io e la murgia

(Photocredit. Rosanna Santoro)

Corro senza sosta per non pensare.

Corro come chi è appena uscito da un limbo e poi torno a casa. Sempre. Perché accade che le cose che vogliamo non vanno come vorremmo. E allora, per non far finire la corsa a un binario morto, mi affaccio indietro e guardo il mio passato per andare più veloce. Il paradosso per avere paura e correre ancora di più.

Come fa ogni donna che è stata infelice, sì… Ma io, poi, mi fermo e resetto. Devo, dopo aver guardato. E lo faccio come fosse un rito da seguire. Resetto e mi affogo nell’unico posto che mi fa dimenticare.

Tra le pietre della mia terra, tra spighe di grano e giallo sparuto, dove mi scotto i piedi e poi rivedo le mie foto, di me in reggiseno, senza maglietta né pudore, quattro ossa, una prima misura da mettere in un bicchiere e una risata. Alla fine, tutto può essere come vogliamo anche se sei altrove. Il problema è che per me non è così.

Allora impari a cercare le tue radici nella gente, in tuo figlio, nelle amiche. E ti basta chiudere gli occhi e sei là senza pensare che non stai sognando.

Perché la vita è come un treno che prendi e mille fermate che fai, prima di arrivare a destinazione. Certe volte, per molti di noi, c’è da scendere e saltare su una coincidenza perché se la perdi, non è più lo stesso treno. La vita cambia, ma non ci deve importare. Alla fine restiamo noi con quello che proviamo, con i nostri scleri, le anomalie caratteriali, accettate solo da quelle persone che ci vogliono accanto.

Noi donne dalla vita difficile. Che la mattina ci svegliamo senza più una famiglia e dobbiamo regolare i conti con un destino che non ci appartiene.

Sembra un film in bianco e nero e invece sono loro, siamo noi, le donne dal sorriso bello, dalla risata corposa. Dal pianto facile. Le donne che non si arrendono e vogliono ancora l’amore. Lo scriviamo in tutti i modi. Lo scriviamo in un romanzo, in una poesia, in un bambino, nella pasta che serviamo a tavola, nelle stoviglie che laviamo, nelle lacrime che versiamo.

Lo urliamo nelle attese, continuamente. Nelle cadute e nelle riprese. Lo sillabiamo come in un girotondo. Trecentosessanta gradi di vita intorno a una costante, come se fosse un’opera d’arte da tentare. E si sa: molte non lo dicono. E stanno là dritte nei loro abiti attillati, nei loro tacchi a spillo, a guardare il mondo dall’alto per dire che non hanno bisogno di nulla. Sono le dure. Sono le alfa. Sono le donne protette dal lupo. E dentro lo vogliono, anche se è l’amore che ammazza. Lo riconoscono e lo vogliono lo stesso. Potrebbe essere tutto così semplice. Alla fine bisognerebbe abbandonarsi al vento della vita e provare a sentirla addosso….

Così guardo ancora i miei piedi, sprofondo in una sabbia che non mi appartiene, vivo questa non appartenenza come una proiezione e mi ritrovo con gli occhi fissi al cielo, ad aspettare una magia.

Un mistero che non capisco. Un ricordo perenne resiste nella mia memoria: ho visto la luna piena farsi immensa di fronte a me nella Murgia barese.

Io ero sola e non l’ho mai detta questa cosa. Non ho mai saputo se fosse cosa vera o suggestione. Ci convivo con le fantasie di quando ero piccola.

Me le porto appresso come si fa con un sacchetto prezioso e aspetto di tornare a sognare, a guardarla ogni estate con l’aria calda che fa da culla a un preludio tanto atteso in un posto magico: quello dove sono nata.

Ne ho bisogno come sangue al cuore e là torno, per ripetere la storia e riprendermi me stessa nello specchio degli occhi di chi vorrà darmi un bacio in una notte di luna piena .

Quella che sta arrivando.

Per un segno atavico sulla mia pelle come questa steppa Madre che amo più di me stessa.

Rosanna Santoro