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Un libro da leggere per far respirare l’anima. Franco Arminio”Cedi la strada agli alberi”

cedi la strada agli alberi

“Cedi la strada agli alberi” Franco Arminio
Chiarelettere uscito il 2 febbraio in tutte le librerie

La poesia è un mucchietto di neve
In un mondo col sale in mano.

La poesia è amputazione.
Scrivere è annusare
la rosa che non c’è.
Il naufragio della letteratura

Una volta c’era la letteratura e poi c’erano gli scrittori.
Immaginate un mare con i pesci dentro. Adesso ci sono solo i pesci, tanti, di tutte le taglie, ma il mare è come se fosse sparito. È successo in poco tempo, e non ce l’ha comunicato un esperto. Ce ne siamo accorti incontrando un poeta da vicino, parlando con un narratore al telefono. Abbiamo sentito che qualcosa non c’era più. Ognuno ha i suoi libri, le sue parole, sono sparite le strade che mettevano in comunicazione uno scrittore con l’altro, tra chi muore e chi vive non c’è alcuna differenza, non c’è differenza tra chi lotta e chi è vile.
Oggi tra gli scrittori regna una pacata indifferenza e lo spazio vuoto che c’è tra quelli che scrivono accresce lo spazio tra chi scrive e chi legge. La letteratura è una barca che ha fatto naufragio e ognuno coi suoi libri lancia segnali di avvistamento che nessuno raccoglie perché ognuno è impegnato a farsi avvistare.
Le voci non si sommano e non spiccano. La letteratura fa pensare a un’arancia virtuale: a ciascuno il suo spicchio, ma dov’è il succo

Poesia e guarigione

C’è un problema quando si hanno rapporti con i poeti. Il problema deriva dal fatto che il poeta è una creatura patologicamente bisognosa di amore. Una creatura in subbuglio con cui non si può mantenere un’amicizia generica e blanda. Col poeta non ci possono essere pratiche attendistiche e interlocutorie, bisogna gettargli in faccia il nostro amore o il nostro odio, bisogna tenerlo ben vivo nella nostra mente, bisogna pensarlo, parlargli delle sue parole, raccontargli le sue storie.
Uno allora può dire: ma a che serve tutto questo? Io penso che alla fine non serva al poeta, perché il poeta non ha mai bisogno di quello che gli viene dato. Penso che tutto questo serva a chi dà, a chi si protende a lenire le varie disperazioni del poeta. L’atto di guarire chiude le ferite, ma solo al guaritore.
L’embargo della poesia

Il poeta è quella creatura che non può stare in questo mondo ed è la persona che più ha bisogno delle cose del mondo. La sua è una bulimia spirituale e, proprio perché è spirituale, non conosce limiti e confini.
È molto grave che il mondo abbia dichiarato un vero e proprio embargo verso i poeti. Il mondo dei disperati che vogliono distrarsi odia i disperati che invece cantano la loro disperazione. Fra le tante guerre in corso, strisciante e non dichiarata, c’è quella che vede i poeti come vittime.
Ogni giorno una cenere sottile cade, attimo dopo attimo, sulle spalle degli spiriti più luccicanti. Lo scopo è opacizzare tutto, rendere tutto intercambiabile, omologabile, smerciabile.
Questa è una società totalitaria e come tale non può che essere ferocemente ostile al grido solitario del poeta, alla sua natura irrevocabilmente intangibile. Il poeta è fuori dall’umano e come tale è un pericolo. Gli uomini non possono tollerare che esistano creature che hanno gli occhi, il cuore e le parole, ma che nulla hanno da spartire con loro.

Bordello facebook

Qualche tempo fa mi era venuta l’immagine di facebook come di una strada a luci rosse. Ognuno sta in vetrina a esporre la sua merce. Chi mostra i glutei, chi spalanca le cosce. Tutto un susseguirsi di merci che cercano acquirenti nella scabrosa condizione in cui i produttori sono assai più dei possibili compratori. E questo i compratori lo sanno e da lì nasce la figura del compratore sadico, colui che entra nel box, gira intorno alla merce e magari se ne va lasciando semplicemente un commento sarcastico. Non c’è differenza tra chi esibisce la sua gamba monca, l’occhio in cui cigola il delirio, e quelli che fanno finta di stare qui perché vogliono cambiare il mondo, fanno finta di indignarsi, insomma fanno finta di essere scrittori.
Facebook è una creatura biforcuta perché porta la scrittura, ma la porta in un clima che sembra quello televisivo. Chi scrive, chi commenta, deve ogni volta decidere da che parte stare, sapendo che da quando abbiamo smesso di credere all’invisibile e al sacro tutto il visibile e il profano non ci basta più, e ci basterà sempre meno.
Nuove percezioni dell’umano

La letteratura non può ridursi a un ballo in maschera. Gli scrittori devono mettere la propria faccia in ogni riga che scrivono. Scrivere è un martirio oppure non è niente. Per divertirsi e per divertire ci sono altre cose, forse. La letteratura è un luogo in cui ci si affanna a costruire nuove percezioni dell’umano. Chi si sporge, chi si pone in bilico è meno elegante e per questo merita di essere consolato.
Abbiamo bisogno di compassione. Abbiamo bisogno di consolazione e di amore. Dare amore per me significa dare nuove visioni di noi stessi e degli altri. Darle non per cantarcela tra noi, ma per puntare a uno sfondamento, per sfondare la creazione e vedere cosa c’è dietro questa parata che chiamiamo vita.
Ci sarà sicuramente un giorno in cui neppure un filo d’erba parteciperà alla parata. La nostra mente può andare già adesso in quel punto, farsi fecondare da quel buio e con quel buio stare nella luce che abbiamo adesso, la luce degli angeli e del sole, la luce delle piante e degli occhi. Scrivere significa gettare scompiglio nella parata, non lasciarla fluire come fosse una volgare scampagnata.
Per una comunità poetica

Ho due problemi. Il primo è che potrei morire da un momento all’altro. Il secondo è che prima o poi morirò. Da qui nasce la mia imperiosa urgenza, da qui il mio scalpitare senza reticenze e aloni. Sono tutti scoperti i miei passaggi, sono offerte intimamente politiche perché contengono sempre un richiamo alla costruzione di una nuova comunità in cui sogno e ragione vadano insieme, una comunità poetica.
Ormai siamo tutti alle prese con cose che riguardano solo noi. Non c’è un’assemblea, un foro in cui si dibatta il nostro caso. Al massimo riusciamo a incuriosire qualcuno per un attimo, poi dobbiamo farci da parte. Se invece insistiamo a proporre la nostra questione, come sto facendo adesso, dobbiamo aspettarci che gli altri diventino insofferenti.
C’è una sola notizia di noi che può un po’ sorprendere, un po’ emozionare gli altri: è la notizia del nostro decesso, ma è una carta che possiamo giocarci una sola volta e, una volta che ce la siamo giocata, non abbiamo modo di verificare la risposta.

Poesia è malattia

Poesia è malattia, diceva Kafka. Il poeta che manda in giro le sue poesie manda in giro i suoi virus, le sue fratture, i suoi tessuti infiammati. Il poeta anela alla cura, o almeno alla consolazione, ma dall’altra parte si pensa a difendersi dal contagio.
La poesia dice sempre del tentativo di riparare un lutto e, quando viene spedita, fa un po’ l’effetto di un afflitto che va in giro a chiedere le condoglianze. E questo movimento rende dubbio il lutto stesso, come se ci trovassimo davanti a qualcuno che volesse venderci le azioni del suo dolore, azioni destinate inevitabilmente al ribasso in una società in cui tutti piangono e dove i morti senza lutto si confondono con i lutti senza morto.
Il poeta è alla guida di un’impresa fallimentare perché ogni suo prodotto resta invenduto e la ragione dell’impresa consiste esattamente in questo. Anche se il prodotto risultasse smerciabile, al poeta non può venirgli nulla, non ci sono rendite, bisogna subito ricominciare da capo. La poesia è radicalmente anticapitalista, non prevede nessuna forma di accumulazione. Un dolore antico è sempre un dolore fresco di giornata.
Quando scrivi ti devi impaurire

Scrivo da tanti anni, mi pare di non aver fatto altro nella vita.
Scrivo a Ferragosto e a Capodanno, scrivo dal mio paese, scrivo dai miei nervi perennemente infiammati.
Senza l’assillo della morte mi sento una cosa inerte. Ho bisogno dello spavento. Lo spavento falcia la mia vita e la trasforma in scrittura, un po’ come fa la mietitrebbia col grano.
Parlo dei paesi perché a un certo punto mi sono reso conto che erano un po’ al mio stesso punto: creature in bilico, col buco in mezzo. Mi piace arrivare nei paesi per sentire questa cosa nuova che è la desolazione, questa cosa che ha preso il posto della miseria.
Il paese è diventato interessante perché è come se avesse finito i suoi umori, il suo ciclo vitale, persiste a essere abitato, ma sembra quasi incurante dei gingilli con cui si trastulla il mondo.
La faglia è la mia figura, il bordo, la fessura. Abito un orlo senza precipizio, un luogo ideale per poggiare l’orecchio sulla morte. Quando scrivi ti devi impaurire, altrimenti non stai facendo niente.
Il libro infinito

Il mondo simbolico è diventato reale e il mondo reale è diventato simbolico. In questa condizione il poeta trova un ulteriore motivo di disagio perché ogni volta che c’è un mondo per il poeta c’è un esilio. E se i mondi sono due, l’esilio è doppio.
Per anni abbiamo pensato alla poesia come a una realtà marginale, un lavoro per animi eletti, per animi disposti a lavorare ossessivamente sulla lingua. Adesso le poesie le fanno tutti. Il problema non è scrivere cose belle, ma far circolare quello che scriviamo.
È come una città nell’ora di punta. Tutti escono in strada con la macchina e non si cammina. Tutti escono in Rete con le loro parole e dunque non si legge. Per leggere abbiamo bisogno di avere davanti a noi un testo con un inizio e una fine. Può essere anche di mille pagine, ma i confini devono essere precisi.
In Rete non c’è un nostro testo, il nostro testo entra in un libro infinito a cui ognuno aggiunge la sua pagina. A volte sembra quasi che per avere la sensazione di essere letto devi strapparla, la tua pagina, devi sparire. L’unica pagina che viene letta è la pagina bianca.

 

“La poesia al tempo della rete” dal capitolo finale di Cedi la strada agli alberi,autoreo Franco Armino, uscito il 2 febbraio 2017, per Chiarelettere.

L’anno nuovo, ogni giorno

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Quale meravigliosa tendenza abbiamo noi donne per quanto riguarda il fare bilanci.

Succede continuamente: mentre organizziamo la giornata con l’abilità della Dea Kalì, mentre parliamo d’altro, mentre stiamo per addormentarci, grazie ai nostri fantastici poteri multitasking. Una di quelle magnifiche qualità delle quali faremmo volentieri a meno, come la memoria retroattiva e quella per i torti subiti: quelle cose che sembrano nate solo per complicarci la vita.

L’anno nuovo sembra arrivare a pennello per permetterci di calcolare esattamente cosa abbiamo fatto (o meglio, che non abbiamo fatto e che avremmo voluto fare) in quello precedente. Ti guardi allo specchio, ti vedi più vecchia e niente ti piace più, dal colore dei capelli a quello del divano del salotto. Poi ti volti, socchiudi gli occhi con aria finto drammatica e vai avanti, in quell’oceano di dubbi e di paranoie che ti regala un po’ di nausea, ma che in fondo è parte di te.

Dov’è finita quella che ero?

Potevo, forse, fare di più? E di chi è la colpa? Mia o del destino? Sono quei bilanci assurdi, sbagliati e non richiesti. O forse sì. Da tua madre, che ti guarda sempre come quella che ha sbagliato tutto, forse per dimenticare i suoi stessi errori, oramai ingentiliti e amnistiati, forse, dallo scorrere del tempo. Da tutti gli altri, per cui non sarai mai abbastanza. E poi ci sei tu, sempre a giustificarti, a gridare per far valere le tue ragioni, con il solo risultato di nuove occhiate storte.

Tu che con il tempo hai capito che, forse, non accontenterai mai tutti, e quindi tanto vale accontentare te stessa, almeno qualche volta.

Tanto per chi ti circonda sarai egoista comunque, e se quelle grida non faranno scalpore, saranno almeno servite a farti sentire meglio. Nel frattempo, dal prezioso e beffardo cassetto dei ricordi il tuo passato ti bombarda di cartoline edulcorate che non aiutano nell’elaborazione di un qualsiasi futuro. Ma, si sa, la malefica e tirannica routine alla fine inghiotte tutto, anche i famigerati dubbi e paranoie. Chiudi gli occhi davanti al caos, ai capelli, al divano.
Ti accomodi in una vita che hai imparato a prendere per quella che è, almeno nei giorni buoni.
Magari, forse, in quest’anno nuovo che inizia imparerai ad amarti un po’ di più.
E a regalare allo specchio quel sorriso senza ombre che vorresti.

 

Emily Pigozzi per Logokrisia

LOGOKRISIA TI CONSIGLIA…

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Oggi, i nostri consigli letterari comprendono tre romanzi molto interessanti e di indubbio pregio. Abbiamo voluto spaziare dal classico allo storico, dagli autori stranieri agli italiani.

 

CHARLOTTE – LA STORIA DELLA PICCOLA BRONTE

15554756_10210244579064093_1761929567_nSINOSSI: Sono trascorsi pochi anni dalla fine della guerra nella quale Charlotte Stevens ha perso suo padre. Adesso vive con la madre e l’anziana nonna in un paesino nell’entroterra del Suffolk, in Inghilterra, ma nulla sembra soddisfare il suo animo irrequieto, nessuna vera aspirazione è in grado di farle sognare il domani. I suoi giorni di sedicenne si trascinano monotoni fino a quando, in un tedioso pomeriggio, s’imbatte in un libro, un romanzo destinato a cambiarle la vita per sempre: Cime tempestose di Emily Bronte. L’incontro travolgente con le pagine dell’autrice vissuta un secolo prima accende in lei il desiderio smanioso di emozionarsi ancora e ancora, semplicemente leggendo. Sulle tracce di chi ha scritto la romantica a tetra storia di Heathcliff e Catherine, Charlotte conosce una donna che nel suo elegante salotto custodisce tesori preziosi, i grandi classici della letteratura. Qui fa la “conoscenza” di Charlotte Bronte quando la signora Chloe le affida una copia di Jane Eyre. È l’inizio di un grande amore letterario, di un viaggio senza ritorno, di pomeriggi d’incontri e di letture accompagnate da fumanti tazze di tè che pian piano dissipano le nubi all’orizzonte e portano la ragazza a scoprire la propria vocazione: la scrittura. Ma mentre la donna e la ragazza vivono immerse nella dolce fantasia letteraria, la vita ha già scritto per loro la sua trama.

Per scoprire il sapore dei vecchi Classici in un romanzo diverso. L’amore per la lettura, per la letteratura e per le Bronte sarà il catalizzatore per una storia al profumo di tè, echi del passato e passione per la scrittura. Una penna delicata e garbata quella di Antonella Iuliano.


LA SIGNORA DEI FIUMI

untitledSINOSSI: Francia, 1430. Jacquetta di Lussemburgo è una dei discendenti dei duchi di Borgogna, la cui stirpe si dice abbia ereditato il dono della preveggenza dalla mitica capostipite Melusina, divinità del fiume, in grado di leggere il futuro nello scorrere delle acque. Jacquetta è poco più di una bambina quando viene data in sposa al duca di Bedford che, convinto dei suoi poteri divinatori, la introduce al misterioso mondo dell’alchimia. Ma il destino ha in serbo altro per lei: quando, all’età di diciannove anni, la duchessa si ritrova prematuramente vedova, sfidando qualunque convenzione si unisce in seconde nozze al ciambellano del marito, Richard Woodville, un giovane di belle speranze e di umili origini al quale già da tempo la legava un amore segreto e proibito. Grazie all’ambizione di lui e al proprio fascino e carisma, in breve tempo Jacquetta conquista un posto di primo piano alla corte dei Lancaster. Ma sono anni turbolenti e sanguinosi: Jacquetta sente che la famiglia rivale, gli York capeggiati dal temibile duca Riccardo, si fa sempre più pericolosa e minaccia di distruggere l’intero regno. Jacquetta combatte per il suo re, per la sua regina e per sua figlia, Elisabetta Woodville, per la quale prevede un destino straordinario e inatteso: un capovolgimento di fortuna, il trono d’Inghilterra e la bianca rosa di York.

Per scoprire una pagina di Storia da assaporare. Una chiave paranormale inserita in un contesto storico indimenticabile. La storia di Jacquetta di Lusseburgo, madre della futura Regina di Inghilterra Elizabeth Woodville. Donna forte, combattiva e tenace. Un romanzo al femminile che non lascia indifferenti.


NATALE IN SILVER STREET

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SINOSSI: Tornano, in questa raccolta di racconti inediti, i personaggi che sono stati protagonisti de “Il petalo cremisi e il bianco” (2003, Einaudi): da William Rackham, l’erede dell’industria profumiera, alla piccola Sophie, ma soprattutto Sugar, la giovane prostituta, la più ricercata. Storie brevi che raccontano il prima e il dopo del “Petalo cremisi”.

 

 

 

Per conoscere la penna di Faber, un’esperienza da non perdere. Una raccolta di racconti, tra cui uno spinoff realtivo a Il petalo cremisi e il bianco indimenticabile capolavoro dell’autore.
Una scrittura possente, decisa, che coinvolge e sorprende. Temi forti e personaggi inconsueti in questo piccolo cimelio.

 

 

 

La sindrome della scala mobile

Credit: wallpapersok.com
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La mia passione per i luoghi e per gli oggetti abbandonati nasce da una scala mobile.

La prima scala mobile

Ci troviamo in un centro commerciale come tanti, in un inverno pieno di vento di quasi vent’anni fa.

Sono con mia madre, lei mi tiene la mano e intanto si guarda intorno, controlla le taglie e i prezzi dei vestiti esposti, conta mentalmente i suoi risparmi. Io mi annoio, ho sei o sette anni e canto in mente le sigle dei cartoni animati.

Ed è adesso che la vedo, lì dov’è sempre stata: la scala mobile che porta al piano di sopra del negozio. Questa volta, però, c’è qualcosa di diverso.

Mi avvicino, trascinando mia madre con me, e balbetto ad alta voce ciò che è scritto sul cartello affisso sul primo gradino: “Scala fuori uso”. Il cuore accelera il battito mentre per la prima volta sento sbocciare in me un sentimento che mi accompagnerà per il resto dei miei giorni: la passione per tutto ciò che è abbandonato.

Penso a tutti coloro che per anni e anni hanno posato i loro passi su quei gradini, su e giù, nel timore di inciampare, di cadere. Le mani strette intorno a quelle dei bambini perché non si facessero male e stessero attenti.

Ora che è immobile e che nessuno l’userà più, la scala mobile è ormai entrata a far parte di un passato che presto tutti dimenticheranno. Arriverà un ascensore, di quelli di vetro, nuovissimo, con un quadrato di moquette profumata di disinfettante. Nessuno ricorderà più la vecchia scala, i gradini arrugginiti che cigolavano come i cardini di una porta durante la salita.

La metafora dell’abbandono

Adesso che sono donna e che nei negozi vado da sola, senza che mia madre mi tenga la mano, e che salgo negli ascensori profumati di deodorante per ambienti, quella prima scala mobile fuori uso è diventata per me la metafora di ogni abbandono.

Un giorno, chiacchierando con un amico di luoghi dimenticati e oggetti che nessuno ricordava più di utilizzare, è nata l’espressione “Sindrome della scala mobile”. In queste quattro parole si nasconde l’emozione che ciò che è abbandonato sa suscitare, il ricordo del passato perduto e non più recuperabile.

Una chiesetta sconsacrata alle spalle della stazione, una vecchia villa sulla quale i ragazzini del posto inventano storie dell’orrore, una bicicletta arrugginita, un antico telaio col quale le nonne tessevano. Tutto ciò che è abbandonato custodisce in sé una storia che forse merita di essere raccontata.

Se c’è una cosa che ho capito, negli anni, è che sapere da dove veniamo è ancora più importante di sapere dove si sta andando, perché è la premessa a condurre alla conclusione e non il contrario.

Per questo dobbiamo stare attenti al terreno nel quale affondano le nostre radici, alle scale mobili fuori uso e a ciò che significano. Perché il passato è l’humus che rende fertile la terra ed è il luogo dal quale veniamo ed è il segreto per raggiungere il posto in cui stiamo andando.

Bianca Cataldi

 

 

Il Concorso letterario è davvero l’occasione di una vita?

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NO, NON SONO PRONTA PER QUESTO CONCORSO

Non sono pronta, non sono pronta e lo so. Troppo vicina, troppo vicina la scadenza. E non è il solito concorsetto per sfigati a cui partecipo. A tempo perso, mi dico, ma per me il tempo è troppo importante, a chi voglio darla a bere!
Mi sono sempre detta che a un’occasione così, una di quelle che ti cambia la vita, dovevo arrivarci perfetta. Ma questa cosa che ho visto all’ultimo minuto mi ha colta di sorpresa. Almeno trenta chili in più del peso forma. Ma si sa, la vita ti strangola. E il romanzo…

Il romanzo è perfetto, mi dico.

Parla del talento, che è un demone che ci divora ma ci consuma se non trova la sua occasione. Bisogna avere il coraggio di osare. Non si può trascurare il proprio talento, è una responsabilità il talento. Questo concorso sembra fatto apposta. Questo infatti non è un concorso è il Concorso, quello che se lo vinci hai svoltato! Ma è pronto il romanzo? La mia solita vocina. “Tu pensi sia perfetto. Ma la perfezione non esiste. Cerchi la frase perfetta come un surfista cerca l’onda perfetta. Ma sono cose che capitano di rado nella vita. Un surfista può passare tutta la vita a cercare l’onda perfetta. Tu vuoi davvero passare la tua a cercare la frase perfetta?”.
Ecco, già la vocina sbaglia. Ha usato ben sei volte di seguito la parola perfetta o derivati.

SOLO NELLA SCRITTURA DECIDO IO COME VANNO A FINIRE LE STORIE

È che questa storia della scrittura mi ha sconvolto la vita mentre io cerco di rimettere tutto a posto. Il matrimonio, il lavoro, i figli. I doveri e  la scrittura.

Nata come uno sfogo ma poi inglobata nei miei imperativi quotidiani. Il mio dover essere felice, la mia ricerca della felicità. È che solo nella scrittura decido io come vanno a finire le storie.
Questo è un concorso serio, che cerca talenti letterari veri. Ma cerca persone, mi dico. La mia piatta esistenza potrà essere presa in considerazione?
Clic. Ho inviato tutto. Pochi secondi e visualizzo il messaggio di OK di inoltro. Poi sparisce tutto come un sogno che finisce troppo presto.
Adesso comincia l’attesa. Pochi giorni, poco più di un mese. Ma io non riesco ad archiviare la cosa. Mi alzo, preparo la colazione, mando a scuola i figli, organizzo la giornata.

E il mio piccolo angolo di sogni.
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SE VINCO VADO IN TV

Ci pensi se prendono proprio me? C’è scritto che la premiazione verrà trasmessa in televisione, su una rete nazionale. Un’apparizione in TV e sei famoso. Figurati se hai anche qualche cosa da dire. Ma no, di questi tempi non è essenziale. Si tratta di una cosa seria. Potrebbe essere qualcosa di diverso. Potrebbero non badare ai miei chili di troppo… ma a parte questo, che è cosa abbastanza comune, cosa ho io di speciale?

Non sono un cowboy tatuato. Non sono una velina.

Forse avrei potuto esserlo tanto, troppo tempo fa. La scrittura ammicca sempre più all’immagine, cerca l’originalità, l’eccesso. Cosa ho io di particolare, di trasgressivo? Non mi sono mai drogata, non ho mai tradito, non mi è stata mai ritirata la patente, non sono mai scappata di casa, non ho mai fatto una cazzata che sia una. Mi sembra piuttosto di essere l’incarnazione dell’Aurea Mediocrità oraziana.
L’unica cazzata che faccio è continuare a credere al sogno della scrittura.

ITALIANI, POPOLI DI ASPIRANTI SCRITTORI

Ho scoperto che non sono la sola. Italiani popolo di poeti, santi e navigatori…

…e di aspiranti scrittori. Non in quanto poeti, la poesia è svanita nella crisi, nei lavori precari, nella spesa al discount, nel prezzo della benzina, nelle bocche dei politici, troppo spalancate a ingoiarci nei loro proclami che denigrano e misconoscono le nostre esigenze. Che faticano a mettersi d’accordo sulle nostre banali diversità mentre ci spacciano come normale e democratico ogni sorta di inciucio, di eccesso verbale al limite del codice penale, di aggiustamento di posizioni e alleanze che li rendono tanti Giano Bifronte a guardia del loro porto personale, traghettatori di un passaggio al futuro del Paese che sembra la traversata di Caronte.
Di aspiranti scrittori dunque è pieno il Paese perché, per chi non ha le gambe da calciatore o da velina, “l’unica” è sfruttare quella parte su cui alle donne è sempre più difficile sedere, e che per gli uomini può essere anche paradossalmente penalizzante in un mondo di urlatori da Champions e Campionato e di devoti della farfallina di Belén.

Il cervello, dotazione umana troppo spesso misconosciuta e impiegata per scopi tutt’altro che nobili.

Dunque Italia di aspiranti scrittori in quanto desiderosi del successo, un successo riparatore del proprio Ego ferito nella vita quotidiana. C’è chi si concentra più sulla storia, chi sullo stile. Tutti ritengono di avere talento.
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NON CREDETE A QUELLI CHE DICONO DI SCRIVERE SOLO PER SE STESSI

Non sono la sola. FB pullula di profili in cui i più modesti si denominano ‘Pinco Pallo aspirante scrittore’ e i più audaci mi chiedono di cliccare ‘mi piace’ sulla loro pagina di ‘Tizio Sempronio Scrittore’ – con la S rigorosamente maiuscola – e scopro che hanno pubblicato un raccontino sull’antologia della I edizione del premio Vattelappesca patrocinato dal Comune di Lilliput e sponsorizzato dalla locale impresa Prosciutti per tutti. E dire che il mio essere finalista in un concorso dei Gialli Mondadori mi sembrava una banalità. Tant’è, io sono perfezionista. Che poi bisogna intenderci. Tutti siamo scrittori nella misura in cui scriviamo. Nella misura in cui siamo letti da qualcuno.
Nella misura in cui questo essere letti ci procura un guadagno, però, diventa un mestiere, una professione.

Non credete a quelli che dicono di scrivere solo per se stessi.

Sono come la volpe con l’uva. Non credete a quelli che non vogliono il successo per i soldi. Dietro ognuno di loro c’è un aspirante scrittore con un Ego smisurato che vorrebbe scrivere il best seller del secolo per realizzare cifre almeno a cinque zeri in termini di copie vendute e conseguenti percentuali.
Tutti cominciamo scrivendo la nostra storia pensando che sia la cosa più originale che sia mai stata scritta, anche se non lo è. La verità è che poi continuiamo perché da lettori forti – in Italia lo è chi legge almeno un libro al mese, sic! – trangugiamo anche tante porcherie gonfiate ad arte che diventano casi letterari sul – nota bene non dal ma sul – nulla. Sicché la domanda nasce spontanea: “Vuoi mettere la mia di storia?”.
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IL GRUPPO SU FB

Mentre la mia esistenza quotidiana mi gira intorno come un turbine, io sono lì a ricavarmi metodicamente un po’ di tempo per gli aggiornamenti sul Concorso e per i suoi proclami quotidiani. Notizie centellinate per ingolosirci, citazioni dotte, chiarimenti alle solite assillanti domande: Quando si saprà qualcosa? Quanti sono i finalisti? Chi sono i giurati?
Questo naturalmente nel gruppo. Il Gruppo del Concorso. Questa situazione mi ricorda il Decamerone. Siamo tutti qui in attesa. Come se FB avesse creato un luogo dove ognuno racconta la sua storia, in attesa che la peste finisca. La sua storia d’amore per le parole. Per i paesaggi, per le facce, per il proprio mondo fantastico, per l’amore, anche per i serial killer. La peste è la propria scialba esistenza quotidiana che solo un colpo di fortuna può spazzare via in un istante.

NON PIÙ ESSERE O AVERE MA ESSERE O APPARIRE

La peste è la malattia contagiosa dell’Ambizione, della voglia di Emergere, della voglia di Notorietà. Quasi che l’esser bravi senza esser famosi sia meno importante che essere famosi senza essere bravi. Filosoficamente parlando una sorta di contraddizione in termini. Bisognerebbe modificare la domanda di Fromm. Non più Essere o Avere, ma Essere o Apparire.
Molti di questi narratori sono cresciuti a reality e a talent show. Anche se spesso la linea di discrimine tra l’essere guardati anche se non si sa fare niente e l’essere guardati perché si sa fare qualcosa si assottiglia, all’occhio globoso del Telespettatore Medio. Lo stesso vale per la scrittura. La linea di discrimine tra l’essere letti perché si è famosi, perché si è creato un caso letterario, perché c’è la striscetta con il mirabolante numero di copie vendute o semplicemente perché ormai si è uno Scrittore e l’essere letti perché si sa scrivere e si ha qualcosa da dire, non è più nitidamente percepibile.

L’ELDORADO DEGLI SCRITTORI: LE CASE EDITRICI

Ormai nell’aria c’è una sensazione come di tempo sospeso. Questo tempo, questi pochi giorni scorrono in un modo strano, si accorciano o si dilatano. A seconda delle prospettive, dei punti di vista.
Il vincitore del Concorso vedrà pubblicata la propria opera in centomila copie da una grande casa editrice nazionale. Se c’è un Eldorado per gli scrittori assomiglia molto a questa opportunità. Tutto ciò che uscirà da questo vincitore sarà pronto a diventare oro. Ritorniamo al solito punto. Le Case Editrici. Amore e odio per ogni aspirante scrittore. Imprese venditrici di sogni ai lettori e agli scrittori. Le grandi troppo grandi e irraggiungibili. Le piccole troppo piccole e disponibili, a patto di scucire pochi o talvolta spropositatamente troppi euro. Le medie forse quelle più di qualità ma, proprio per quello, spesso con la puzza sotto il naso.
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COME L’ATTESA DI SHARAZADE

Il countdown segna -1. Domani l’attesa sarà finita. Il Gruppo si scioglierà. Peccato, era un gruppo tosto, un’attrazione fatale tra simili, seppur diversi, amanti. Finirà, si scioglierà come tutti. E non so se questo -1 sia per me più minaccioso per la pubblicazione dei risultati del Concorso o per l’imminente abbandono di questo luogo virtuale.
Sono passati in fretta questi giorni, come le Mille e una notte di Sharazade. Io, come tutti gli altri, spegnevo il PC sollevata dalla clemenza di una esclusione non ancora esplicitata. Di storie qui ce n’erano tante. Storie inventate e storie personali. Non potevo certo leggerle tutte. Le ho aperte a caso, cliccando i link come si fa con le pagine di un libro per decidere se ci piace.
Sharazade, maestra di narrazione e di suspense, ogni sera aveva salva la vita. Noi ogni sera, fino a oggi, abbiamo avuto salvi i nostri sogni. Il che poi, in fondo, è la stessa cosa.
sogni

AUTRICE: DIRCE SCARPELLO

Le anime quotidiane

Credit: WallDevil.com
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Il bar è un microcosmo di anime in miniatura.

Mi sono sempre chiesta, seduta al mio tavolino all’aperto con una sigaretta tra le labbra, chi fossero gli altri che mi circondavano. Di quali passioni, amori, ricordi vivessero. Con quali colori dipingessero le loro vite.

Un caffè macchiato, un bicchiere d’acqua, un biscotto. Gli occhi che vagano su quei volti sconosciuti, che sto vedendo adesso per la prima volta e che fra un’ora torneranno nell’oblio in cui erano prima che il mio sguardo incrociasse il loro.

Credit: blogs.ft.com

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Uno scambio di battute, un sorriso volato per caso, da tavolo a tavolo, atterrato accanto alla tazzina di caffè come un aeroplanino di carta. 

Chissà chi sono, quelle anime quotidiane che incontro tutti i giorni solo per poi perderle un istante dopo essere uscita dal bar, con la mia borsa piena di libri, col taccuino degli appunti e il tabacco naturale in busta.

Ci penso spesso, mentre siedo nel bar a gambe accavallate e ascolto frammenti di conversazioni, esplosioni brevi di risa, stralci di storie che spesso entrano nei miei racconti, in seguito, perché noi scriviamo ciò che siamo, e tutta la vita che ci circonda.

Ho visto sigarette accendersi, volti spegnersi, confidenze rimbalzare di caffè in caffè, nel ticchettare dei cucchiaini contro le tazzine come per tenere il ritmo di una danza interiore, silenziosa, fatta di battiti di cuore e dell’andirivieni del respiro.

Forse è per questo che nei bar mi piace andare da sola: per cogliere l’essenza di quei mondi nascosti che mi circondano e che altrimenti non vedrei. Tutte quelle anime quotidiane che mi appartengono perché le vedo, perché posso farle mie col lampo di uno sguardo, e immaginarne i viaggi, i desideri, i sogni.

E poi ci sono le stazioni, i treni che partono per raggiungere luoghi che forse non vedrò mai. Tutti quei volti dietro i finestrini, gli abbracci sulla banchina sul limitare della linea gialla, nello stridere della voce che dagli altoparlanti annuncia arrivi, ritardi, ritorni, partenze.

E io da sola, nel brulicare di tutte quelle vite che non conosco.

La solitudine che diventa un’occasione per captare il formicolio sotterraneo delle città, il loro risplendere di luce propria attraverso gli sguardi, i passi, i sorrisi di tutte quelle persone che non ho mai conosciuto.

E intanto vedo un treno partire, una coppia salutarsi alla stazione, una ragazza piangere in silenzio con una tazzina di caffè tra le mani. E per ogni anima che incrocia il mio cammino, sento un fiore sbocciarmi tra le dita. Forse nessuno di noi è davvero sconosciuto. Nessuno è davvero solo.

Non è stato forse un conoscersi, questo intentissimo intuirsi?

 

AUTRICE    BIANCA CATALDI

Figli della tecnologia, schiavi dei Social, rintanati in mondi virtuali

Credit: unoentrerios.com.ar
Credit: unoentrerios.com.ar

Credit: unoentrerios.com.ar

“L’I-Phone ha preso il posto di una parte del corpo e infatti si fa a gara a chi ce l’ha più grosso … tutto questo sbattimento per far foto al tramonto, che poi sullo schermo piatto non vedi quanto è profondo.”

Questo è stato il tormentone dell’estate e mai canzone fu più azzeccata.
Siamo diventati  figli della tecnologia, schiavi dei Social, rintanati nei nostri mondi virtuali con centinaia di Amici di cui non conosciamo il vissuto e che, se li incontriamo per strada, neppure li salutiamo.
Siamo tutti coraggiosi dietro a un monitor a sparare sentenze, a gridare allo scandalo, a palesare dolore per la morte dell’ultimo personaggio famoso, a criticare un ragazzino per aver “inventato” un termine che la Crusca ha approvato.

MA DOV’ È FINITA L’UMANITA’? DOV’È FINITA LA GENEROSITA’?

Dietro a immagini che ritraggono una tazza di caffè fashion per augurare il buongiorno, si è perso il senso della vita, il significato di una colazione in famiglia, di una nuova giornata che inizia.
Esco di casa e per strada siamo tutti con i cellulari in mano, io per prima.Perché tutti siamo concentrati nei nostri mondi fittizi. Sediamo a un tavolo del Mac Donald e, attorno a noi, ci sono altri solitari, distratti dal loro amico digitale: un compagno ideale che non ci fa mai sentire soli, ma che ci isola più di una cella.
Quello che più mi spaventa di questa società è ciò che stiamo trasmettendo ai nostri figli: la mia bambina di quasi cinque anni sa già usare un I-Phone meglio di me.

PASSEGGIO IN UN PARCO E VEDO COMITIVE SEDUTE TRA L’ERBA

uno accanto all’altro ma nessuno guarda nessuno, le ragazze e i ragazzi non si sorridono, non si guardano con occhi innamorati; al contrario, li tengono affondati nei display luminosi, impegnati a scorrere la Home di Facebook, ad acquistare qualche nuova App su Play Store o a giocare a Pokemon Go!

Ricordo quando da ragazzina si marinava la scuola e si correva nel parco della mia città, quando alla sera si giocava a campana o a nascondino, quando si facevano gli scherzi del citofono e le telefonate anonime, quando ci si chiudeva in una cabina telefonica con l’ultimo gettone, quando c’erano le lettere, le canzoni degli Ace of Base, i rullini, le notti da vivere insieme e da archiviare solo nella nostra memoria.

“Di quando c’era il walkman e Fiorello al Karaoke, dei Nirvana e dei Guns, della musica dance, ma che ne sanno i 2000.”

Ascoltando questo secondo tormentone di Gabry Ponte e Danti, torno ragazzina.
“Era tutto più bello alla mia età”, una frase che ho sentito spesso ripetere da mamma e che mai avrei pensato di sentirmi pronunciare; eppure eccomi qui a ripercorrere gli stessi passi, ma non so se mia figlia farà lo stesso, non so se ripenserà alla sua infanzia con la medesima nostalgia.

COSA DIVENTERA’ IL MONDO? COME SI RIDURRANNO I RAPPORTI UMANI?

La tecnologia sta uccidendo la comunicazione e non ce ne accorgiamo, sta spegnendo l’amore, trasformandoci in robot drogati di Social, di App e di link da condividere.
Fermiamoci un istante a riflettere e insegniamo ai nostri figli a condividere la vita, quella vera, quella che sta là fuori e che puoi trovare ammirando un cielo azzurro, passeggiando su un prato verde, correndo all’aria aperta, facendo una gita in barca, ma facciamoci una promessa: lasciamo il cellulare a casa!

LINDA BERTASI

L’amore è il cemento della vita -Storie vere-

Credit: Vanity Fair
Credit: Vanity Fair

Credit: Vanity Fair

Ero stanca del dolore, che prendeva posto ovunque, come se il mio corpo fosse la sua nuova casa. E non sembrava un affitto, ma un acquisto. Immaginavo il mio corpo come quei ruderi in campagna che vengono buttati giù dal comune per costruire centri commerciali, e collegare la città con la campagna, che non aveva voce in capitolo.

LE CASE VECCHIE NON HANNO MAI IMPORTANZA

perché bisogna dare spazio al vuoto. Così sentivo il mio corpo: una casa demolita poco a poco dal dolore. Iniziai a smettere di mangiare, a controllare quanto cibo il mio corpo doveva contenere e far in modo di rigettarlo fuori. Sembra complicato, ma come tutte le droghe diventa giorno per giorno un gioco per tossici che i tossici imparano velocemente. La sensazione di controllare almeno qualcosa mi dava la forza di combattere il dolore e il rumore del mio piccolo stomaco.

SEMBRA UN INNO ALLA MIA SOLUZIONE

e mi sentivo fiera di me stessa perché il dolore lì non entrava e non aveva posto. I giorni, le settimane, e i mesi passavano e avvertivo le conseguenze di questa mia soluzione: mi resi conto che la mia era una forza di plastica che si stava bruciando lentamente facendomi inalare fumo tossico. Non ero più solo addolorata, ma anche ammalata. Ero diventata sottile e brutta, con le occhiaie che erano la parte più evidente di me.

ERO UN RAMO SECCO CHE SI LASCIA PORTARE VIA DALLA CORRENTE SENZA DIFESE.

Credevo di sconfiggere il dolore, invece l’avevo aiutato a distruggermi. Ho trovato la cura, l’antidoto per iniziare a disintossicarmi dalla mia dipendenza, e ho ritrovato me stessa che avevo buttato da qualche parte tra le cose che non si indossano più. Ho trovato me stessa grazie all’ uomo che amo, che mi ha raccolto da quella corrente e mi ha ridato la vita.

MI HA RESTITUITO LA BELLEZZA A POCO A POCO.

Mi ha restituito il sorriso come quando si imboccano i bambini alle prime pappe. Mi ha restituito la luce nei miei occhi come una quando si aprono le finestre in una stanza restata chiusa troppo a lungo. Mi ha restituito l’amore spolverando ovunque ci fosse fumo e cenere. Lui mi ha restituita la vita che avevo perso senza controllo, facendomi rinascere passo per passo come una bambina che inizia camminare per le prime volte.

E INSIEME ABBIAMO COSTRUITO UNA CASA DOVE NOI SIAMO CEMENTO

mattoni con i nostri progetti, che nessuno potrà mai abbattere perché siamo in due a sostenere. L’amore è il cemento della vita, e può salvartela

 

AUTRICE

MARIA CAPASSO  PER  LOGOKRISIA

Io leggo perché : gli occhi del futuro.

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Leggere, un bisogno primario?

Per chi come me ha imparato a leggere a quattro anni e ha fatto da allora della lettura la sua compagnia preferita – fragorosamente silenziosa, con tutti i mondi e le voci e le immagini che essa è in grado di suscitare – andare in una scuola e mettersi a nudo in un atto così intimo qual è, appunto, l’ascolto interiore di te stessa che incontri un autore attraverso le sue parole, non è un atto così semplice.

È come dover spiegare a qualcuno non tanto come andare in bicicletta  ̶  sebbene anche quello, perché non è così scontato che leggere sia anche un leggere “bene” – ma il perché andarci.

Spiegare come sia bello il vento tra i capelli ma soprattutto il percorrere un sentiero e guardare le cose da una prospettiva diversa rispetto allo sguardo distratto dal finestrino della solita auto che sfreccia veloce. Spiegare il perché di qualcosa che per te è un bisogno primario, necessario come mangiare o dormire, e al tempo stesso mai così scontato come quelli, sempre oggetto di una continua scelta, di un continuo innamoramento.

Solo qualche istante per catturare l’attenzione dei ragazzi

Così sai che hai solo qualche istante per catturare quei ragazzi che ti guardano con gli occhi sgranati, che sono gli occhi del futuro, una manciata di secondi o poco più, per un like o un dislike , e lì si gioca tutta la tua credibilità di adulto, di lettore e, nel mio caso, anche di autrice.

La scelta di una storia in cui, nonostante la diversità del mondo raccontato, possano immedesimarsi, la storia di Enaiatollah Akbari , il ragazzo di “Nel mare ci sono i coccodrilli”, si è rivelata nel mio caso una scelta vincente, una prospettiva altra, un’occasione di riflessione anche sulla loro vita in raffronto con quella del piccolo profugo afgano.

Così i passi più emotivamente vicini alla loro realtà  ̶  una scuola, chiusa dai talebani dopo l’omicidio del maestro in apertura e, in chiusura, ancora una volta una scuola dove il profugo accolto in Italia imparerà a vivere in una lingua che non è la sua perché “Quando sogni, non so in che lingua sogni. Ma so, Enaiat, che amerai in una lingua che non hai imparato da tua madre”  ̶  li hanno conquistati.

L’ho visto nelle loro facce attente e che mutavano espressione nel saliscendi narrativo, nelle domande che mi hanno fatto quando abbiamo completato la lettura con le considerazioni sulle migrazioni e le tematiche implicate ma anche e soprattutto nelle ‘frasi belle’ che qualcuno di loro si era appuntato mentre io leggevo, oppure nella domanda finale di una ragazza: “Ma poi Enaiat la sua mamma l’ha più rivista?”.

Il porsi domande su una narrazione è, di fatto, il più bel risultato di una lettura e, al tempo stesso, il più forte stimolo a essa.

Dirce Scarpello
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Sono tornata nella stessa scuola media che ho frequentato da ragazzina, anche se in un altro plesso. Sono tornata tra i banchi che mi hanno vista sfoggiare per la prima volta la matita nera sulle palpebre e il lucidalabbra al quale si incollavano le briciole dei cornetti alla marmellata.

Sono tornata e non ho avuto il coraggio di sedermi in cattedra, perché non era quello il mio posto. Ho sempre pensato che una donna porti inevitabilmente con sé la bambina che è stata, e così sono rimasta in piedi, adolescente tra gli adolescenti.

Ho letto L’amico ritrovato di Fred Uhlman. Per un secondo ho temuto che i ragazzi potessero annoiarsi, ma poi ho sentito che stavano ascoltando per davvero. In aula c’era un silenzio di tomba. Quando mi sono arrabbiata per recitare il diverbio tra i due protagonisti del romanzo, qualcuno di loro nei primi banchi si è spaventato per davvero.

E poi le domande. Tutte quelle domande sulla vita, l’amore, l’amicizia, la guerra, la lealtà, il tempo.

Quelle domande così grandi e loro così piccoli. 

Quando sono arrivata all’ultimo capitolo, ho improvvisato una votazione dell’ultim’ora per decidere se dovessi o meno leggere il finale della storia. In tutte le classi ha vinto il “sì”, perché la curiosità è il motore del mondo.

Così l’ho letto fino alla fine. E il silenzio attonito – quel senso di sospensione che è calato sui ragazzi dopo aver udito le ultime parole – mi ha fatto percepire per intero l’estensione dell’emozione che stavano provando, il potere che la lettura aveva avuto su di loro.

E allora smettiamola di credere a chi ci dice che i ragazzi d’oggi non amano i libri, che vivono incollati agli schermi dei cellulari, che “non sono come eravamo noi”.

I ragazzi sono ragazzi, di ieri di oggi di domani. Non usiamo i libri come un piedistallo sul quale salire per sentirci migliori di loro. Usiamoli per raggiungerli lì dove sono, e poi portiamoli con noi.

Bianca Cataldi
“Io leggo perché” , l’iniziativa che ha coinvolto dal 26 al 28 ottobre quasi tutte le scuole d’Italia, ha sdoganato la lettura come atto privato, intimo e ne ha fatto un agire condiviso, una narrazione recitata e vivente.

photocredit: ioleggoperche.it; I.P.S.S. De Lilla di Conversano

ODISSEA POESIA – NON PIÚ DI UN OLTRE TE

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Dovremo poter accogliere con gentilezza tutto quello che ci accade, compresa la morte. Come qualcosa che ci sta accanto perché alla fine è solo un passo da un’altra parte. Non lo vediamo ma tutto un mondo sconosciuto ci cammina accanto perché quando arriva la morte ci investe come un‘automobile in corsa. Se solo pensassimo che l’altra faccia della morte si chiama A-more capiremmo che solo l’amore ingloba la morte e ce la fa accettare.

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