Isolde non c'è più

Si è spesso inclini a essere generosi nei confronti degli esordienti, siano essi scrittori o editori. Isolde non c’è più di Bianca Cataldi (Les Flaneurs editore) aggrega (coraggiosamente o suo malgrado) entrambe le identità. Consideriamo la giovane età e le pie intenzioni, e allora indulgiamo, giustifichiamo, concediamo una possibilità o due.

Ebbene, questa non è affatto la mia opinione, non in campo editoriale almeno. Dacché come lettrice mi vengono richiesti impegno, tempo, soldi per seguire i primi passi di un giovane scrittore o editore, mi permetto di essere esigente: al netto della necessità di tempo per maturare e migliorare, magari anche osare, mi aspetto delle valide ragioni per tutto ciò che altrimenti sarebbe spreco, dalla carta all’inchiostro, alle energie dedicate alla lettura, soprattutto allo spazio che si è deciso di occupare in un territorio già sovraffollato di suo come quello dell’editoria.

Per tutte queste ragioni, inizialmente, di Bianca Cataldi non mi fidavo. Per queste ragioni più una – e cercate di seguirmi nel ragionamento, perché è certo una deformazione personale, ma a farci mente locale, vi accorgerete che c’è un fondo di verità oggettiva.

Dunque, ho incontrato prima la social-Bianca, la Bianca dei social, la ragazza popolare sul web e, come con tutto ciò che è molto popolare all’interno del magico mondo della rete, non riuscivo proprio a fare a meno di pensare che si trattasse di marketing costruito a tavolino, pubblicità, insomma. Ma il più delle volte la pubblicità è ingannevole. Eppure, come diceva guarda caso proprio un celebre spot: provare per credere.

Quindi (ma a dirla tutta è stato un caso, ovvero, non sto enunciando un teorema generalmente dimostrabile, perciò i casi sono due: o ci si fida o si resta nel pre-giudizio), ho provato Bianca come donna e come collega all’interno di Logokrisia; ho visto con i miei occhi la bella persona (oltre alla bellissima ragazza) che è. In lei ho “letto” determinazione, ma una determinazione che non tralascia la semplicità, il rispetto, la consapevolezza che il suo inequivocabile talento per la scrittura è sì un dono, ma un dono che tenta di meritarsi lavoro dopo lavoro, successo dopo successo (è recente la vittoria al premio Maria Messina con l’altro suo romanzo Waiting Rooms), salendo gradino dopo gradino quella che con ogni probabilità sarà una lunga scalata, perché alte sono le vette che l’attendono.

E adesso parliamo, finalmente, di Isolde non c’è più. Sapete che c’è di nuovo? C’è che non mi fidavo nemmeno di Isolde, né di Golvan, Gwenn, Blez… ma che razza di nomi sono? Perché una giovane autrice italiana non tira fuori l’ardire di chiamare i suoi personaggi Maria e Giuseppe (ok, la storia di Maria e Giuseppe è stata già scritta, diciamo allora di Sara e… puntini di sospensione da prendere in senso letterale)? Cos’è questa moda dei nomi esotici (di origine celtica, in questo caso specifico) che – diciamolo – altro non è se non la brutta coppia di originali ancor più brutti?

Va da sé che queste mie pretese erano del tutto decontestualizzate dalla lettura e quindi più che assunzioni erano presunzioni. Perché solo leggendo Isolde non c’è più di Bianca Cataldi si possono cogliere la raffinatezza della scrittura e soprattutto la capacità di costruire non una semplice narrazione, ma una meta-narrazione, uno dei paradigmi più ostici da declinare in letteratura. Ecco allora disvelarsi pienamente il significato della scelta di quei nomi in apparenza bizzarri: sono archetipi universali che proprio per questo non possono avere coordinate fisse ma vagano in una dimensione trascendente il tempo e lo spazio, fluida com’è la dimensione che raccontano: l’adolescenza.

Golvan è un adolescente non come tanti, come tutti piuttosto (e chi afferma il contrario mente) alle prese col dolore della crescita. Perché crescere è uno dei più aspri dolori spirituali che l’essere umano sia costretto ad affrontare; crescere è una perdita, anzi tante perdite messe insieme. E allora ecco che: «Voglio così tante cose che non voglio niente. Voglio scrivere un libro, tanto per incominciare. Questo libro

Scrivere è terapeutico, dicono. Scrivere e scriversi (e magare leggersi e rileggersi) di certo aiuta a comprendersi, più verosimilmente asseconda il nostro bisogno di riflessione inteso proprio come vederci riflessi negli altri (Golvan si riflette in Isolde, per esempio) non perché dobbiamo essere a tutti i costi come gli altri, ma semplicemente perché non siamo isole, vogliamo poter condividere i nostri tormenti e se non possiamo, vogliamo almeno sapere che non siamo gli unici a provarli, che c’è chi li ha già provati e chi li proverà. Solo perché siamo umani. Inevitabilmente umani.

Anche per questo leggiamo. Scrive Harold Bloom in Come si legge un libro (BUR): «Leggiamo non solo perché non possiamo conoscere un numero sufficiente di persone, ma anche perché l’amicizia è così vulnerabile, così soggetta ad affievolirsi e a scomparire, talvolta dallo spazio, dal tempo, dalle affinità imperfette e da tutti gli affanni della vita familiare e amorosa». Per la stessa ragione Golvan scrive di sé e di Isolde, per trattenere la vulnerabilità dell’unico rapporto che lo sorregge in quel calloso tratto della sua vita. Ma proprio perché adolescente, Golvan è pur sempre un’identità in progress e quando l’identità è un frammento in cerca di altri pezzi a cui saldarsi, come in un puzzle, la scelta di nomi di fantasia assume sia il senso di una inesorabile provvisorietà («[…] i grandi scrittori danno un significato anche ai nomi dei personaggi. […] Io mi chiamerò Golvan che, secondo una mia amica, è un nome celtico che significa “passerotto”. È un nome che fa un po’ guerre stellari un po’ signore degli anelli ed è così che mi sento. Sospeso.»), sia il desiderio di contenere quanto più possibile gli effetti della più grande tra le privazioni dell’adolescenza: la fantasia, quella pura, immacolata, quella dei sogni e delle grandi speranze. Prima che la realtà arrivi a spazzarle via come un ciclone.

È chiaro ora in che senso Isolde non c’è più di Bianca Cataldi può considerarsi a tutti gli effetti un’opera di meta narrativa? Una volta, parlando con Bianca, le ho raccontato della mia fissazione di tracciare un canone per la letteratura dell’epoca 2.0. Non le ho detto (ma ancora non lo sapevo nemmeno io) che, nelle acque torbide della scrittura contemporanea, sono proprio gli autori del suo calibro a far sperare in positivo.

P.S. Un piccolo appunto alla casa editrice, Les Flaneurs: siete giovani e tutto ciò che si diceva in apertura di questo articolo, ma occhio al tipografo, ché in un paio di occasioni ha scambiato la o con 0 e, a parte che proprio non si può vedere, c’è bisogno di ricordare che 0 con questo romanzo non c’entra un piffero?

 

Sara Minervini