Un passo per la morte

Alcuni uomini sono belve chiuse in gabbia. La gabbia dei desideri frustrati, del possesso, della gelosia, dell’invidia, della follia che ottenebra il cuore o della mentalità compressa tra le colonne robuste dell’ignoranza.
Bevono gocce di veleno e malsano orgoglio ogni giorno, in una spirale di assuefazione e compiacimento. Magari lo mandano giù fin dalla più tenera età, insieme al latte materno diluito nella linfa che scorre tra i rami irrigiditi di una monolitica linea patriarcale.

Non sanno o fingono di non sapere, che le gocce di veleno si cristallizzano nei recessi più oscuri del loro animo, corrompendo i sentimenti che scivolano nelle vene, portati dal sangue che è vita  profonda, imperfetta e per questo meravigliosa umanità.

Non vedono, le belve, o fingono di non vedere, che la prevaricazione, la gelosia ossessiva e la smania di controllo, non sono altro che  spettri a guardia di amori che anelano solo libertà e affettuosa protezione, come fiori bisognosi di acqua e sole.

Non capiscono o fingono di non capire, che ogni atomo avvelenato degenera in cancrena, atrofizzando lo spirito e asfissiando quello della persona amata.
No, quando l’essenza maschile è imbevuta del veleno della violenza declinata in odio, l’amore di una donna è un antidoto inutile, forse persino dannoso.

L’anima femminile, invece, è una farfalla con ali enormi, ali che vibrano sempre più rapidamente, all’ unisono con il suo cuore innamorato. Continua a sorvolare senza sosta, caparbia, il corpo della belva . Non sa, la farfalla, o non vuole sapere, che stare troppo vicina al fuoco finirà per bruciarle le ali.

Si culla nell’ illusione che le saette rabbiose che la circondano vogliano solo difenderla dalla moltitudine dei colori del mondo, che lei tanto teme. Ha paura di quella vischiosa intensità che sfuma nell’infinito, senza confini né dogmi per plasmarne la forma. Del resto, nessuno le ha mai detto che può solcarla con le ali: due appendici di cui, talvolta, non riesce nemmeno a spiegarsi il significato.
Non vede, la farfalla, o non vuole vedere, che i colori sono attraenti, brillanti più del sole e la chiamano con voci suadenti, sirene misteriose dai lunghi capelli intessuti nell’ oro delle tante scelte possibili.
Non capisce, la farfalla, o non vuole capire, che le ali bruciate non ricresceranno, ma al loro posto spunteranno due catene forgiate nel più duro metallo della dipendenza.
Ogni anello più rovente del fuoco dell’inferno.
Ogni anello soltanto bagnato nell’ oro di un legame che pretende l’appellativo di amore.
Ogni anello aggrappato al corpo della belva intriso di gelosia.
Su ogni anello uno smeraldo affilato di veleno cicatrizzato.

La farfalla va incontro alla morte. Eppure non la vede, non ne scorge le cavità oculari mangiate dal tempo, non il manto nero liso, non la scure che reciderà la sua anima dal corpo.

Si addormenta tranquilla sul petto della fiera, certa che il dolore che prova passerà e le ustioni si rimargineranno.
E dal sonno della mente passa, ingenua, alla morte dell’anima.

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Francesca Rossi