Mariangela_Camocardi_Logokrisia

Quando a quattordici anni entrai in fabbrica, ero lontanissima dal pensare che un giorno sarei diventata una scrittrice.

Ero già una lettrice seriale e divoravo ogni genere di libro su cui potevo mettere le mani. Mio papà me li portava dalla biblioteca della Nestlè. Lavorava lì, e quando entrava mostrandomi “La Cittadella” o “E le stelle stanno a guardare” di Cronin, o i romanzi di Hemingway e Steinbeck, mi brillavano gli occhi e il cuore esultava.

Però leggevo anche Liala e Luciana Peverelli, Brunella Gasperini e Cassola. Un elenco lunghissimo di straordinari scrittori che hanno contribuito alla mia formazione intellettuale. Leggere era un passepartout che mi proiettava nel nucleo pulsante di fantastiche dimensioni che anelavo esplorare e conoscere. Credo non esista nulla di così efficace e formidabile quanto i libri e il loro contenuto per forgiare e alimentare i nostri sogni.
Ora, però, non voglio raccontare chi era la Mariangela di allora e i sacrifici che affrontò quella ragazzina che si alzava ogni mattina alle cinque, per recarsi al lavoro e frequentare le scuole serali.

D’inverno il gelo mordeva e le dita intirizzite pareva dovessero staccarsi come ghiaccioli quando, entrando in reparto, il sangue ricominciava a circolare e le unghie da violacee riprendevano il colore nomale. Tempi duri, quelli.
Comunque, adesso, preferisco parlare del rapporto incredibilmente stretto che si instaura tra uno scrittore e i suoi lettori.

Un esempio? Durante la stesura del romanzo storico “La Signora del lago” scoprii in modo casuale di avere il cancro. Non una cosetta da nulla asportabile in fretta e senza conseguenze, ma una neoplasia molto aggressiva e in fase già avanzata. L’intervento chirurgico e il lungo ricovero furono programmati in tempi rapidissimi per scongiurare il diffondersi delle metastasi. Ero talmente spaventata e frastornata e così incredula da non connettere.

Non è piacevole guardare la morte in faccia.

Naturalmente dovetti sospendere la stesura del romanzo in una fase cruciale del suo sviluppo. La mente non era lucida e non avrei potuto dare il meglio di me stessa come autrice neppure insistendo a spremermi le meningi.
Visto dall’esterno il mestiere di scrivere può apparire ingannevolmente facile, qualcosa di automatico come accendere e spegnere un interruttore che accende o spegne la luce. Non è affatto così. Quando un paio di mesi dopo ripresi la stesura del testo, la fatica fu immensa. Il motore era stato fermato bruscamente mentre era in piena corsa, e terminare “La signora del lago” risultò estremamente difficoltoso dal punto di vista mentale.

Ero stata costretta a uscire dalle sue atmosfere, perdendo il contatto con i personaggi e l’evolvere della storia, che ne risentì più di quanto avessi temuto. Furono le lettrici stesse, quelle cioè che mi leggevano da sempre e che amavano il mio stile, gli intrecci e i loro protagonisti, ad accorgersi che in quel romanzo c’era qualcosa di diverso, e che io non ero la solita Mariangela Camocardi.

Captarono, in definitiva, il dramma che si celava dietro e di cui non avevo fatto cenno a chicchessia. Senza scendere nei dettagli, spiegai che sì, era intervenuto un problema che mi aveva impedito di infondere la dovuta magia nelle pagine che avevo scritto dopo quella brutta esperienza.

Ecco perché si dovrebbe ricordare, quando si danno giudizi sommari e ingenerosi a un romanzo magari meno riuscito degli altri, che al di là delle parole palpita una vita reale e non un quotidiano da romanzo.

La scrittrice finisce dove comincia la donna e, come chiunque, io devo affrontare l’esistenza con tutte le sue complicazioni e le sue difficoltà. Oltre il titolo e la firma stampate sulla copertina ci sono state battaglie vinte e brucianti sconfitte, imparando a essere forti per incassare i tiri mancini del destino senza smettere di mettere il cuore persino nelle virgole.

Scrivere è la mia dimensione ideale e fantastica, la mia isola esclusiva nella quale mi rifugio per rigenerarmi. Scrivere è un privilegio che mi arricchisce, ne sono umilmente consapevole. Credo abbia rappresentato, nei momenti più cruciali, un prezioso alleato che mi ha aiutato a combattere anche contro il cancro. Come ripeto sovente, scrivere diventa dipendenza come un vizio, senza per fortuna avere effetti collaterali. Scrivere significa dare voce alle proprie emozioni con la speranza di emozionare chi ci leggerà.

Ringrazio gli dei per questo dono che mi è stato fatto.

Mariangela Camocardi

 

Video realizzato da Bianca Cataldi