Jessie Reeder

Jessie Reeder

Sei il tassello di un puzzle. Quello che, chissà come, era finito sotto il letto a prender polvere e che io neppure mi ero accorta di aver perso. Sì, sentivo che mancava qualcosa ma non sapevo cosa. Nel puzzle, al posto di quel pezzo lì, avevo di volta in volta inserito qualcos’altro, un diversivo. La prima sostituzione era stata la più ingannevole, quella che sembrava calzare meglio, l’incastro perfetto, e invece… Il secondo pezzo era stato chiaramente sostitutivo, stava largo nel puzzle ma in un modo confortevole, che si può accettare, con cui si può convivere. Non era come il primo che era stato infilato lì di tutta forza e ci stava stretto e rischiava di far saltare tutto il resto.

Insomma, mi sentivo comodissima con il secondo tassello, ero persino contenta, sognavo il futuro e poi magari chissà, in quel po’ di spazio che avanzava tra lui e il resto del puzzle avrei potuto mettere un po’ di colla, una chewing-gum, qualcosa, ed ecco qui il pezzo perfetto.

E poi, un giorno, mi è caduto qualcosa sotto il letto, che so, un orecchino, un anello, un filtrino per sigarette. Mi sono piegata, ho sollevato le coperte, ho guardato attraverso i nugoli di polvere, i trucioli di tabacco, i ragni morti dieci anni addietro e lì, in tutto quell’abbandono, ti ho visto. Il pezzo!

Il pezzo del mio puzzle, l’incastro perfetto. Allora ho dato un nome a quella mancanza che sentivo e che avevo cercato di riempire in tutti i modi. Ti ho raccolto, ti ho ripulito della polvere e adesso sono qui che ti guardo, ti guardo e non so cosa fare. Non posso dirti “Sei tu! Sei il mio pezzo! Vieni qui, completami!” perché c’è già un altro al tuo posto e poi non posso certo spaventarti e nemmeno sono sicura per davvero che sia tu. Magari questo è il pezzo che ha perso qualcun altro e nel mio puzzle ci staresti scomodo come gli altri.

Eppure io ti ho riconosciuto. Ti ho riconosciuto non con la mente, non con il cuore ma con lo stomaco, con la pancia, col vuoto in cui manchi. È la mancanza che compie l’agnizione, non la mente.
Ti rigiro tra le mani, saggio le rotondità, gli spigoli, i vuoti, i pieni. Cerco di ricordare il contorno vuoto del mio puzzle per capire fino a che punto siamo compatibili. Mi sembra di ricordare i tuoi spigoli anche se non ci ho mai sbattuto contro la testa e ancora non ho avuto la possibilità di farmi male, eppure ricordo.

Ricordo la tua arroganza, la tua calma serafica, la tua aria di superiorità, il tuo voler essere l’unico e il solo. Sento l’eco delle liti che non abbiamo mai fatto, già mi sento gridare da sola mentre tu resti in silenzio per ripicca, sento il cuore che mi brucia, l’amaro della bile, la gastrite. Se sposto le dita sul pezzo di puzzle sento anche le rientranze, i vuoti, le infinite volte in cui non ci sarai. Bruciano ferite di tradimenti che non ho vissuto ma che sono già qui, scritte su di te, e le posso toccare con mano.

Ma poi, finalmente, le rotondità, le curve dolci dei tuoi occhi, la tenerezza, le notti, il ritrovarsi, tu che ti volti e dici “Ciao”, le mie sigarette.
Ti rigiro tra le mani e non so che fare. Sono pronta ad accettare gli spigoli, le rientranze, i vuoti? “L’hai già fatto”, dice qualcosa dentro di me.

Presente, passato e futuro si mescolano. Ricordo il futuro con te anche se non l’abbiamo mai vissuto e forse non lo vivremo mai. La mente e il corpo hanno bisogno di inventare la dimensione del tempo per potersi dare una logica, ma l’amore no. Io sono con te e senza di te, nello stesso tempo. Ti ho riconosciuto, ti ricordo anche se non ti ho avuto mai.
Ma continuo a rigirarti tra le mani senza sapere che farmene di te, dell’immensa felicità che potrei ricevere, dell’immenso dolore che l’accompagnerebbe. E allora forse è meglio lasciare le cose come stanno. Ributtarti sotto il letto, tra la polvere e i trucioli di tabacco.

Io non ho visto niente. Io non ho sentito niente.

Bianca Cataldi