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PENSIERI GALEOTTI

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HO UNA NATURALE INDIFFERENZA AI FATTI DELL’AMORE

Sono una che gioca con le parole e le usa come un fiore. Le sfila una per una fuori da un pezzo di carta; coppie di vocaboli e pensieri galeotti. Non so che farei di fronte ad un muro con un uomo che mi segue fino in fondo ad una strada. Perché mi faccio inseguire dove non si tocca e perché le sillabe nell’aria sono una corsa che finisce: una cosa che dura il giro di una giostra che abbiamo in testa. Sappiate, però, che può succedere pure che ti sposi, non perché ti fermano al muro, ma perché ti fermi tu. Perché le donne della mia razza decidono che almeno una volta deve accadere nella vita una cosa seria.

Non soltanto per vedere com’è ma perché una famiglia è importante e alla fine ….diciamocelo pure!

“Il mio bambino, un numero primo”. Il coraggio di una madre

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Accade per caso e divento mamma per la seconda volta.

L’esperienza mi ha insegnato molte cose, sono relativamente tranquilla, non sussulto al primo vagito e riesco a gestire le diverse esigenze dei miei pargoli. Poi qualcosa cambia, il piccolo esce dalla campana di vetro in cui l’ho tenuto ed entra a contatto con i coetanei. All’inizio, noto solo qualche sfumatura, piccole differenze tra lui e loro, ma ogni bambino ha i suoi tempi.

Poi arriva il primo anno scolastico, i tempi diventano più stretti e i risultati devono arrivare in fretta. Inizio a capire che mio figlio non riesce a essere incasellato nelle tranquille definizioni che si accompagnano ai bimbi della sua età, inizia la fatica del rispetto delle regole e la costruzione di un’etichetta che, nel tempo, rischia di diventare grande quanto un tendone da circo col potere di fagocitare ogni suo sforzo.

IL MIO BAMBINO, UN NUMERO PRIMO

25799d5c90bd6139e87dee1069011ebbCorro dai luminari per avere delle risposte che sono sempre evasive, sembra che non ci siano problemi particolari, a parte un ritardo affettivo destinato ad assottigliarsi con l’età. Nel frattempo, lui viene emarginato dai compagni perché non sa giocare e si mette le mani sulle orecchie quando la musica è troppo alta. La sua personalità ne risente, l’autostima è destinata ad azzerarsi. La frustrazione cresce, perché divento cosciente del fatto che non posso difenderlo in ogni ambito e che la mia opinione è considerata di parte. Mio figlio è visto come fosse un numero primo. Mio figlio non è un numero.

MIO FIGLIO, UN EMARGINATO

Eppure so che ho gli strumenti per poterlo aiutare. Oltre all’amore di madre, possiedo delle competenze professionali consolidate con anni di insegnamento che mi permettono di stargli ancora più vicino. Mese dopo mese, verifica dopo verifica, corro insieme a lui, trascorro pomeriggi a studiare e fare compiti, ignorando i voti non certo buoni e i colloqui con i professori, pesanti come macigni. Anche lo sport diventa un problema; lui si butta con entusiasmo in ogni cosa, ma fa sempre fatica ad accettare le regole, tanto che i vari allenatori si alternano nel rifiutarlo.

IL BULLISMO E IL RAPPORTO CON GLI ALTRI

bambino_emarginatoA tutto questo si sommano i primi atti di bullismo. Mi racconta che alcuni compagni lo trattano male e io cerco di dargli le armi per difendersi da solo, perché sono consapevole che non potrà e non vorrà essere sempre difeso. Ha bisogno di testare se stesso.

Trovare il suo modo di rapportarsi con gli altri nel bene e nel male.

Il più delle volte non viene creduto perché i compagni sono più furbi e più scaltri. Persino rivolgersi alla preside non serve a nulla, tranne ottenere un rigoroso controllo di ogni suo comportamento annotato su una tabella apposita.

 Il tempo passa e il mio bambino matura sotto quei colpi che io stessa ho cercato di attutirgli, cresce incredibilmente sereno. Cambia scuola e fa ancora fatica, ma accetta che questo aspetto sia parte del suo percorso e si impegna per definire una personalità tutta sua.

Instaura delle relazioni buone dopo una vita di rifiuto e la cosa ha dell’incredibile.

LA NOSTRA SOCIETÀ E LA SUA IPOCRISIA

balbuzie-bambini-scolari-genitori-04SONO CONSAPEVOLE CHE LA STRADA E’ ANCORA LUNGA MA CE LA FARO’

Ho versato lacrime di frustrazione, l’impotenza mi ha schiacciata nel letto ogni notte, a tal punto da non farmi respirare e sono arrivata a odiare un lavoro che avevo amato con ogni mia cellula, perché mi sono resa conto di far parte dello stesso sistema che cercavo di combattere. Quella che resta sulla pelle, come un orrido tatuaggio, è l’ipocrisia della gente, schiava dell’apparenza, maligna in ogni sua sostanza.

Una società che accoglie, agendo in modo politicamente corretto, che organizza giornate mondiali per le diversità, che mette l’inclusione come un punto trasversale a ogni disciplina scolastica, che spreca carta e parole quando l’aridità del cuore degli individui che la formano è pari a quella del Sahara.

Si insegna un rispetto staccato di facciata, quando si dovrebbe trasmettere il coraggio di buttarsi nei rapporti con l’altro. Non sono i grandi gesti che creano gli uomini, ma quelli piccoli che li salvano.

CATHERINE  BC- Scrittrice

Lettera a un amore perduto – Racconto.

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Sono di nuovo sola.

Chiudo gli occhi e mi cullo nel passato. Sono così nitidi, i ricordi, non come reminiscenze lontane. Come vorrei che le mancanze fossero vaghe.

E poi il Natale che sembra richiamare chi non c’è più nella tua vita e te lo ricorda, mentre nella realtà è con qualcun’altra che non sei tu. L’eco della felicità ti ammazza più del dolore. È un dolore lento e dolce che piano piano si estende e ti invade. Lui non c’è più, e io non posso farci niente.
Cade la neve come le immagini che ho di noi due prima che mi sbattesse la porta sul cuore, e il freddo mi picchia sulla pelle, e io lo lascio fare.
Caro Alessandro, non ti ho saputo vivere come avrei dovuto. Non ti ho mai afferrato per davvero. Ho sempre avuto paura delle cose che sento troppo. Tremo all’idea di un tocco che mi potrebbe catturare per davvero e rendermi dipendente. Tremo se penso al tuo sguardo, ormai lontano ma sempre così vivo nella memoria dei miei sensi che hanno una sola direzione, la tua, mancato amore, mancata emozione, mancato tutto.

Sei lontano.

Io l’ho voluto per colpa della mia mancanza di coraggio. Tu sei lontano, e io sono qui a lamentarmi senza concludere nulla. E mi manchi, questo è il punto. Mi manca come ti aggiustavi il ciuffo che il vento di dicembre spostava. Mi manca la quantità di zucchero che mettevi nel caffè, mi mancano le tue sigarette che non sopportavo. Con te mi facevo piacere tutto. Ogni dettaglio era meraviglioso se eri tu a possederlo. Mi manca come facevamo l’amore, perché era come un viaggio nel tuo corpo che sembrava sempre nuovo e m’incantava sempre. Nonostante questo, non ho saputo tenerti con me. E tu hai perso la chiave a causa mia e non hai il coraggio di bussare alla mia porta, e sempre a causa mia. Ti ho allontanato io, e ora non so come riprenderti con me.
Fa freddo in questi giorni prima di Natale e il cuore non ha voglia di festeggiare, perché ti ho lasciato, e ho lasciato morire noi. Con chi potrei prendermela? Io l’ho voluto. Ti ho lasciato con freddezza. E tu hai sbattuto la porta. Non ho fatto nulla per fermarti. Sono rimasta lì, a fissare nella penombra il tuo riflesso.

Sono rimasta sola in quella camera di poco valore che raccoglieva tutti i frantumi della nostra storia non-storia. Li ho raccolti come pezzi di vetro, senza curare le ferite che potevo procurarmi, e li ho racchiusi dentro di me per sanguinare e punirmi della paura di prenderti e baciarti e dirti: tu non vai da nessuna parte.

Io sono brava a pensarle, le cose, quando è troppo tardi. Come un ricordo autunnale mi manchi e mi sfiori ovunque, amore. Non ho mai chiamato nessuno amore come ho fatto con te. Così dolce e così doloroso, come suono. Chissà se stai sorridendo a qualcun’altra e se hai trovato qualcuna migliore di me. Chissà, amore mancato. Sarei contenta per te.

Meriti qualcuno con cui svegliarti ogni mattina e che ti dica quanto tu sia importante. Meriti le attenzioni quotidiane, non quelle clandestine di poche ore. Meriti tutto il calendario, senza orologio. Tu meriti il meglio. Tu meriti tutto ciò che non assomiglia a me.
Le lacrime scendono. Almeno loro non si lasciano influenzare. Tra poco dovrò presentare il mio libro di poesie che hanno il sapore dei tuoi baci. Il ricordo delle tue mani. Il profumo dei tuoi capelli. Tu sei poesia che ho radicato dentro ogni parte di me. Resterai solo un ricordo dal profumo autunnale?

Autrice: Maria Capasso

Neve, cane, piede : una solitudine da scrostare, oltre il caso letterario.

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Il romanzo Neve, cane, piede di Claudio Morandini che il meccanismo di hackeraggio – come lo ha definito in senso buono la Micaela Mugia in Quante storie– ideato dal gruppo FB Billy il vizio di leggere ha portato tra i primi dieci romanzi più venduti nelle classifiche editoriali dei primi di marzo 2017, è effettivamente un gran bel romanzo, nonostante la maggior parte delle recensioni si concentri, appunto, su questo meccanismo di visibilità del quale, dunque, io non parlerò.

È un bel romanzo nonostante il suo protagonista, direi. Adelmo è un montanaro che si è isolato dal mondo della valle in una vita autarchica, stentata, scomoda, in una baita che è più stamberga che casolare, in nascondigli naturali che sono più resistenza che strategia, in una dimensione temporale che è piuttosto un eterno presente. Inizialmente ci viene presentato nei suoi rari e problematici rapporti con gli altri esseri umani di una società di cui fa parte nonostante tutto, suo malgrado: la bottegaia, il vecchio del paese e soprattutto il guardiacaccia che continua a cercarlo e a tentare un colloquio con lui, cosa che lui percepisce piuttosto come un essere braccato.

Quando la natura precipita nel rigore invernale, noi precipitiamo con lui nel rigore del suo isolamento e pian piano iniziamo a pensare come lui. Un personaggio scomodo, che sovverte tutte le logiche sociali, ci mostra l’uomo nudo, in una sociopatia che non ci appare più come qualcosa che possa riguardare solo ‘altri’ ma qualcosa in cui potremmo alla fine sguazzare pure noi. Non dico cadere, ma sguazzare, trovarci comodi lì proprio come lui, nel suo sporco, nella sua neve nella sua incapacità di dare una sequenza temporale al suo vissuto.

In questo delirio di solitudine compare un cane col quale instaura un rapporto anche qui non convenzionale, di sostanziale tolleranza, che non si tramuta mai in reale affetto e che avrà un epilogo anche questo impensabile ma perfettamente in linea con il sovvertimento dei valori e del consueto senso di umanità, che è proprio del personaggio.

Il disgelo porterà al ritrovamento di un corpo umano e anche questo sarà occasione di un ribaltamento di prospettiva: nella sua confusione mentale Adelmo cerca di ripensare a come possono essere andate le cose e scende a valle per tentare stavolta un contatto con la società, non per sé ma per quell’uomo. Solo che adesso sono gli altri che, avendolo ormai catalogato come inaffidabile e alienato, lo ricacciano al margine di quello che credono essere il suo delirio.
Sicché un delirio più grande e definitivo si impadronirà di lui, che finirà con l’attendere il suo probabile destino ripensando all’origine di quella che ora chiaramente percepisce come alienazione: il rumore dei cavi dell’alta tensione con cui è cresciuto.

Il romanzo dunque mi è piaciuto per l’abilità di farci simpatizzare per un personaggio che giudicato oggettivamente sarebbe ripugnante. Bravura dell’autore e criterio che identifica a mio avviso, ciò che è letteratura da ciò che non lo è. Potremmo dire che se il personaggio fosse solare e positivo, Morandini avrebbe voluto ‘vincere facile’. Invece no, ha deciso di insinuarsi nei pensieri di una mente semplice, ridotta a un sentire brutale e primitivo che potremmo definire inumano quasi come quello dei prigionieri di Auschwitz descritti da Levi, in una sostanziale sospensione della distinzione tra bene e male, dove l’unico input è l’istinto di sopravvivenza e in cui l’unico modo di vivere è superare e adattarsi al momento presente, incapaci di proiettarsi nel futuro come di ripensare il passato.

Tuttavia questa condizione non è mai drammatizzata da Morandini, anche nei momenti più difficili è priva di un’autentica concitazione, ed è scandita da un linguaggio semplice schietto che ci sembra provenire dallo stesso Adelmo, perfettamente in linea col personaggio dunque, pur regalandoci scorci preziosi di poesia nella descrizione dell’ambiente, la montagna amata, per come può e sa amare Adelmo, e in realtà l’unica sua vera compagna.

Dunque un romanzo intenso, originale, che genera sempre nuove riflessioni e sensazioni, man mano che l’esperienza si sedimenta e si allontana, l’emozione viscerale scema e rimane la ricerca di senso. Per far ciò bisogna scrostare da quella solitudine patologica il sedimento di repulsione per i comportamenti e le scelte che il personaggio fa nel corso della storia, che pure è una forte tentazione nel lettore, proprio come Adelmo fa con le sue croste di sudicio e avere il coraggio di cibarcene, come anche lui fa, per riportare a nudo la nostra visione.

Così è possibile pensare che un messaggio positivo ci sia. Io vi ho letto, infatti, la possibilità di riflettere sul fatto che il senso di umanità non è così innato o atavico, che per esprimersi abbisogna di una appartenenza sociale non automatica ma scelta. Qui l’uomo come Adelmo è l’uomo allo stato naturale di Rousseau che dopo aver stretto il patto sociale ne è stato ingannato e danneggiato. Infatti a volte è la stessa la società genera gli asociali: il suono dei cavi dell’alta tensione è paradigmatico di qualsiasi fattore sociale lesivo del singolo o di una comunità ma che si finisce con l’accettare in nome di altri benefici- economici per lo più – che però non vanno a incidere su coloro che, invece, ne subiscono le conseguenze. Gli Adelmo diventano così, semplici danni collaterali.
Siamo proprio sicuri che il cinismo di un simile calcolo economico sia meno immorale del vivere asociale di Adelmo?

Dirce Scarpello

Non si vede ma si deve. Il lavoro di cura: la parte invisibile delle donne.(FIDAPA . Modugno, 17 MARZO 2017)

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Quando ho ricevuto l’invito per fare un piccolo intervento in qualità di blogger e scrittrice alla tavola rotonda organizzata dalla FIDAPA(Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari) sez. di Modugno(BA), a conclusione di un ciclo di incontri che avevano di volta in volta toccato diversi temi sociali dal punto di vista della donna, la mia suggestione si è subito rivolta all’immagine che evoca la tavola rotonda. Al di là del significato tecnico che ha assunto il termine nella definizione di un particolare tipo di consesso, ho provato a immaginare le relatrici in una tenuta da cavaliere, pronte ad accettare la sfida di fare dell’essere donna una risorsa. Con la loro armatura fatta di competenza e versatilità le ho viste attraversare il mondo femminile col piglio deciso di chi deve e può dare una indicazione per rompere gli stereotipi, per invertire il senso di una regressione nell’emancipazione femminile, per portare a compimento una rivoluzione bloccata.
Per dare finalmente un po’ di respiro alla donna che non deve cedere mai – nel senso di crollare- sul lavoro, in casa, nel sociale, per lo più contrapposta a un uomo che non deve chiedere mai poiché è la donna che, quale presenza apparentemente invisibile- mi si passi l’ossimoro- appronta, per lui e per gli altri membri della famiglia, tutto il necessario all’andamento della vita quotidiana.

Arrivata nel luogo dell’evento, dopo le presentazioni del caso, mi sono sistemata in platea ed è cominciata la vera e propria relazione. Il tema centrale è sempre stato il lavoro, nelle sue multiformi accezioni. In un momento epocale in cui la flessibilità, ormai inevitabile, è diventata sinonimo di precarietà, i soggetti che ne risentono maggiormente sono quelli storicamente più deboli nell’ambito del lavoro, ossia i giovani e le donne. Le donne però, hanno un problema in più. Da sempre il loro ruolo è stato identificato in quello di cura e accudimento della casa, della famiglia e dei suoi membri. Il lavoro fuori casa è una conquista storicamente recente che non ha fatto però, mai venir meno il dovere primario la cui origine è in un muto patto d’affezione, più spesso trasformatosi in obbligo correlato a una presunta predisposizione naturale – come mai ciò mi evoca echi lombrosiani?- molto più probabilmente, invece, a un condizionamento culturale che si perde nella notte dei tempi, tanto da poterlo definire “ atavico”.
Non certo genetico questo comportamento aggiungerei, però, non bastando l’attitudine astratta a generare, con la conseguente – questa sì- naturale cura e protezione verso il cucciolo d’uomo, a giustificare la quantità e la complessità delle incombenze che si richiedono per la gestione familiare.
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Questo dovere in più- o in primis, a seconda dei punti di vista- da svolgere dunque con carattere di certezza nella vita di una donna, tant’è che esso riverbera fin nei giochi di bambina, arriva a operare due tipi di condizionamenti : il primo è quello nella scelta degli studi e dei conseguenti possibili ambiti lavorativi futuri. Le ragazze e poi le donne sono indirizzate o si indirizzano, più o meno consapevolmente, verso ambiti che le porteranno a professioni più compatibili con gli impegni domestico- familiari in termini di impegno di tempo e di responsabilità.
Il secondo è che anche la scelta qualitativa spesso ricade verso quelle professioni che sono una specie di caregiver sociali, in una sorta di prosecuzione ideale o ideologica della vita di cura familiare (insegnanti, infermieri, avvocate esperte del diritto di famiglia). Con il risultato che quella che pur può essere un’attitudine – non voglio negarlo, essa esiste come tutte le altre attitudini nel genere umano – finisca con l’essere abbinata a tal punto alla donna che interi ambiti lavorativi ne risultano “femminilizzati”.

Che cosa ci sia di male in tutto ciò è presto detto: da quando un numero elevato di donne è entrato in determinati settori del mondo del lavoro le retribuzioni in quegli ambiti si sono notevolmente ridotte, da essi pertanto sono ‘fuggiti’ gli uomini. Questo perché da sempre, con una tendenza che non si riesce a sradicare in nessun ambito, neppure quelli di alta competenza e specializzazione, la retribuzione della donna, a parità di mansione è sensibilmente inferiore ( si stima un 15% nel privato e un 4% nel pubblico), al punto che ogni anno possiamo calcolare l’Equal Pay Day che è il giorno in cui l’insieme delle retribuzioni delle donne e degli uomini si pareggiano. Di solito questo avviene un giorno di metà novembre: è come se da quel giorno in poi fino a capodanno le donne lavorassero gratis, se rapportate agli uomini. Assistiamo dunque a una segregazione verticale, che impedisce di raggiungere posizioni di vertice, e orizzontale per l’impiego massiccio in settori specifici il tutto con livelli retributivi più bassi.

Dunque costrette a lavorare in determinati settori, per una retribuzione inferiore a quella degli uomini, sempre in affanno e attanagliate dal senso di colpa per l’inadeguatezza sia in ambito familiare che sul lavoro, dove bisogna sempre ‘ dimostrare’ di valere quanto un uomo. Oltre a ciò, la gestione del lavoro familiare – che abbiamo detto atavicamente essere ‘incollata’ alla donna – se deve essere delegata a terzi comporta spesso dei costi proibitivi. E qui l’unico uomo che è intervenuto dalla platea ha candidamente affermato che se la disoccupazione femminile è in calo è perché aumentano le inoccupate, ossia quelle che non cercano lavoro, perché con la crisi e la riduzione ulteriore delle paghe , andare a lavorare da parte della donna diventa un costo. Il precariato, il lavoro nero, gli stagisti e le partite IVA – una volta sinonimo di lavoro d’impresa, oggi spesso lavoro dipendente mascherato- sono un sottobosco lavorativo che stritola i giovani e le donne.

Detto in parole povere spesso alla famiglia non conviene economicamente che le donne vadano a lavorare fuori casa. In ciò si incarna un paradosso: mestieri per lo più di cura e di accudimento ove svolti fuori del proprio contesto familiare hanno un valore economico e anche piuttosto importante( pensiamo alle immigrate perché è proprio attraverso le rimesse all’estero che esse possono provvedere alle esigenze delle famiglie che hanno lasciato in patria, provvedere in ultima analisi al sostentamento dei propri figli e/o dei propri genitori quando non anche dei mariti). Le medesime incombenze degradano a mero dovere di “ruolo” femminile qualora la lavoratrice non possa permettersi un aiuto domestico.

Con la conseguenza che o progressivamente la donna ridimensiona le proprie ambizioni lavorative, oppure è costretta a vivere in multitasking come una wonder woman perennemente in colpa per non essere perfetta come moglie-amante- madre-figlia e neppure come lavoratrice, dovendo prendere continuamente delle decisioni che in un modo o nell’altro scontenteranno qualcuno, e soprattutto se stessa.

Ecco perché possiamo affermare che il dovere di cura condiziona anche le donne manager, le quali o scelgono di non farsi una famiglia( le c.d. ‘selettive’), oppure quando decidono di farlo ripropongono una gestione manageriale della stessa( creando dei veri e propri team di gestione , poiché stiamo parlando di donne dal reddito elevato, le c.d. concilianti organizzate). Infine le concilianti accentratrici sono quelle che non sono capaci di delegare in nessuno dei due ambiti, e finiscono col vivere come delle superwoman, sempre sull’orlo del crollo.

In questo quadro c’è anche chi suggerisce di riappropriarsi dei doveri di cura come mestieri: considerando che i nostri figli o anziani sono spesso affidati a lavoratrici straniere con le quali spesso non condividiamo la medesima sensibilità affettiva e certamente non la lingua e le abitudini, perché non creare, soprattutto per le giovani donne, cooperative di assistenza in cui ci sia incontro tra domanda e offerta di questo genere di prestazioni, da parte di italiane?

I problemi sul tappeto sono veramente tanti. Gli interventi si susseguono e in ognuno si può cogliere anche quella parte di storia personale che ha motivato e indirizzato la vita e la professione verso questa difesa e propulsione della donna, nei più vari ambiti. Particolarmente accorata la difesa del lavoro nella sua dignità, nella sua dimensione etica e giuridica, il riconoscimento che esistono una serie di fattori che remano contro anche e soprattutto nel campo politico: basti pensare che la commissione P.O. si è istituita dopo ben due anni dalle elezioni Regionali e che di fatto non ha un portafoglio.

Se il problema è complesso la soluzione non può essere che ugualmente articolata: si è rilevato che molto è stato fatto come creazione di luoghi di supporto ai doveri di cura come ludoteche, centri diurni per anziani ecc., ma poi è mancata la capacità di fare rete, di comunicare l’esistenza di questi strumenti sociali di supporto ai doveri di cura, sicché la donna finisce col rimanere spesso isolata col suo ‘problema’ e inconsapevole che esistono possibilità di supporto. Tuttavia la cosa che in prospettiva potrà portare i migliori frutti è un nuovo modello educativo delle relazioni di genere, dove si smontino fin dalla più tenera infanzia gli stereotipi educativi e si insegni uno spirito collaborativo che riesca a superare la contrapposizione tra i sessi.

Perciò ancora una volta il luogo deputato elettivamente a questo risulta essere la scuola, in cui le relazioni di genere si sviluppano al di fuori del contesto familiare e possono essere indirizzate a una visione critica dei modelli limitanti. La prima cosa da fare è porsi in una dimensione di ascolto dei ragazzi, che passi anche attraverso la individuazione di quelle parole che, per lo più radicate nell’inconscio collettivo e utilizzate in maniera inconsapevole, contribuiscono alla discriminazione di genere.

Ciò è tanto più importante perché viviamo in una società multietnica in cui spesso nelle culture di origine le relazioni tra i sessi non sono impostate su basi di uguaglianza, motivo per cui, pur nel rispetto di quelle stesse culture, bisogna che la società si faccia carico di garantire modelli educativi tesi al superamento delle relazioni sbilanciate in senso di predominanza del modello patriarcale. Una quadratura del cerchio certo non facile.

La FIDAPA per questo fa molto, in chiave propulsiva e attuativa del tema nazionale per il biennio 2015-2017 che è “I talenti delle donne: una risorsa per lo sviluppo sociale, economico e politico del nostro paese”. Perché la prima cosa è acquisire la consapevolezza del nostro essere risorsa, fare rete e squadra tra noi, superare nell’intimo gli stereotipi atavici che ci conducono a considerare per esempio non adatte le donne alla politica: troppo spesso le donne non votano le donne e le quote rosa nelle liste si rivelano un teatrino tappabuchi manipolato dai politici( maschi) di professione.

L’incontro è terminato, sono passate oltre due ore ma mi sembra che avremmo potuto continuare ad ascoltare, parlare e confrontarci all’infinito. Per me oggi si è aperto come un vaso di Pandora, l’intuizione che molto del male, delle ingiustizie e delle crisi economiche e sociali che attraversano il mondo hanno in qualche misura il loro fondamento nella discriminazione di genere. A noi tutti, donne e uomini, trovare una diversa strada percorribile.

AUTRICE Dirce Scarpello

P.S. Vi invito a leggere con attenzione i nomi e le qualifiche delle relatrici intervenute a conferma della qualità del dibattito che ne è scaturito.
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Vi racconto la mia Territudine

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La territudine  ti salva dalla pazzia, dal dolore dall’indifferenza, dall’ingiustizia, dall’ipocrisia.

Per me è stato un atto di anarchia ad un mondo sottomesso   alla meschinità del potere dell’apparenza. Un atto rivoluzionario per riportarmi alla natura dell’essere e alla purezza di quello che potremmo essere .

Lo puoi capire solo se cammini e guardi un colore che non avevi mai visto su un fiore.

 

TI RENDI CONTO DI QUANTO CE NE SIA NEGLI OCCHI DI QUEL CUCCIOLO E QUANTO POCO NE TROVI IN UNA TERRA COSI’ BELLA.UNA DOVE HAI SCELTO DI VIVERE IN ESILIO .

Perché io non so abitare nessuna terra, anche se le amo a dismisura e a dismisura amo la mia. La più bella fra tutte.

Io sono come quegli uomini infedeli che vanno a donne e dicono che la moglie non si tocca.Sono come quegli uomini che amano le donne, le amano tutte ma ne hanno una che è quella che è al di sopra di ogni cosa.

NOMADI CON TROPPO CUORE E TROPPO AMORE DA REGALARE .

Così sono io. Amo  il ricordo di quella gente generosa delle rocce della Murgia, formiche silenziose che a capo basso, muovevano molliche per farne montagne.

E lo pensi mentre ti ritrovi a scendere giù per la più bella delle strade di una Peschici che hai nel cuore per una canzone suonata al tramonto, in riva al suo mare, sabbia di telline piene di stelle che l’universo ti ha dato per farti finalmente felice: una volta almeno nella tua vita.

Mentre sei là, rotoli nel tempo e ti ritrovi fra le braccia dell’unico uomo che pensi che amerai, e che forse non potrai più amare.

I minuti girano al contrario e cammini veloce in un alba buia, sul ponte di via Corticella: Bologna ha gli occhi della notte senza i miei che cedo a Dio per ringraziarlo . I tram corrono. Una salita! Gente una accanto all’altra, colori e odori forti, tutto non ha sosta. Non mi fermo.Non ci riesco. Scappo.

BOLOGNA, COME GLI UOMINI CHE INCONTRO.

Incontri senza un corpo. Un lavoro che non riesco mai a portare a termine. Una convenzione senza amore. Troppo fredda per il gelo che mi porto appresso, ogni volta che incrocio qualcuno e sguscio via come fossi sapone fra le mani. E non è che non sappia amare.

Manca una strada in riva al mare, e i miei piedi che non affondano nell’asfalto.

POSSO SOLO LASCIARLI NUDI SULLE STOPPIE DELLA MIA TERRA.

E ritorno ancora là, quando bambina stavo ad ascoltare la campagna difronte casa mia,senza avere niente addosso. Mia madre mi buttava per strada scalza e io alzavo gli occhi per sentire il canto dei miei falchetti: battito d’ali e sapore di libertà. Quanti ce n’erano sopra la mia testa.

Aspetto agosto,per fare ascoltare quelle voci ad un bambino riccioluto, come allora, ma non posso più sedermi sui gradini della scalinata di casa mia.

Posso vederla ancora dal balcone di qualcuno che mi è rimasto accanto. C’è ancora una bambina bionda.Quella che mi portavo dietro.

Ora che la mia casa non c’è più.

Non ci sono più i miei genitori. Non c’è più bouganville di mio padre che curava come fosse la sua donna. Non c’è più il rumore dell’orologio di mia madre che mi fa sentire le cose , la carezza gentile di un morto di cui non devi aver paura.

Sento a metà della mia vita, la terra che mi gira intorno e gli occhi di un uomo che mi fa vibrare come un insetto nella tempesta. E lui, nonostante il fiume di parole inutili per soffocarlo, acqua per affogarlo, non mi dice nulla.

SOLO UNA NOTA LIQUIDA SUL MIO CORPO.

Nessun rimprovero per la mia isteria.
Io faccio di tutto perché mi maltratti. Non lo so se questa musica che sento e che mi fa avvicinare senza scappare mi porterà da qualche parte dove finalmente mi fermerò senza avere paura.

Non lo so se domani non sarà ancora una fuga e resterò a pensare che io lo amo per questa Territudine .

Non lo so se è perché ha un cuore differente e se è per TERRITUDINE

 

AUTORE – ROSANNA SANTORO

Ti chiedo scusa, figlia mia – Racconto.

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Cara Sonia,

ti chiedo scusa.

Sono una madre inutile, di quelle che non meritano di essere definite tali.

Sono una di quelle madri che sono solo sacche da deposito pensate per dare alla luce una creaturina che non meritava di essere al mondo, frutto di un matrimonio fallito e buio.

I figli senza amore non dovrebbero nascere, dovrebbero restare solo una fantasia dolce da accarezzare nei sogni e da cullare mentre si dorme. I figli nati da due esseri che non hanno saputo mantenere una promessa anni prima, in una Napoli piena di bigotti, anzi in un’epoca di moralisti del cazzo, crescono con l’idea che la famiglia sia una commedia riuscita male.

Crescono senza amore ma solo con beni di prima e secondaria importanza, perché quando non c’è amore in famiglia c’è esuberanza di dimostrazioni materiali. Non ci rendiamo conto di quanto possano soffrire i nostri figli quando ci sentono litigare, oppure ci vedono con lo sguardo fisso nel vuoto dopo aver finito il pacchetto di sigarette e bevuto un bicchiere di qualcosa, perché c’è sempre bisogno di bere qualcosa di forte dopo una discussione.

Non capiamo i loro sguardi spenti e che guardano con disgusto l’albero di Natale con le luci e l’aria festiva che in tutta la casa brilla per contrasto: il calore delle cose contro il freddo di chi, quelle cose, le possiede.

Non c’è calore dove non c’è più posto per l’amore, e questo lo so, batuffolo di nuvola. Ti ricordi che ti chiamavo sempre così quando facevi i capricci per andare all’asilo e dovevo cantare la prima canzone che mi veniva in mente per farti ridere con la mia voce stonata? Ti ricordi, vero?

Ma certo che ricordi il mio profumo di crema alla vaniglia e le mie mani calde. Ti ricordi delle colazioni che ti preparavo, con il ciambellone o i biscotti appena sfornati a forma di lettere dell’alfabeto, perché tu da piccola amavi le parole più dei regali.

Sei sempre stata una sentimentale che amava il suono di un “ti voglio bene” più del giocattolo di moda. Hai preferito da piccola i libri ai bambolotti, e amavi i pupazzi più di ogni barbie. Sono una madre inutile, lo so. Ti ho buttato incolpevolmente il peso della mia infelicità addosso, perché è un peso difficile da sopportare e impossibile da nascondere.

Avrei voluto regalarti solo sorrisi, ma hai vissuto soprattutto i litigi e i piatti rotti durante la cena.

Ti chiedo scusa.

Anche se tu mi ripeti ogni giorno che sono la mamma più forte del mondo, io mi sento una mamma a metà per non averti regalato una vera famiglia. Ti chiedo scusa, figlia mia.
Un bacio.
La tua mamma.

AUTRICE: MARIA CAPASSO per Logokrisia

HO TRADITO! O TROIA O SPOSA…

Man Removing Wedding Ring

Man Removing Wedding Ring

ERI IN MEZZO A CHI TI DICE SCEGLI, O TROIA O SPOSA…”

Questa frase, tratta da Quella che non sei del Liga, mi è sempre suonata male.

Che senso poteva avere una dicotomia del genere? Che nella vita non era tutto bianco o tutto nero e le sfumature di grigio sembravano andare di moda.

La mia esistenza era regolare, piena di strade tranquille e di tiepidi soli primaverili. Nessuno scossone. Io stessa mi ero rassegnata talmente tanto alla routine da diventare apatica.

MI ERO SCELTA UN RUOLO,

avevo rispecchiato in pieno le aspettative dei miei genitori, ero entrata nelle grazie dei miei suoceri e avevo accanto un uomo che diceva di volermi bene. Evitavo di affrontare questi dubbi, così come facevo con le persone. Mi ero circondata di tranquilla monotonia, tentando di convincermi che questa fosse la normalità, che i rapporti fossero destinati a intiepidirsi, che l’intimità dovesse finire con l’essere rinchiusa in pochi momenti consumati in fretta e che non si potesse aspirare ad altro, pena la perdita dello status di “sposa”.

E POI ARRIVÒ LUI, SEMBRAVA ASSOLUTAMENTE PERFETTO

Fotolia_49416952_Subscription_XXL+(1)Avevo provato a parlarne con le mie amiche storiche, ma avevo capito che da loro avrei ricevuto solo giudizi. Avevo interpretato quel ruolo per anni, senza cedere su nessun punto, senza far parlare, senza lamentarmi per la scarsa attenzione ricevuta, per la considerazione pressoché nulla, per una quotidianità “sui generis” in cui tutto ricadeva sulle mie spalle come un dovere.

QUELLO ERA IL MIO RUOLO, LO STESSO DI TUTTE LE BRAVE RAGAZZE.

Fino a quando quella che si era insinuata tra le pieghe dell’anima come una leggera brezza, si trasformò in un tornado dalla potenza distruttrice. Lui era vicino a me da tempo, sempre bello e sorridente. Aveva cominciato a riempirmi di attenzioni e a farmi sentire importante. Avevo iniziato a rifiorire perché lui mi aveva convinto di essere speciale. Avevo il cuore leggero e la voglia di essere bella per qualcuno.

IL PRIMO ERRORE

era stato credere di poter mettere dei limiti a una situazione del genere, controllandone ogni variabile. Le emozioni, tuttavia, si erano rivelate subdole, illudendomi di essere piccole scintille pronte a essere spazzate via dal vento della razionalità, mentre avevano dato vita a un incendio di proporzioni colossali.

Con lui bruciava ogni parte di me: la coscienza, la dignità, la ragione, il cuore e la mente.

Il secondo errore era stato credergli. Ero ubriaca di lui e delle sue parole, scelte con cura e dolci come il miele. Parole che prefiguravano uno scorcio di possibile futuro, che davano corpo e anima a un noi a malapena embrionale.

Poi quell’illusione di felicità aveva iniziato a mostrare le prime ombre, crepe fatte di sospetti, di mancanze pesanti e di importanza scemata. Solo le parole erano continuate come un ruscello effimero che si stava seccando prima di arrivare a destinazione.

LA REALTÀ ERA STATA DURA E IMPLACABILE,

come uno schiaffo in pieno volto.

Le conseguenze mi stavano piegando. Non avevo più alcun riferimento e il senso di colpa non mi faceva respirare. Poi erano arrivati i sorrisi sornioni della gente, le chiacchiere sussurrate e la vergogna. Avevo cercato disperatamente i pezzi di quella che ero stata per metterli insieme alla meno peggio e apparire ancora una volta forte. Avevo affrontato la mia colpa, sobbarcandomi anche parte di quella altrui, avevo pagato e cercato di ripartire.

IL TRADIMENTO TI SPACCA IN DUE

86175Una parte di me è ancora qui, l’altra, quella innocente, quella che credeva nel prossimo, che si fidava delle persone , che credeva nell’amore è andata perduta. La scala delle mie priorità è diversa, la fiducia negli altri non esiste più. Temo che chiunque mi sorrida sia destinato, magari suo malgrado, a farmi del male. Mi sento rotta dentro. Cerco spesso di rilegare il tutto in un angolo remoto della mente, fingendo che sia successo a qualcun’altra.

I RICORDI TORNANO

come grandi onde rischiando di travolgermi ancora una volta. Tento di resistere e poi mi ci immergo in apnea, sperando di uscirne prima che i polmoni inizino a pizzicare e il cuore possa esplodere. Fanno male come lo fa tutto ciò che riguarda lui. Mi è rimasta la nostalgia per l’illusione d’essere davvero importante per qualcuno, il rimpianto per quello stato di grazia, il desiderio per il gusto del proibito.

Cosa sono io allora? Che ne direbbe il Liga? Dove ho sbagliato e in che cosa continuo a sbagliare?

IL DUBBIO RIMANE,

ma sono andata oltre ogni possibile risposta.

Rimango io per quella che sono comunque, al di là di ogni etichetta o convenzione. La vita è la mia e non ce ne sarà un’altra in cui poter far meglio. Ho fatto tesoro della mia esperienza e ho capito che la serenità d’animo vale più di mille illusioni e che far pace con se stessi, perdonarsi è una delle cose più difficili da fare, più che perdonare gli altri.

Catherine BC  Scrittrice Rizzoli e Delos Digital

 

 

Recensione di Nero d’assenzio di F.J.V. Bucalo

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Berlino, anni Quaranta del Novecento.

Mentre la Seconda guerra mondiale miete vittime in tutto il mondo in una spirale di dolore senza fine, Klaas von Kleist, ufficiale delle SS, vive i suoi anni giovani dividendosi tra donne, indiscussa fedeltà alla patria e assenzio.

Guidato dal suo mentore Wolf Immendorf che l’ha cresciuto come un padre, Klaas difende la logica del partito nazionalsocialista scovando i traditori del regime e uccidendoli a sangue freddo. Tuttavia, come il giovane scoprirà presto, nulla è come appare.

Se da un lato la passione politica lo porterà a perdersi in un vicolo cieco di infedeltà e morte, dall’altro l’amore di tre donne diversissime lo condurrà all’unica soluzione possibile: rischiare tutto pur di salvare la Bellezza.

Nero d’assenzio si presenta da subito come un romanzo sui generis. Sin dall’inizio, la voce narrante riesce a trarre in inganno il lettore lasciandogli credere ciò che non è. Inizialmente, il protagonista Klaas von Kleist appare quasi come una misteriosa creatura della notte, un essere mitologico con poteri e capacità che vanno al di là dell’umana comprensione. Si scopre ben presto, invece, che Klaas è semplicemente un uomo, forse il più umano tra tutti i personaggi, con le sue debolezze, le sue passioni e i suoi vizi (come affermerà Lange, un personaggio controverso, nel corso del romanzo: «Le passioni sono quasi sempre anche debolezze o non sono passioni sincere»).

L’incipit, avente per tema principe “l’amore totale”, consegna al lettore la chiave di lettura dell’intero romanzo e la conferma arriva nell’epilogo che, giustamente, riprende il primo capitolo e chiude il cerchio. Il lettore viene calato da subito nelle atmosfere cupe, tipiche del genere noir, che avvolgono l’azione e comprende ben presto che tutti i personaggi, salvo pochissimi lampi di luce, sono in realtà negativi.

Eppure, la voce narrante non permette mai a chi legge di dar per scontato ciò che accadrà: fino alla fine, il lettore continua a sperare e a tifare, suo malgrado, per un personaggio che si fa amare nonostante tutte le sue contraddizioni e i suoi frequenti “errori”.

Inserisco la parola “errori” tra virgolette perché anche questo è uno dei temi principali del romanzo: chi può definire l’errore? Come è possibile comprendere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato? Il narratore non sbaglia mai un colpo in questo senso e confonde il lettore proprio per fargli capire che ogni cosa è relativa, che non si può avere la certezza assoluta del “far bene” poiché basta spostare di poco l’inquadratura per scoprire che quel bene può diventare un male.

L’intreccio, pur nella sua complessità, non presenta problemi nello svolgimento. Risulta ottima, inoltre, la gestione dei colpi di scena: spesso il lettore è indotto ad aspettarsi qualcosa che invece non accadrà e, nel momento in cui scopre come stanno realmente le cose, non ne è deluso ma soddisfatto.
Intelligente e originale è l’idea di attribuire a ogni capitolo il nome di un “bicchiere”, colmo di bevande diverse, dolci e amare, diversissime tra loro. Come lo stesso narratore spiega nell’epilogo, il romanzo è tutto un bicchiere (amaro) da buttar giù tutto d’un fiato e questo è ciò che realmente accade. La trovata del bicchiere conferisce maggior luce e risalto al titolo nel segno della coerenza tra idea iniziale e svolgimento.

Tutto ciò che viene aperto viene successivamente chiuso e il narratore non lascia mai una situazione o un problema irrisolti.

L’ambientazione, abilmente illustrata dalle descrizioni, è uno dei punti forti del romanzo. La voce narrante riesce a evocare con grande maestria la scena, tanto che il lettore ha realmente la sensazione di essere sul posto dell’azione. In realtà, tale potenza evocativa non è solamente il frutto di una buona capacità descrittiva, ma anche e soprattutto di un certo gusto nella scelta dei luoghi, dei momenti, delle modalità di interazione tra i personaggi.

È evidente che l’assenza della guerra nella struttura portante della trama sia voluta e si tratta di una scelta intelligente, che ha evitato il classico eccesso di “carne a cuocere”. La dimensione storica, comunque, non è affatto “invisibile”: è invece interessante la prospettiva scelta perché permette al lettore di infiltrarsi nelle stanze più segrete della realtà storica dalla porta di servizio e di assistere al consumarsi di una storia che, come il narratore stesso specifica nell’epilogo, potrebbe essere realmente accaduta ed essere stata cancellata.

Per quanto riguarda i personaggi, essi sono accuratamente descritti dal punto di vista psicologico. Interessanti, in particolare, sono le figure delle tre donne, punti cardinali nella storia di Klaas: Regina (l’amore imposto dalla società), Magdalena (l’amore passionale) e la geisha (l’amore platonico/idealizzato). Nonostante ciò, il personaggio più complesso resta il protagonista, Klaas, come in ogni romanzo che si rispetti.

La complessità di Klaas sta nel fatto che, in realtà, il personaggio che il lettore inizialmente crede di conoscere, ossia l’ufficiale delle SS imbottito di idee politiche e di un certo tipo di moralità, è soltanto una maschera. Importante e con un fascino tutto suo, certo, ma comunque una maschera. Se in Klaas ci fosse stato solo questo, di sicuro non si sarebbe potuto costruire un romanzo di questo tipo perché non è lui, il motore della storia. Il vero Klaas, in realtà, è quel che è sopravvissuto del ragazzino che era e che, sotto l’enorme impalcatura che si è costruito intorno per difendersi dal mondo, si guarda intorno e si chiede “Ma che ci faccio qui?”. Paradossalmente, è proprio quel ragazzino che fa partire la storia, che si ostina a cercare qualcosa, qualcuno, un padre, una casa, un amore. La bellezza, appunto. Ma inevitabilmente, nello scontro tra quel che è fuori e dentro di lui, Klaas esce sempre perdente, fatta eccezione, in modo paradossale, per il finale. In definitiva, Klaas è il maestro dell’intuizione mancata, dell’adulto che soffoca il ragazzino che è stato anziché accettarlo senza vergognarsene e che, ogni volta, comprende la verità con un attimo di anticipo o con un attimo di ritardo. Comunque, fuori tempo.

Lo stile che caratterizza questo libro ha un che di primonovecentesco e questo, nell’ottica della sua ambientazione ma anche in quella della piacevolezza di lettura, è un buon punto a favore. Si avverte l’ombra dannunziana tra le pagine (soprattutto il D’Annunzio delle Vergini delle rocce e del Trionfo della morte), c’è anche un accenno al superuomo nelle pagine finali. Prescindendo da queste reminiscenze letterarie che potrebbero anche essere una mera ipotesi di chi legge, lo stile si adatta perfettamente al genere trattato.

Parliamo di un noir contaminato dallo storico e dal romanzo psicologico e, oserei dire, c’è anche una buona componente del romanzo di formazione.

In conclusione, Nero d’assenzio è un romanzo che non presenta qualità soltanto sul piano denotativo, ma anche su quello connotativo, e questo lo rende non un prodotto commerciale ma un’opera letteraria a tutti gli effetti.

Si tratta, dunque, di una storia affascinante che si dipana come una lunga fila di bicchieri da buttar giù tutto d’un fiato, calici ricolmi di miele e di sangue, di passione e di morte, in una danza macabra in cui il Bello, bistrattato e incompreso, diviene l’unica ipotesi di luce nella totalità del buio.

 

Bianca Rita Cataldi

Un libro da leggere per far respirare l’anima. Franco Arminio”Cedi la strada agli alberi”

cedi la strada agli alberi

“Cedi la strada agli alberi” Franco Arminio
Chiarelettere uscito il 2 febbraio in tutte le librerie

La poesia è un mucchietto di neve
In un mondo col sale in mano.

La poesia è amputazione.
Scrivere è annusare
la rosa che non c’è.
Il naufragio della letteratura

Una volta c’era la letteratura e poi c’erano gli scrittori.
Immaginate un mare con i pesci dentro. Adesso ci sono solo i pesci, tanti, di tutte le taglie, ma il mare è come se fosse sparito. È successo in poco tempo, e non ce l’ha comunicato un esperto. Ce ne siamo accorti incontrando un poeta da vicino, parlando con un narratore al telefono. Abbiamo sentito che qualcosa non c’era più. Ognuno ha i suoi libri, le sue parole, sono sparite le strade che mettevano in comunicazione uno scrittore con l’altro, tra chi muore e chi vive non c’è alcuna differenza, non c’è differenza tra chi lotta e chi è vile.
Oggi tra gli scrittori regna una pacata indifferenza e lo spazio vuoto che c’è tra quelli che scrivono accresce lo spazio tra chi scrive e chi legge. La letteratura è una barca che ha fatto naufragio e ognuno coi suoi libri lancia segnali di avvistamento che nessuno raccoglie perché ognuno è impegnato a farsi avvistare.
Le voci non si sommano e non spiccano. La letteratura fa pensare a un’arancia virtuale: a ciascuno il suo spicchio, ma dov’è il succo

Poesia e guarigione

C’è un problema quando si hanno rapporti con i poeti. Il problema deriva dal fatto che il poeta è una creatura patologicamente bisognosa di amore. Una creatura in subbuglio con cui non si può mantenere un’amicizia generica e blanda. Col poeta non ci possono essere pratiche attendistiche e interlocutorie, bisogna gettargli in faccia il nostro amore o il nostro odio, bisogna tenerlo ben vivo nella nostra mente, bisogna pensarlo, parlargli delle sue parole, raccontargli le sue storie.
Uno allora può dire: ma a che serve tutto questo? Io penso che alla fine non serva al poeta, perché il poeta non ha mai bisogno di quello che gli viene dato. Penso che tutto questo serva a chi dà, a chi si protende a lenire le varie disperazioni del poeta. L’atto di guarire chiude le ferite, ma solo al guaritore.
L’embargo della poesia

Il poeta è quella creatura che non può stare in questo mondo ed è la persona che più ha bisogno delle cose del mondo. La sua è una bulimia spirituale e, proprio perché è spirituale, non conosce limiti e confini.
È molto grave che il mondo abbia dichiarato un vero e proprio embargo verso i poeti. Il mondo dei disperati che vogliono distrarsi odia i disperati che invece cantano la loro disperazione. Fra le tante guerre in corso, strisciante e non dichiarata, c’è quella che vede i poeti come vittime.
Ogni giorno una cenere sottile cade, attimo dopo attimo, sulle spalle degli spiriti più luccicanti. Lo scopo è opacizzare tutto, rendere tutto intercambiabile, omologabile, smerciabile.
Questa è una società totalitaria e come tale non può che essere ferocemente ostile al grido solitario del poeta, alla sua natura irrevocabilmente intangibile. Il poeta è fuori dall’umano e come tale è un pericolo. Gli uomini non possono tollerare che esistano creature che hanno gli occhi, il cuore e le parole, ma che nulla hanno da spartire con loro.

Bordello facebook

Qualche tempo fa mi era venuta l’immagine di facebook come di una strada a luci rosse. Ognuno sta in vetrina a esporre la sua merce. Chi mostra i glutei, chi spalanca le cosce. Tutto un susseguirsi di merci che cercano acquirenti nella scabrosa condizione in cui i produttori sono assai più dei possibili compratori. E questo i compratori lo sanno e da lì nasce la figura del compratore sadico, colui che entra nel box, gira intorno alla merce e magari se ne va lasciando semplicemente un commento sarcastico. Non c’è differenza tra chi esibisce la sua gamba monca, l’occhio in cui cigola il delirio, e quelli che fanno finta di stare qui perché vogliono cambiare il mondo, fanno finta di indignarsi, insomma fanno finta di essere scrittori.
Facebook è una creatura biforcuta perché porta la scrittura, ma la porta in un clima che sembra quello televisivo. Chi scrive, chi commenta, deve ogni volta decidere da che parte stare, sapendo che da quando abbiamo smesso di credere all’invisibile e al sacro tutto il visibile e il profano non ci basta più, e ci basterà sempre meno.
Nuove percezioni dell’umano

La letteratura non può ridursi a un ballo in maschera. Gli scrittori devono mettere la propria faccia in ogni riga che scrivono. Scrivere è un martirio oppure non è niente. Per divertirsi e per divertire ci sono altre cose, forse. La letteratura è un luogo in cui ci si affanna a costruire nuove percezioni dell’umano. Chi si sporge, chi si pone in bilico è meno elegante e per questo merita di essere consolato.
Abbiamo bisogno di compassione. Abbiamo bisogno di consolazione e di amore. Dare amore per me significa dare nuove visioni di noi stessi e degli altri. Darle non per cantarcela tra noi, ma per puntare a uno sfondamento, per sfondare la creazione e vedere cosa c’è dietro questa parata che chiamiamo vita.
Ci sarà sicuramente un giorno in cui neppure un filo d’erba parteciperà alla parata. La nostra mente può andare già adesso in quel punto, farsi fecondare da quel buio e con quel buio stare nella luce che abbiamo adesso, la luce degli angeli e del sole, la luce delle piante e degli occhi. Scrivere significa gettare scompiglio nella parata, non lasciarla fluire come fosse una volgare scampagnata.
Per una comunità poetica

Ho due problemi. Il primo è che potrei morire da un momento all’altro. Il secondo è che prima o poi morirò. Da qui nasce la mia imperiosa urgenza, da qui il mio scalpitare senza reticenze e aloni. Sono tutti scoperti i miei passaggi, sono offerte intimamente politiche perché contengono sempre un richiamo alla costruzione di una nuova comunità in cui sogno e ragione vadano insieme, una comunità poetica.
Ormai siamo tutti alle prese con cose che riguardano solo noi. Non c’è un’assemblea, un foro in cui si dibatta il nostro caso. Al massimo riusciamo a incuriosire qualcuno per un attimo, poi dobbiamo farci da parte. Se invece insistiamo a proporre la nostra questione, come sto facendo adesso, dobbiamo aspettarci che gli altri diventino insofferenti.
C’è una sola notizia di noi che può un po’ sorprendere, un po’ emozionare gli altri: è la notizia del nostro decesso, ma è una carta che possiamo giocarci una sola volta e, una volta che ce la siamo giocata, non abbiamo modo di verificare la risposta.

Poesia è malattia

Poesia è malattia, diceva Kafka. Il poeta che manda in giro le sue poesie manda in giro i suoi virus, le sue fratture, i suoi tessuti infiammati. Il poeta anela alla cura, o almeno alla consolazione, ma dall’altra parte si pensa a difendersi dal contagio.
La poesia dice sempre del tentativo di riparare un lutto e, quando viene spedita, fa un po’ l’effetto di un afflitto che va in giro a chiedere le condoglianze. E questo movimento rende dubbio il lutto stesso, come se ci trovassimo davanti a qualcuno che volesse venderci le azioni del suo dolore, azioni destinate inevitabilmente al ribasso in una società in cui tutti piangono e dove i morti senza lutto si confondono con i lutti senza morto.
Il poeta è alla guida di un’impresa fallimentare perché ogni suo prodotto resta invenduto e la ragione dell’impresa consiste esattamente in questo. Anche se il prodotto risultasse smerciabile, al poeta non può venirgli nulla, non ci sono rendite, bisogna subito ricominciare da capo. La poesia è radicalmente anticapitalista, non prevede nessuna forma di accumulazione. Un dolore antico è sempre un dolore fresco di giornata.
Quando scrivi ti devi impaurire

Scrivo da tanti anni, mi pare di non aver fatto altro nella vita.
Scrivo a Ferragosto e a Capodanno, scrivo dal mio paese, scrivo dai miei nervi perennemente infiammati.
Senza l’assillo della morte mi sento una cosa inerte. Ho bisogno dello spavento. Lo spavento falcia la mia vita e la trasforma in scrittura, un po’ come fa la mietitrebbia col grano.
Parlo dei paesi perché a un certo punto mi sono reso conto che erano un po’ al mio stesso punto: creature in bilico, col buco in mezzo. Mi piace arrivare nei paesi per sentire questa cosa nuova che è la desolazione, questa cosa che ha preso il posto della miseria.
Il paese è diventato interessante perché è come se avesse finito i suoi umori, il suo ciclo vitale, persiste a essere abitato, ma sembra quasi incurante dei gingilli con cui si trastulla il mondo.
La faglia è la mia figura, il bordo, la fessura. Abito un orlo senza precipizio, un luogo ideale per poggiare l’orecchio sulla morte. Quando scrivi ti devi impaurire, altrimenti non stai facendo niente.
Il libro infinito

Il mondo simbolico è diventato reale e il mondo reale è diventato simbolico. In questa condizione il poeta trova un ulteriore motivo di disagio perché ogni volta che c’è un mondo per il poeta c’è un esilio. E se i mondi sono due, l’esilio è doppio.
Per anni abbiamo pensato alla poesia come a una realtà marginale, un lavoro per animi eletti, per animi disposti a lavorare ossessivamente sulla lingua. Adesso le poesie le fanno tutti. Il problema non è scrivere cose belle, ma far circolare quello che scriviamo.
È come una città nell’ora di punta. Tutti escono in strada con la macchina e non si cammina. Tutti escono in Rete con le loro parole e dunque non si legge. Per leggere abbiamo bisogno di avere davanti a noi un testo con un inizio e una fine. Può essere anche di mille pagine, ma i confini devono essere precisi.
In Rete non c’è un nostro testo, il nostro testo entra in un libro infinito a cui ognuno aggiunge la sua pagina. A volte sembra quasi che per avere la sensazione di essere letto devi strapparla, la tua pagina, devi sparire. L’unica pagina che viene letta è la pagina bianca.

 

“La poesia al tempo della rete” dal capitolo finale di Cedi la strada agli alberi,autoreo Franco Armino, uscito il 2 febbraio 2017, per Chiarelettere.

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