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Quando ho ricevuto l’invito per fare un piccolo intervento in qualità di blogger e scrittrice alla tavola rotonda organizzata dalla FIDAPA(Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari) sez. di Modugno(BA), a conclusione di un ciclo di incontri che avevano di volta in volta toccato diversi temi sociali dal punto di vista della donna, la mia suggestione si è subito rivolta all’immagine che evoca la tavola rotonda. Al di là del significato tecnico che ha assunto il termine nella definizione di un particolare tipo di consesso, ho provato a immaginare le relatrici in una tenuta da cavaliere, pronte ad accettare la sfida di fare dell’essere donna una risorsa. Con la loro armatura fatta di competenza e versatilità le ho viste attraversare il mondo femminile col piglio deciso di chi deve e può dare una indicazione per rompere gli stereotipi, per invertire il senso di una regressione nell’emancipazione femminile, per portare a compimento una rivoluzione bloccata.
Per dare finalmente un po’ di respiro alla donna che non deve cedere mai – nel senso di crollare- sul lavoro, in casa, nel sociale, per lo più contrapposta a un uomo che non deve chiedere mai poiché è la donna che, quale presenza apparentemente invisibile- mi si passi l’ossimoro- appronta, per lui e per gli altri membri della famiglia, tutto il necessario all’andamento della vita quotidiana.

Arrivata nel luogo dell’evento, dopo le presentazioni del caso, mi sono sistemata in platea ed è cominciata la vera e propria relazione. Il tema centrale è sempre stato il lavoro, nelle sue multiformi accezioni. In un momento epocale in cui la flessibilità, ormai inevitabile, è diventata sinonimo di precarietà, i soggetti che ne risentono maggiormente sono quelli storicamente più deboli nell’ambito del lavoro, ossia i giovani e le donne. Le donne però, hanno un problema in più. Da sempre il loro ruolo è stato identificato in quello di cura e accudimento della casa, della famiglia e dei suoi membri. Il lavoro fuori casa è una conquista storicamente recente che non ha fatto però, mai venir meno il dovere primario la cui origine è in un muto patto d’affezione, più spesso trasformatosi in obbligo correlato a una presunta predisposizione naturale – come mai ciò mi evoca echi lombrosiani?- molto più probabilmente, invece, a un condizionamento culturale che si perde nella notte dei tempi, tanto da poterlo definire “ atavico”.
Non certo genetico questo comportamento aggiungerei, però, non bastando l’attitudine astratta a generare, con la conseguente – questa sì- naturale cura e protezione verso il cucciolo d’uomo, a giustificare la quantità e la complessità delle incombenze che si richiedono per la gestione familiare.
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Questo dovere in più- o in primis, a seconda dei punti di vista- da svolgere dunque con carattere di certezza nella vita di una donna, tant’è che esso riverbera fin nei giochi di bambina, arriva a operare due tipi di condizionamenti : il primo è quello nella scelta degli studi e dei conseguenti possibili ambiti lavorativi futuri. Le ragazze e poi le donne sono indirizzate o si indirizzano, più o meno consapevolmente, verso ambiti che le porteranno a professioni più compatibili con gli impegni domestico- familiari in termini di impegno di tempo e di responsabilità.
Il secondo è che anche la scelta qualitativa spesso ricade verso quelle professioni che sono una specie di caregiver sociali, in una sorta di prosecuzione ideale o ideologica della vita di cura familiare (insegnanti, infermieri, avvocate esperte del diritto di famiglia). Con il risultato che quella che pur può essere un’attitudine – non voglio negarlo, essa esiste come tutte le altre attitudini nel genere umano – finisca con l’essere abbinata a tal punto alla donna che interi ambiti lavorativi ne risultano “femminilizzati”.

Che cosa ci sia di male in tutto ciò è presto detto: da quando un numero elevato di donne è entrato in determinati settori del mondo del lavoro le retribuzioni in quegli ambiti si sono notevolmente ridotte, da essi pertanto sono ‘fuggiti’ gli uomini. Questo perché da sempre, con una tendenza che non si riesce a sradicare in nessun ambito, neppure quelli di alta competenza e specializzazione, la retribuzione della donna, a parità di mansione è sensibilmente inferiore ( si stima un 15% nel privato e un 4% nel pubblico), al punto che ogni anno possiamo calcolare l’Equal Pay Day che è il giorno in cui l’insieme delle retribuzioni delle donne e degli uomini si pareggiano. Di solito questo avviene un giorno di metà novembre: è come se da quel giorno in poi fino a capodanno le donne lavorassero gratis, se rapportate agli uomini. Assistiamo dunque a una segregazione verticale, che impedisce di raggiungere posizioni di vertice, e orizzontale per l’impiego massiccio in settori specifici il tutto con livelli retributivi più bassi.

Dunque costrette a lavorare in determinati settori, per una retribuzione inferiore a quella degli uomini, sempre in affanno e attanagliate dal senso di colpa per l’inadeguatezza sia in ambito familiare che sul lavoro, dove bisogna sempre ‘ dimostrare’ di valere quanto un uomo. Oltre a ciò, la gestione del lavoro familiare – che abbiamo detto atavicamente essere ‘incollata’ alla donna – se deve essere delegata a terzi comporta spesso dei costi proibitivi. E qui l’unico uomo che è intervenuto dalla platea ha candidamente affermato che se la disoccupazione femminile è in calo è perché aumentano le inoccupate, ossia quelle che non cercano lavoro, perché con la crisi e la riduzione ulteriore delle paghe , andare a lavorare da parte della donna diventa un costo. Il precariato, il lavoro nero, gli stagisti e le partite IVA – una volta sinonimo di lavoro d’impresa, oggi spesso lavoro dipendente mascherato- sono un sottobosco lavorativo che stritola i giovani e le donne.

Detto in parole povere spesso alla famiglia non conviene economicamente che le donne vadano a lavorare fuori casa. In ciò si incarna un paradosso: mestieri per lo più di cura e di accudimento ove svolti fuori del proprio contesto familiare hanno un valore economico e anche piuttosto importante( pensiamo alle immigrate perché è proprio attraverso le rimesse all’estero che esse possono provvedere alle esigenze delle famiglie che hanno lasciato in patria, provvedere in ultima analisi al sostentamento dei propri figli e/o dei propri genitori quando non anche dei mariti). Le medesime incombenze degradano a mero dovere di “ruolo” femminile qualora la lavoratrice non possa permettersi un aiuto domestico.

Con la conseguenza che o progressivamente la donna ridimensiona le proprie ambizioni lavorative, oppure è costretta a vivere in multitasking come una wonder woman perennemente in colpa per non essere perfetta come moglie-amante- madre-figlia e neppure come lavoratrice, dovendo prendere continuamente delle decisioni che in un modo o nell’altro scontenteranno qualcuno, e soprattutto se stessa.

Ecco perché possiamo affermare che il dovere di cura condiziona anche le donne manager, le quali o scelgono di non farsi una famiglia( le c.d. ‘selettive’), oppure quando decidono di farlo ripropongono una gestione manageriale della stessa( creando dei veri e propri team di gestione , poiché stiamo parlando di donne dal reddito elevato, le c.d. concilianti organizzate). Infine le concilianti accentratrici sono quelle che non sono capaci di delegare in nessuno dei due ambiti, e finiscono col vivere come delle superwoman, sempre sull’orlo del crollo.

In questo quadro c’è anche chi suggerisce di riappropriarsi dei doveri di cura come mestieri: considerando che i nostri figli o anziani sono spesso affidati a lavoratrici straniere con le quali spesso non condividiamo la medesima sensibilità affettiva e certamente non la lingua e le abitudini, perché non creare, soprattutto per le giovani donne, cooperative di assistenza in cui ci sia incontro tra domanda e offerta di questo genere di prestazioni, da parte di italiane?

I problemi sul tappeto sono veramente tanti. Gli interventi si susseguono e in ognuno si può cogliere anche quella parte di storia personale che ha motivato e indirizzato la vita e la professione verso questa difesa e propulsione della donna, nei più vari ambiti. Particolarmente accorata la difesa del lavoro nella sua dignità, nella sua dimensione etica e giuridica, il riconoscimento che esistono una serie di fattori che remano contro anche e soprattutto nel campo politico: basti pensare che la commissione P.O. si è istituita dopo ben due anni dalle elezioni Regionali e che di fatto non ha un portafoglio.

Se il problema è complesso la soluzione non può essere che ugualmente articolata: si è rilevato che molto è stato fatto come creazione di luoghi di supporto ai doveri di cura come ludoteche, centri diurni per anziani ecc., ma poi è mancata la capacità di fare rete, di comunicare l’esistenza di questi strumenti sociali di supporto ai doveri di cura, sicché la donna finisce col rimanere spesso isolata col suo ‘problema’ e inconsapevole che esistono possibilità di supporto. Tuttavia la cosa che in prospettiva potrà portare i migliori frutti è un nuovo modello educativo delle relazioni di genere, dove si smontino fin dalla più tenera infanzia gli stereotipi educativi e si insegni uno spirito collaborativo che riesca a superare la contrapposizione tra i sessi.

Perciò ancora una volta il luogo deputato elettivamente a questo risulta essere la scuola, in cui le relazioni di genere si sviluppano al di fuori del contesto familiare e possono essere indirizzate a una visione critica dei modelli limitanti. La prima cosa da fare è porsi in una dimensione di ascolto dei ragazzi, che passi anche attraverso la individuazione di quelle parole che, per lo più radicate nell’inconscio collettivo e utilizzate in maniera inconsapevole, contribuiscono alla discriminazione di genere.

Ciò è tanto più importante perché viviamo in una società multietnica in cui spesso nelle culture di origine le relazioni tra i sessi non sono impostate su basi di uguaglianza, motivo per cui, pur nel rispetto di quelle stesse culture, bisogna che la società si faccia carico di garantire modelli educativi tesi al superamento delle relazioni sbilanciate in senso di predominanza del modello patriarcale. Una quadratura del cerchio certo non facile.

La FIDAPA per questo fa molto, in chiave propulsiva e attuativa del tema nazionale per il biennio 2015-2017 che è “I talenti delle donne: una risorsa per lo sviluppo sociale, economico e politico del nostro paese”. Perché la prima cosa è acquisire la consapevolezza del nostro essere risorsa, fare rete e squadra tra noi, superare nell’intimo gli stereotipi atavici che ci conducono a considerare per esempio non adatte le donne alla politica: troppo spesso le donne non votano le donne e le quote rosa nelle liste si rivelano un teatrino tappabuchi manipolato dai politici( maschi) di professione.

L’incontro è terminato, sono passate oltre due ore ma mi sembra che avremmo potuto continuare ad ascoltare, parlare e confrontarci all’infinito. Per me oggi si è aperto come un vaso di Pandora, l’intuizione che molto del male, delle ingiustizie e delle crisi economiche e sociali che attraversano il mondo hanno in qualche misura il loro fondamento nella discriminazione di genere. A noi tutti, donne e uomini, trovare una diversa strada percorribile.

AUTRICE Dirce Scarpello

P.S. Vi invito a leggere con attenzione i nomi e le qualifiche delle relatrici intervenute a conferma della qualità del dibattito che ne è scaturito.
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