Medea - J.W. Waterhouse 2

Medea, la donna pericolosa, l’infanticida, la strega iraconda, la straniera figlia di un popolo barbaro, piena di odio e vendetta, incapace d’amare perfino il sangue del suo sangue: questa è l’immagine della principessa di Colchide che il tempo e il mito ci hanno restituito.

Il primo a catturare l’anima di Medea fu Euripide, emblema intellettuale e maschile di una cultura potente e patriarcale, il quale plasmò la figura della maga in base ai canoni letterari e morali della sua epoca, oltre che a un rigido schema interpretativo della tragedia a cui si ispirarono anche Ovidio e Seneca.

In effetti in tutte e tre le letture del mito, Medea è un personaggio cattivo, rabbioso, scaltro ma scomodo; una femmina in grado di spezzare gli equilibri, l’ordine della società gestita da uomini, attingendo con temibile consapevolezza al caos generato da incontrollabili forze occulte. Non solo: la sorella di Circe è anche un’ammaliatrice gelosa, nelle cui vene scorre il fuoco della passione e della vendetta.

Ogni nefandezza compiuta da Medea è frutto dell’istinto animale (elemento femminile), contrapposto alla razionalità maschile, dall’assassinio del fratello Absirto fino all’atroce epilogo dell’uccisione dei figli.

Questo è quello che ci hanno raccontato. Del resto, la donna e la femminilità non sono state per secoli demonizzate, bruciate, marchiate e vilipese nel corpo e nello spirito perché impossibili da definire una volta e per sempre in una classificazione partorita da menti maschili?

Di ciò era ben conscia Christa Wolf, studiosa tedesca e scrittrice acuta che seppe rintracciare in Medea tutti i cliché della donna da sconfiggere perché sapiente, indipendente e straniera. Quale miglior modo di ucciderla, dunque, se non infangandone la memoria mitica? Come poteva, una semplice donna, pretendere di conoscere, di controllare gli elementi, perfino di essere libera, lei, sola e senza diritti nell’asfissiante, rigida Corinto?

Bisognava arginare la possibilità che la sua intelligenza attraversasse i secoli e divenisse un modello; era necessario ostracizzarne la personalità, relegandola negli abissi della crudeltà.

Partendo anche da simili considerazioni e per nulla convinta della natura malefica di Medea, Christa Wolf decise di approfondire meglio questo personaggio tanto complesso quanto affascinante e frainteso, cercando di arrivare all’origine del tremendo equivoco che divenne mito.

L’eccellente risultato delle ricerche si concretizzò nel romanzo pubblicato nel 1996: “Medea. Voci” (Ed. E/O, 2008). L’autrice volle che fossero i sei personaggi a raccontare, attraverso monologhi dallo stile asciutto, frammenti della storia che, pagina dopo pagina, portano al finale sconvolgente ma liberatorio. Ciò conferisce al romanzo il carattere dell’autenticità radicata nelle fonti mitologiche e letterarie, quasi fosse una sorta di indagine in cui ogni presunto colpevole ha la facoltà di difendersi.

I ritratti che ne vengono fuori sono molto meno prevedibili e schematici di quanto appaiano nell’opera di Euripide: Medea, Giasone, Leuco, Agameda, Acamante e perfino la figlia del re di Corinto Glauce assumono i contorni delle “persone”, non più dei personaggi. Non recitano un ruolo, ma assommano nel loro animo tutte le sfaccettature dell’umanità.

Medea, secondo Christa Wolf, non ha ucciso i suoi figli: è fragile, abbandonata in un Paese straniero dall’uomo a cui ha donato tutta se stessa, ripudiata, additata dalla gente, ma non è una strega malefica né un’assassina.

Euripide avrebbe manomesso il mito di Medea per denaro (quindici talenti d’argento, ci ricorda Anna Chiarloni nella postfazione al romanzo) assolvendo i veri colpevoli dell’infanticidio, ovvero gli abitanti di Corinto, e scegliendo un perfetto capro espiatorio tutto femminile.

La coscienza di un popolo è stata abilmente ripulita, mentre la dignità e la sapienza di una donna infangate per sempre. Quindici talenti d’argento: il prezzo di una sporca menzogna.

di Asia Francesca Rossi 

Photocredit di J.W. Waterhouse