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Il romanzo Neve, cane, piede di Claudio Morandini che il meccanismo di hackeraggio – come lo ha definito in senso buono la Micaela Mugia in Quante storie– ideato dal gruppo FB Billy il vizio di leggere ha portato tra i primi dieci romanzi più venduti nelle classifiche editoriali dei primi di marzo 2017, è effettivamente un gran bel romanzo, nonostante la maggior parte delle recensioni si concentri, appunto, su questo meccanismo di visibilità del quale, dunque, io non parlerò.

È un bel romanzo nonostante il suo protagonista, direi. Adelmo è un montanaro che si è isolato dal mondo della valle in una vita autarchica, stentata, scomoda, in una baita che è più stamberga che casolare, in nascondigli naturali che sono più resistenza che strategia, in una dimensione temporale che è piuttosto un eterno presente. Inizialmente ci viene presentato nei suoi rari e problematici rapporti con gli altri esseri umani di una società di cui fa parte nonostante tutto, suo malgrado: la bottegaia, il vecchio del paese e soprattutto il guardiacaccia che continua a cercarlo e a tentare un colloquio con lui, cosa che lui percepisce piuttosto come un essere braccato.

Quando la natura precipita nel rigore invernale, noi precipitiamo con lui nel rigore del suo isolamento e pian piano iniziamo a pensare come lui. Un personaggio scomodo, che sovverte tutte le logiche sociali, ci mostra l’uomo nudo, in una sociopatia che non ci appare più come qualcosa che possa riguardare solo ‘altri’ ma qualcosa in cui potremmo alla fine sguazzare pure noi. Non dico cadere, ma sguazzare, trovarci comodi lì proprio come lui, nel suo sporco, nella sua neve nella sua incapacità di dare una sequenza temporale al suo vissuto.

In questo delirio di solitudine compare un cane col quale instaura un rapporto anche qui non convenzionale, di sostanziale tolleranza, che non si tramuta mai in reale affetto e che avrà un epilogo anche questo impensabile ma perfettamente in linea con il sovvertimento dei valori e del consueto senso di umanità, che è proprio del personaggio.

Il disgelo porterà al ritrovamento di un corpo umano e anche questo sarà occasione di un ribaltamento di prospettiva: nella sua confusione mentale Adelmo cerca di ripensare a come possono essere andate le cose e scende a valle per tentare stavolta un contatto con la società, non per sé ma per quell’uomo. Solo che adesso sono gli altri che, avendolo ormai catalogato come inaffidabile e alienato, lo ricacciano al margine di quello che credono essere il suo delirio.
Sicché un delirio più grande e definitivo si impadronirà di lui, che finirà con l’attendere il suo probabile destino ripensando all’origine di quella che ora chiaramente percepisce come alienazione: il rumore dei cavi dell’alta tensione con cui è cresciuto.

Il romanzo dunque mi è piaciuto per l’abilità di farci simpatizzare per un personaggio che giudicato oggettivamente sarebbe ripugnante. Bravura dell’autore e criterio che identifica a mio avviso, ciò che è letteratura da ciò che non lo è. Potremmo dire che se il personaggio fosse solare e positivo, Morandini avrebbe voluto ‘vincere facile’. Invece no, ha deciso di insinuarsi nei pensieri di una mente semplice, ridotta a un sentire brutale e primitivo che potremmo definire inumano quasi come quello dei prigionieri di Auschwitz descritti da Levi, in una sostanziale sospensione della distinzione tra bene e male, dove l’unico input è l’istinto di sopravvivenza e in cui l’unico modo di vivere è superare e adattarsi al momento presente, incapaci di proiettarsi nel futuro come di ripensare il passato.

Tuttavia questa condizione non è mai drammatizzata da Morandini, anche nei momenti più difficili è priva di un’autentica concitazione, ed è scandita da un linguaggio semplice schietto che ci sembra provenire dallo stesso Adelmo, perfettamente in linea col personaggio dunque, pur regalandoci scorci preziosi di poesia nella descrizione dell’ambiente, la montagna amata, per come può e sa amare Adelmo, e in realtà l’unica sua vera compagna.

Dunque un romanzo intenso, originale, che genera sempre nuove riflessioni e sensazioni, man mano che l’esperienza si sedimenta e si allontana, l’emozione viscerale scema e rimane la ricerca di senso. Per far ciò bisogna scrostare da quella solitudine patologica il sedimento di repulsione per i comportamenti e le scelte che il personaggio fa nel corso della storia, che pure è una forte tentazione nel lettore, proprio come Adelmo fa con le sue croste di sudicio e avere il coraggio di cibarcene, come anche lui fa, per riportare a nudo la nostra visione.

Così è possibile pensare che un messaggio positivo ci sia. Io vi ho letto, infatti, la possibilità di riflettere sul fatto che il senso di umanità non è così innato o atavico, che per esprimersi abbisogna di una appartenenza sociale non automatica ma scelta. Qui l’uomo come Adelmo è l’uomo allo stato naturale di Rousseau che dopo aver stretto il patto sociale ne è stato ingannato e danneggiato. Infatti a volte è la stessa la società genera gli asociali: il suono dei cavi dell’alta tensione è paradigmatico di qualsiasi fattore sociale lesivo del singolo o di una comunità ma che si finisce con l’accettare in nome di altri benefici- economici per lo più – che però non vanno a incidere su coloro che, invece, ne subiscono le conseguenze. Gli Adelmo diventano così, semplici danni collaterali.
Siamo proprio sicuri che il cinismo di un simile calcolo economico sia meno immorale del vivere asociale di Adelmo?

Dirce Scarpello