e poi lacrime ed esasperazione pronte a venir fuori. Allungò una mano verso quelle spalle magre e ricurve, avrebbe voluto alleviare quel dolore che assaliva come un mostro il suo corpo innocente, che consumava la sua anima. Avrebbe voluto stringerlo fino a quando non avesse avuto più ricordi, nessun passato ma solo un presente rassicurante e balsamico. Si era spesso chiesta quale fosse il peccato da espiare, perché a quella età alcuni bambini dovessero soffrire più di altri. Perché fosse capitato loro un destino tanto incerto, giorni tanto crudeli.

«Francesco…» disse, sussurrando il suo nome nella penombra della stanza.

I singhiozzi non terminarono, ma cambiarono frequenza. Divennero meno numerosi, ma più lunghi.

«Vieni, dai. Andiamo in giardino. Facciamo una passeggiata, io e te.»

Il bambino sollevò la testa, appena un po’. La guardò dritto negli occhi, senza scampo. Occhi pieni di smarrimento che si piantarono nei suoi trasmettendole tutto il dolore di quel momento. Marta sentì che le mancava il respiro. Francesco poi smise all’improvviso di piangere.

«Vieni,» disse in tono più deciso lei, incoraggiata da quell’improvvisa assenza di suoni. Prese la sua mano, che teneva fra le gambe, e lui glielo lasciò fare senza protestare, senza più lamentarsi.

«In giardino ci sono dei fiori che vorrei farti vedere…» sussurrò in tono più dolce.

Aveva scoperto per caso che al bambino piaceva molto gironzolare in giardino alla ricerca di fiori sempre diversi. Da quando era arrivato aveva cominciato a collezionarli, facendoli seccare in un quaderno che lei gli aveva prestato.

«Mi piace andare a rivederli…» le aveva confidato solo il giorno prima. «Mi sembra che se li sistemo qui, tra queste pagine, loro non possano più andar via».

Aveva avvertito un nodo in gola, pensando all’abbandono che aveva subito, al senso di smarrimento che Francesco doveva provare, senza più nulla a cui aggrapparsi, ma era riuscita a fingere che andasse tutto bene tornando a impastare la focaccia per la cena e sollevando di tanto in tanto lo sguardo verso quel ragazzino sul cui futuro, forse, avrebbero inciso anche i momenti passati con lei.

Francesco si fece guidare fuori dall’armadio, in silenzio. Marta aveva voglia di stringerlo tra le braccia, ma temeva che la sua istintiva ritrosia, il timore di essere toccato o avvicinato, per via delle violente percosse che aveva subito in quegli anni, l’avrebbero portato a rifiutare il suo abbraccio. Era quasi un miracolo che lui accettasse di prendere la sua mano.

Il ragazzino si asciugò le lacrime con il dorso della mano libera, seguendo Marta in cucina. Lei gli passò un pezzo di ciambella al cacao, che lui accettò di buon grado, senza dire niente, e lo condusse in giardino dove la luce del sole li abbagliò e l’odore della primavera riempì le narici.

Marta si voltò verso Francesco, che indicò un punto preciso a pochi metri di distanza verso un angolo in penombra, colorato da piccoli denti di leone. Il bambino fece un cenno di assenso, ricambiando il suo sorriso. Aveva già trovato i fiori di cui lei gli aveva parlato. E allora comprese che forse Francesco, quel ragazzino rossiccio dall’aspetto smagrito, l’animo soffocato dalle brutture della vita, le avrebbe concesso di aprire una porta che teneva chiusa al resto del mondo. Una porta che lei non sapeva se fosse o meno pronta ad attraversare ma, giurò a se stessa in quel momento, almeno ci avrebbe provato. Perché non siamo isole, lontane e irraggiungibili, ma penisole legate alla terra che si possono percorrere con coraggio e determinazione, per raggiungere chi ci tende la mano.

Emiliana Erriquez