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Photocredit: Grafiche Tassotti

La scrittura non ti dà scampo. Ti entra nel cervello senza chiedere il permesso. Possiede il tuo corpo contro la tua volontà. Ti sfama e ti disseta l’anima ma il corpo no. Lui soffre. Si ribella. E tu, tu non puoi farci nulla.

Nel silenzio della notte il respiro regolare di chi mi è accanto nel letto, è  un respiro stanco, sereno ma stanco, che tuttavia non sovrasta i pensieri convulsi nella mia mente. Sovraccaricano di adrenalina il mio corpo, con il cuore che pompa sangue a mille e mi pulsa nella gola. All’improvviso un sussulto. Lui si alza, lo intravedo con gli occhi di sonno sull’uscio della stanza: «Portami l’acqua» gli biascico dietro con la bocca impastata. Attendo i suoi passi di ritorno. Lui non si è accorto di nulla. Non si accorge mai di nulla. Del resto, potrei morirgli accanto e non lo saprebbe. Mi troverebbe li la mattina dopo e si chiederebbe il perché.

Allungo la mano alla cieca sulla bottiglia già sudata. La porto alla bocca. L’acqua mi aggredisce. Mi brucia il palato. Mi risciacqua la lingua sporca di veleno mentre discende veloce nello stomaco. Mi stendo da capo. Notte schizzata questa. Provo a chiudere gli occhi ma i ricordi mi assalgono.

Brandelli di storie, frammenti di volti, pensieri importanti che vorrei poter fermare col nero segno della biro. Stralci di conversazioni e considerazioni inconsuete che vorrei poter imprimere con rabbia sui tasti del pc ma ho troppo sonno. Abbranco il cuscino. Nelle notti normali mi basta.

Raccoglierlo nel mio abbraccio, gonfiarlo sotto il mio viso a poggiarci un orecchio per volta e ascoltarne l’eco del mio picchiettare autistico con le dita. Ma stanotte no. Non mi è sufficiente. Non faccio in tempo a violare la mia mente, a forzarne lo spegnimento, che sopraggiunge pure lui. «Ho avuto un incubo» mi dice e io lo avvolgo nel mio tepore. Lo riaccolgo volentieri nel materno ventre. Quando lo sento tranquillo mi sciolgo dal suo abbraccio simbiotico per farlo respirare. Ora sono in due, all’unisono, a respirarmi addosso. Solo io non ci riesco. Un groppo in gola mi soffoca. La mente molesta mi offende. Mi sfida a ricordare, lei. Mi opprime l’anima e mi violenta.

Va bene. Hai vinto tu. Avulsa dal sonno mi metto a scrivere. Nella solitudine silenziosa della mia schizofrenia finalmente saziata.

Teresa Antonacci per Logokrìsia