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L’insostenibile leggerezza delle parole che ti arrivano quando la vita ti prende a schiaffi, del tipo ‘sei forte’, ‘puoi superare anche questo’, mi ha sempre urtato, soprattutto quando mi sono trovata di fronte alla tragedia di vedere mia madre ammalarsi di cancro. Sì, ero forte e sì, avrei potuto farcela, ma come? Ogni persona ha un proprio modo di reagire agli eventi drammatici che la vita dispensa con tanta generosità. E alla fine ho scoperto che scrivere era il mio. Non lo avevo mai compreso pienamente, ma avevo sempre usato carta e penna (e computer e tastiera poi) per affrontare la vita, fin dal primo diario segreto nel periodo dell’adolescenza.

Vivere sulla propria pelle la malattia di una persona cara ha significato per me dover lottare ogni giorno una battaglia cruda, violenta, una battaglia che mi lasciava la sera priva di forze e di pensieri, ma mai priva di emozioni che – ribelli e violente – continuavano a sgorgare, senza che avessi alcun potere su di loro. Emozioni che combattevano contro la razionalità: le prime, quelle in superficie, mi portavano a sperare che mia madre potesse in qualche modo riuscire a sconfiggere quel cancro che le era cresciuto dentro, le più profonde invece mi rendevano abbastanza lucida da lasciarmi considerare l’eventualità che si verificasse l’esatto contrario. La speranza che lei potesse continuare a far parte della mia vita, ancora e ancora, si affacciava ogni mattina al risveglio e persino nei miei sogni la immaginavo ancora in salute, magari vecchia e con un nipotino tra le braccia, ma vedevo ogni giorno la sua grinta affievolirsi.

Quando le emozioni erano troppo forti perché potessi contenerle, piangevo lontano dai suoi occhi e soprattutto scrivevo. Non solo di lei, di noi, ma anche di storie che sentivo nascermi dentro. Quello ero l’unico modo che conoscevo per trasmettere ciò che avevo dentro. E così scrivevo, anche fino a tarda notte. La luce della lampada sulla mia scrivania, in quella piccola camera, restava accesa fino a quando gli occhi non mi si chiudevano davanti allo schermo. E scrivere mi aiutava a dimenticare quello che stavo vivendo, a immergermi in altre storie diverse dalla mia, a liberare i pensieri costretti durante il giorno in una gabbia fatta solo di apparenza e di resistenza.

Scrivere era sempre stato più facile che dar voce a quello che pensavo, provavo, vivevo. E sapevo, a livello inconscio, che le parole sarebbero state lo strumento attraverso il quale sarei sopravvissuta al grande dolore della perdita di mia madre.

No, lei non ce l’ha fatta. Il cancro se l’è portata via… e mentre se ne andava io terminavo il mio primo libro e lo mandavo ad alcune case editrici (perché sì, vedere il mio libro pubblicato era il grande sogno della mia vita, dopo quello di invecchiare insieme a mia madre). Dopo venti giorni dalla sua morte, mi è arrivata una mail con una proposta di pubblicazione e in un giorno qualunque di luglio avevo il mio libro tra le mani.

Da quando lei non c’è, molti dei miei sogni si sono avverati (vivere in America era uno di questi) e la mia scrittura è migliorata, cresciuta, cambiata. Ci sono state altre pubblicazioni, altri scritti dopo quel primo. Mia madre è sempre stata lì. Ed è lì mentre aspetto in trepidazione che si avveri un altro sogno che, ovviamente, riguarda la scrittura.

Scrivere è la mia arma di difesa contro le vigliaccherie della vita. È la protezione che uso quando le intemperie mi investono e rischiano di trascinarmi via. È la speranza che le cose possano migliorare, sempre e comunque. È la corda a cui mi aggrappo per non cadere. È il cuscino che attutisce le mie cadute nel caso in cui le forze mi abbandonino. È la gioia che uso per riempire le mie giornate, dare un senso ai miei pensieri e liberare le mie emozioni. Scrivere è evasione, ma soprattutto è amore, è il modo in cui mi prendo cura di me stessa.

Emiliana Erriquez