Edward Hopper

Edward Hopper

E improvvisamente, ricomincio a scrivere. Per te. E non voglio pensarle, queste parole. Voglio che escano da me senza fare rumore, sottovoce, camminando sulle punte dei loro piedi da ballerina. Voglio che camminino su pavimenti di velluto, le mie parole. E forse così potranno giungere a te, magari mentre dormi e pensi a chissà cosa, non mi è dato saperlo. E non voglio rileggere neppure una riga di ciò che scrivo. Non mi interessa. Non deve interessarmi. Scriverò fino a quando non finirà la notte e non mi sentirò così stanca da vedere il riflesso della mia testa ciondolare nello schermo del computer. Come in uno specchio. Acciottolio ruvido di parole sulla pagina bianca. Ripenso ad André Breton e al manifesto del Surrealismo. Surreale è quello che provo per te. No, non pronuncerò quella parola. Non mi piace, sai? È banale. Tutti la sanno pronunciare, ma chi sa cosa vuol dire davvero? Che cosa c’è dietro quel suo nome antico che tutti conoscono in ogni lingua del mondo? Non scriverò quella parola neppure per sbaglio, sai, neppure per sbaglio. Pausa. Afferro il cellulare per guardare l’orario. Ventidue e quarantasei. Non ho studiato fisica per domani; non che sia importante.

Pausa.

Mi rannicchio in un angolo del foglio per non sentire freddo. È tutto troppo bianco. Servono parole, parole per riempire questo infinito spazio che, non si sa come, se ne sta racchiuso nella mia mente finita e non ha intenzione di andar via. Spazio. Bianco. E vuoto.

Penso a te.

Alla tua faccia da schiaffi, ai tuoi occhi che sembrano capire molto più di ciò che effettivamente capiscono. Sei apparenza. Sei uno scarabocchio scherzoso e io non mi ci trovo bene, non sono mai stata un tipo che scherza. Io non rido mai. Io passo la mia vita delineando progetti nella mia mente bianca. Nella mia mente tappezzata di cultura inutile che si stinge col tempo fino a diventare ancora più bianca. Più bianca del bianco c’è solo la morte.

Non pronuncerò quella parola. Preme ai confini delle mie labbra, non la lascerò uscire. Preme. Preme. Preme. Mi esplode dentro con un rumore sordo, come di passi.

Penso a te, non lo saprai mai. Non saprai mai che sono per te, queste parole. Queste macchie inutili. Questi sassolini piccoli piccoli che scivolano e poi inciampano. S’inceppano, le mie parole. Non sono abituata a scrivere senza pensare, anzi, non sono abituata a far nulla senza pensare. Sono una fottutissima macchina razionale e il mio carburante è l’abitudine. La noia. Cammino per noia. Respiro per noia. La mia vita è puro movimento, dinamicità. Noia, ecco, anche se sembra una contraddizione.

Che poi, si vede che sei un po’ un bambino. Sotto quella faccia strafottente che ti ritrovi sei un bambino. Ti ci vedo, con i tuoi amici, a bere birra e a parlare di donne con quella faccia lì. Con quello sguardo lì, quello strano, quello che fai quando ti parlo. Quando parli con chiunque. Scrivere stanca. Fa freddo sotto la pelle.

Sei l’illusione che mi basta per respirare, e dunque ti respiro. Il resto è rumore.

Non ho mai saputo ballare. Come quella volta al Giardino delle Ginestre. Avevo dieci anni e una gonna scozzese, brutta. Come quella volta.

Ieri avevi un maglione orrendo. Avrei potuto ucciderti, per quel maglione. Non sei neanche tanto bello, se ci penso bene. No, non sei bello. O forse sì. Non posso essere obiettiva, mi dispiace. Non lo sono mai stata. Vorrei tanto pronunciare quella parola ma non posso. Quelle cinque maledettissime lettere. Sì, quella parola. Tu hai capito qual è ma ti prego, non la pronunciare. E non credere che io non sappia usare le virgole. È che mi piace metterle dove mi pare. Sei stanco?

Da piccola ero brava con le poesie. Scrivevo bene, sai, da piccola. Poi mi si sono aggrovigliate le parole dentro. Proprio così. Non riesco più a scrivere bene, correttamente, come fanno tutti i bravi artisti. Ripenso a Breton. Che poi, tu non sai neanche chi è, Breton, e allora che te ne parlo a fare? La mia mente è fatta di appunti che poi sbiadiscono e diventano bianchi.

Più bianca del bianco c’è solo la vita.

Insegui i tuoi pensieri. Forse corrono troppo in fretta ma chi se ne frega, inseguili. Non cercare di fermarli. Scrivili. Che poi è un po’ la stessa cosa, ma suona meglio, detto così.

Tu che ascolti il suono dei miei silenzi senza poesia, tu che esci indenne dai miei pensieri non rimati e sei in tutta la musica che si libera dalle mie mani. Tu che dietro le porte chiuse ma non a chiave aspetti.

Aspetto.

Bari di sera. I gatti hanno un odore bagnato, come di lacrime. E tu sei con me. Tu sei con me. Tu sei con me.

(Amore)

Bianca Rita Cataldi