7702924_2169282

Link all’acquisto

Berlino, anni Quaranta del Novecento.

Mentre la Seconda guerra mondiale miete vittime in tutto il mondo in una spirale di dolore senza fine, Klaas von Kleist, ufficiale delle SS, vive i suoi anni giovani dividendosi tra donne, indiscussa fedeltà alla patria e assenzio.

Guidato dal suo mentore Wolf Immendorf che l’ha cresciuto come un padre, Klaas difende la logica del partito nazionalsocialista scovando i traditori del regime e uccidendoli a sangue freddo. Tuttavia, come il giovane scoprirà presto, nulla è come appare.

Se da un lato la passione politica lo porterà a perdersi in un vicolo cieco di infedeltà e morte, dall’altro l’amore di tre donne diversissime lo condurrà all’unica soluzione possibile: rischiare tutto pur di salvare la Bellezza.

Nero d’assenzio si presenta da subito come un romanzo sui generis. Sin dall’inizio, la voce narrante riesce a trarre in inganno il lettore lasciandogli credere ciò che non è. Inizialmente, il protagonista Klaas von Kleist appare quasi come una misteriosa creatura della notte, un essere mitologico con poteri e capacità che vanno al di là dell’umana comprensione. Si scopre ben presto, invece, che Klaas è semplicemente un uomo, forse il più umano tra tutti i personaggi, con le sue debolezze, le sue passioni e i suoi vizi (come affermerà Lange, un personaggio controverso, nel corso del romanzo: «Le passioni sono quasi sempre anche debolezze o non sono passioni sincere»).

L’incipit, avente per tema principe “l’amore totale”, consegna al lettore la chiave di lettura dell’intero romanzo e la conferma arriva nell’epilogo che, giustamente, riprende il primo capitolo e chiude il cerchio. Il lettore viene calato da subito nelle atmosfere cupe, tipiche del genere noir, che avvolgono l’azione e comprende ben presto che tutti i personaggi, salvo pochissimi lampi di luce, sono in realtà negativi.

Eppure, la voce narrante non permette mai a chi legge di dar per scontato ciò che accadrà: fino alla fine, il lettore continua a sperare e a tifare, suo malgrado, per un personaggio che si fa amare nonostante tutte le sue contraddizioni e i suoi frequenti “errori”.

Inserisco la parola “errori” tra virgolette perché anche questo è uno dei temi principali del romanzo: chi può definire l’errore? Come è possibile comprendere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato? Il narratore non sbaglia mai un colpo in questo senso e confonde il lettore proprio per fargli capire che ogni cosa è relativa, che non si può avere la certezza assoluta del “far bene” poiché basta spostare di poco l’inquadratura per scoprire che quel bene può diventare un male.

L’intreccio, pur nella sua complessità, non presenta problemi nello svolgimento. Risulta ottima, inoltre, la gestione dei colpi di scena: spesso il lettore è indotto ad aspettarsi qualcosa che invece non accadrà e, nel momento in cui scopre come stanno realmente le cose, non ne è deluso ma soddisfatto.
Intelligente e originale è l’idea di attribuire a ogni capitolo il nome di un “bicchiere”, colmo di bevande diverse, dolci e amare, diversissime tra loro. Come lo stesso narratore spiega nell’epilogo, il romanzo è tutto un bicchiere (amaro) da buttar giù tutto d’un fiato e questo è ciò che realmente accade. La trovata del bicchiere conferisce maggior luce e risalto al titolo nel segno della coerenza tra idea iniziale e svolgimento.

Tutto ciò che viene aperto viene successivamente chiuso e il narratore non lascia mai una situazione o un problema irrisolti.

L’ambientazione, abilmente illustrata dalle descrizioni, è uno dei punti forti del romanzo. La voce narrante riesce a evocare con grande maestria la scena, tanto che il lettore ha realmente la sensazione di essere sul posto dell’azione. In realtà, tale potenza evocativa non è solamente il frutto di una buona capacità descrittiva, ma anche e soprattutto di un certo gusto nella scelta dei luoghi, dei momenti, delle modalità di interazione tra i personaggi.

È evidente che l’assenza della guerra nella struttura portante della trama sia voluta e si tratta di una scelta intelligente, che ha evitato il classico eccesso di “carne a cuocere”. La dimensione storica, comunque, non è affatto “invisibile”: è invece interessante la prospettiva scelta perché permette al lettore di infiltrarsi nelle stanze più segrete della realtà storica dalla porta di servizio e di assistere al consumarsi di una storia che, come il narratore stesso specifica nell’epilogo, potrebbe essere realmente accaduta ed essere stata cancellata.

Per quanto riguarda i personaggi, essi sono accuratamente descritti dal punto di vista psicologico. Interessanti, in particolare, sono le figure delle tre donne, punti cardinali nella storia di Klaas: Regina (l’amore imposto dalla società), Magdalena (l’amore passionale) e la geisha (l’amore platonico/idealizzato). Nonostante ciò, il personaggio più complesso resta il protagonista, Klaas, come in ogni romanzo che si rispetti.

La complessità di Klaas sta nel fatto che, in realtà, il personaggio che il lettore inizialmente crede di conoscere, ossia l’ufficiale delle SS imbottito di idee politiche e di un certo tipo di moralità, è soltanto una maschera. Importante e con un fascino tutto suo, certo, ma comunque una maschera. Se in Klaas ci fosse stato solo questo, di sicuro non si sarebbe potuto costruire un romanzo di questo tipo perché non è lui, il motore della storia. Il vero Klaas, in realtà, è quel che è sopravvissuto del ragazzino che era e che, sotto l’enorme impalcatura che si è costruito intorno per difendersi dal mondo, si guarda intorno e si chiede “Ma che ci faccio qui?”. Paradossalmente, è proprio quel ragazzino che fa partire la storia, che si ostina a cercare qualcosa, qualcuno, un padre, una casa, un amore. La bellezza, appunto. Ma inevitabilmente, nello scontro tra quel che è fuori e dentro di lui, Klaas esce sempre perdente, fatta eccezione, in modo paradossale, per il finale. In definitiva, Klaas è il maestro dell’intuizione mancata, dell’adulto che soffoca il ragazzino che è stato anziché accettarlo senza vergognarsene e che, ogni volta, comprende la verità con un attimo di anticipo o con un attimo di ritardo. Comunque, fuori tempo.

Lo stile che caratterizza questo libro ha un che di primonovecentesco e questo, nell’ottica della sua ambientazione ma anche in quella della piacevolezza di lettura, è un buon punto a favore. Si avverte l’ombra dannunziana tra le pagine (soprattutto il D’Annunzio delle Vergini delle rocce e del Trionfo della morte), c’è anche un accenno al superuomo nelle pagine finali. Prescindendo da queste reminiscenze letterarie che potrebbero anche essere una mera ipotesi di chi legge, lo stile si adatta perfettamente al genere trattato.

Parliamo di un noir contaminato dallo storico e dal romanzo psicologico e, oserei dire, c’è anche una buona componente del romanzo di formazione.

In conclusione, Nero d’assenzio è un romanzo che non presenta qualità soltanto sul piano denotativo, ma anche su quello connotativo, e questo lo rende non un prodotto commerciale ma un’opera letteraria a tutti gli effetti.

Si tratta, dunque, di una storia affascinante che si dipana come una lunga fila di bicchieri da buttar giù tutto d’un fiato, calici ricolmi di miele e di sangue, di passione e di morte, in una danza macabra in cui il Bello, bistrattato e incompreso, diviene l’unica ipotesi di luce nella totalità del buio.

 

Bianca Rita Cataldi