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Il romanzo L’equilibrio imperfetto si apre con una donna che guarda indietro al suo passato. La malinconia, o la saudade come dice lei, la coglie ripensando all’uomo che se ne è andato, ma già dalle prime pagine capiamo che il focus non è propriamente sull’amore o per lo meno non solo. Piuttosto sul bivio che la vita pone davanti a noi donne quando ci rendiamo conto che è arrivato il momento di scegliere tra la professione, la carriera, e l’amore di un uomo che ci vuole secondo un’immagine che si è costruita di noi, secondo ciò che consente a lui di realizzare senza rinunce la sua duplice aspettativa di famiglia e di successo professionale.

Rossella Oddi, italiana, è una interprete che studia in una scuola internazionale a Ginevra che insegue, insieme alla professione, l’indipendenza, l’affrancamento da una famiglia un po’ oppressiva e tradizionalista- della quale però spesso avverte la mancanza.

“Ora non si sarebbe più creata legami, voleva essere libera, voleva godersi i vantaggi della sua professione. Primo fra tutti quello di viaggiare e conoscere il mondo. Era giovane e attrezzata per viaggiare, una sorta di riscatto per una donna del Sud come lei. Niente padri padroni, niente mariti intolleranti, niente figli che ti succhiano il tempo perfino per i tuoi spazi più intimi e ti riducono presto come l’ombra di ciò che avresti voluto essere. Poi, un giorno che hai un po’ più di tempo per te, ti guardi allo specchio e ti ritrovi accanto l’ombra di una figura cresciuta di molte taglie nella quale non riesci nemmeno a identificarti.”

La voce di Rossella parla di ciò che ha visto avvenire nella vita di altre donne, più mature di lei, nel suo profondo paesino del Sud in cui:

“ognuno ha la sua destina. «Nonna, si dice destino. Ẻ maschio» la correggeva ridendo. «E chi lo dice che è maschio. La mala gente è tutta femmina. Così la destina, perché mica è sempre buona, anzi.[…]» Capiva perché i vecchi usassero il femminile, perché, si sa, nell’immaginario popolare, dichiaratamente misogino, anche quando a parlare erano le donne, il male era femmina, come la morte, la disgrazia, la solitudine, l’amarezza, la colpa, la fatalità, la sfortuna e, per analogia, anche la destina.”

O forse la voce dell’autrice vuole semplicemente suggerire a Rossella di non sprecare le occasioni che la vita offre, almeno in questa prima parte del romanzo.
Il suo confrontarsi con le altre figure femminili della storia – la cara amica Ilde e la tutor sul lavoro Carmen- non è però mai un’autentica condivisione di esperienze, risultando in questo senso piuttosto impermeabile e a tratti diffidente. Perché una cosa è ben chiara dall’inizio: che, al di là dei proclami d’indipendenza, Rossella non sa immaginare la sua vita senza un vero amore.

E poi? E poi infatti, c’è l’amore per Max. Quella passione che niente di razionale può frenare. Quel tenerla legata a lui con un’offerta di lavoro da parte di suo padre. L’antipatia iniziale che si trasforma in attrazione, come da prevedibile copione che però è cosa che ognuna di noi ha provato almeno una volta nella vita.
Quando due personalità brillanti, calienti –Max Deséado, il protagonista spagnolo, è un brillante scrittore e regista di cortometraggi – si incontrano, la scintilla della passione si nutre anche della cultura e della passione per i viaggi. Madrid, la città di Max , dove Rossella lavora, di cui lei impara a respirare l’anima. E Toledo e i ristoranti giapponesi, e il loro rimbalzare per il mondo, fino ad approdare al loro tatami, magico giaciglio d’amore.

“Entrambi volevano dell’amore la libertà e non il vincolo. Almeno questo era il patto iniziale.”

Ma poi l’amore significa anche voler legarsi, scegliere di prendere casa insieme. Per Rossella, quasi subito, però, significa dover star dietro a un uomo assorbente, che vuole lei, il suo tempo, i suoi respiri. Il lavoro al quale aveva sacrificato anni, divertimenti, spensieratezza, sul quale si era tuffata con passione e senso di responsabilità, diventa di colpo un ostacolo tra loro, qualcosa a cui le viene chiesto se non di rinunciare, di rimodulare in funzione e in dipendenza del loro rapporto, della loro convivenza. Fino al punto di rottura.

“Non riusciva più a tenere il passo con la sua volubilità lunatica e meteoropatica. Voleva gridargli in faccia, appena ritornava, che anche lei aveva la sua vita e che non perché si amavano e stavano insieme avrebbe cancellato i suoi spazi, il privato, le ambizioni. Glielo avrebbe detto senza mezze misure, senza finire con l’intenerirsi e scusarlo, grata del suo amore. Questa volta era indispettita anche con se stessa, con il retaggio che si portava dietro, per educazione, della donna che sa capire, che perdona, che annoda legami instancabile, disposta perfino ad annullarsi negli altri.”

Il romanzo trova così una sua cadenza altalenante, un suo equilibrio imperfetto nella figura di Rossella che lotta contro e si arrende a questo amore, che cerca di dimenticarlo seguendo un altro fuggevole amore in un ennesimo viaggio- costante della sua vita, il viaggio– per poi ritornare prepotentemente, una volta chiariti tutti gli equivoci che il destino ha messo sulla loro strada, a desiderare di vivere così la sua vita, forse perennemente in bilico, in una opera continua di mediazione tra le proprie aspettative e quelle di Max. Perché in fondo:

“La vita a due è un difficile gioco per rimanere in perfetto equilibrio, ma pur sempre im-perfetto.”

Con una prosa elegante, intima, l’autrice scandaglia le profondità dell’animo femminile, si fa portatrice di un messaggio di parità tra i generi non urlato in termini di rivendicazione, ma suggerito e auspicato come paradigma di armonia. Volteggia poi con leggerezza su paesaggi stupendi, luoghi che deve aver senz’altro visitato di persona per farcene respirare così bene l’anima.
Un linguaggio poetico a tratti, una poesia che si rinviene anche nello stupore con cui Rossella guarda il mondo, nella sua sostanziale fiducia nella indispensabilità dell’amore.

Autrice Dirce Scarpello