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Dicono che appartengo alla schiera dei sognatori, quando in realtà, nella tasca della mia vita, di sogni non ne ho. Forse è per questo motivo che sono andata in un posto, dove ho voluto portare mio figlio per compiere almeno qualcosa di buono. Provo a crescerlo sano, o magari insano per quelli diversi da me.

Comunque,un diverso corrispettivo di qualcosa che non vorrei.

Vorrei che lui avesse i sogni dei profeti, che raccogliesse quello che io ho perso per strada perché a furia di lottare mi sono sgretolata e mi sono ricomposta discorde.

L’ho portato ad Aliano  per trovare la montagna, e qua, insieme, io e lui, eravamo in un tempo sospeso. Era, evidentemente, ciò che volevo per convincerlo che non fa nulla se io non ci credo, se penso che la lotta di questi eroi della paesologia sarà delusa nelle aspettative. Non fa nulla.

Lui deve essere come loro che hanno gli occhi belli rivolti al cielo, che cantano, ballano e sembrano che stanno in una bolla di sapone per aria.

Non galleggiano. Ci stanno dentro!

Un altare di meraviglie felici, nell’azzurro coperto dalle poesie della gente che passeggia. Giornate da dono.

Vedi lo sguardo di un passante, un ragazzo che ride, una donna che beve vino, e la vita che scorre e si ferma. L’amaro è meno amaro mentre rifletto e cerco di capire come posso stendermi sui calanchi e ci credo pure alle parole di Franco Arminio, l’ultimo dei profeti di questo nostro Sud, con i suoi sacerdoti e i suoi chierichetti.

Ho vestito mio figlio di grigio e l’ho donato al suo altare.

E il mio piccolo eroe – come non avrei mai pensato che accadesse – si è fatto suo seguace. Un amore pudico e sacro, il suo. Di uno che non lo vuole far sapere agli altri cosa prova e mi chiama ruffiana perché Franco «è meglio che non lo sappia!». Ha ragione. Le cose più preziose sono quelle che stanno nei segreti recessi di noi.

Gli ho detto di imparare, di alzare le braccia in alto perché non si è nulla senza un sogno. Proprio io, una predicatrice di inerzia per me stessa.

Perché non deve sostare sulla roccia come me a pensare, ogni giorno, se c’è davvero una speranza, una via per la moralità dell’anima.

Perché il suo futuro non sia nella mia macchina ferma che se si mette in moto, va in retromarcia.

Ho voglia di grandi sogni per lui che vive la nostra terra.

Questo meridione dimenticato, parte di un’Italia dove vuole fare il Presidente.

A lui che è Gargano e Murgia, che ha la generosità del pane delle mie parti e la durezza del cinismo garganico che ha ferito la mia pelle. Che è il tramonto sul mare rodiano e la stoppia della mia Santeramo, che si versa nelle mie parole con la sua manina ciotta. Per questo amore di mamma, di donna che osserva il suo cucciolo, non voglio che si perda nelle mie miserie, nelle controversie di chi cerca invano un modello “probo” di uomo che possa essere meglio di quello che c’è in giro.

Che sia solo un uomo che dice la verità al di là di un errore. Di mille errori che si possono perdonare sempre perché all’amore non c’è un limite.

L’amore perdona all’infinito non per riavere un uomo, ma per crescere un figlio da vero uomo.

Rosanna è stanca di questa Peyton Place in cui vive. Delle sue immonde immoralità sommerse, di una vita nascosta e silenziosa che va bene fino a quando è discrezione.

Perché la gente la deve smettere di dare lezioni di moralità quando a casa ha bauli pieni di latrina. Ci vorrebbe la polvere sporca che ho toccato sotto le scarpe di un bambino nella piazza Panevino, dove ho chiuso gli occhi e ho ricordato che anch’io ero così.

Ero felice di avere un sogno. È stato allora che ho capito che mio figlio avrebbe dovuto gioire come loro, per non guardarmi gli occhi di quella che sono oggi, ma della persona che sono stata.

Non ho più sogni ma credo nei miracoli.

Rosanna Santoro