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Di tanto in tanto,
voltando le spalle
rimbomba
l’eco di una melodia
consunta da un viaggio
che fa di frequente.

Di quando
nelle bolle di un sapone che mi avevano regalato
ero sempre
zampa di gatta,
e sussurrando dicevo:

“Dimmi una cosa bella!”

Così

Sempre
E di nuovo
Come nei giorni innevati che ricordo…
colore dei tuoi capelli.

Ora,
come l’intreccio robusto
che hai voluto che fossi

Nel biancore
dove mi hai lavorato
materia informe

In questo momento,
che l’anima
fatta pigmento canuto
sulla tua testa

vibra
tremula foglia
nelle tue mani,
quando
ritorno al mio posto
e ti ripeto ancora….
“Dimmi una cosa bella papà…”

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I sentieri della vita sono strani. Inevitabilmente, al termine di ogni itinerario, mi sono ritrovata all’inizio di tutto: all’origine. Esisterà, mi sono detta, un uomo capace di rimanermi legato da un amore assetato, che duri senza una fine? L’onore, la virtù degli antichi cavalieri sembra essersi persa tra le righe di un libro vecchio, messo da parte perché nessuno vuole più leggerlo. Io l’ho voluto riaprire e ho trovato l’uomo che ha vinto tutti i miei pretendenti. Quello che ho amato di più e in diversa misura e maniera, da come si può amare un figlio o un maschio.

Perché sì, esistono gli uomini che sanno amare. Che sono belli. Belli dentro e fuori.
Andarlo a cercare è stato un viaggio in un campo minato, per richiamare e ricostruire uno scordato equilibrio mio, perso tra i liquami di una realtà che avrei voluto debellare come si fa con una malattia.

Ho chiuso gli occhi e l’ho rivisto . L’ho riabbracciato nella nebbia della mia immaginazione e mi sono ritrovata in momenti gioiosi, risentendo quella morsa stretta, le ginocchia tenute incollate alle gambe dure di una bassa sedia e la sua voce.

Ho rivisto me con un viso di bambina dalle trecce nere e lunghe, cornice ideale per i racconti di un narratore d’eccezione: mio padre.

Lo fissavo estasiata quando mi parlava, e ogni volta, mi doveva ripetere all’infinito le sue storie, sino a che non fossi stata io a dire basta.
Pochi potevano permettersi la cronaca di una guerra vissuta in prima linea: una fatta di armi e di macerie, di fame e di prigionia.

Di uno di quelli della classe millenovecentoventitre.

E lui, che avrebbe potuto essere mio nonno, era lì, a riprendere vecchi fotogrammi di una pellicola che non era mai sbiadita e che non lo faceva più tremare.

Lui, che non si scaldava solo col caldo del camino, dove ci mettevamo ogni volta, ma col sole che ero io per amore suo, quando mi teneva accanto.
Avrei voluto sapere com’erano i suoi occhi di cucciolo quando aveva vent’anni, e credeva, che forse, sarebbe morto sotto la sabbia del deserto.

Dove quattro anni della sua giovinezza sono finiti troppo in fretta, consumati in un campo di concentramento.
Io lo ascoltavo a bocca aperta, e toccavo pure con mano quel bambino di otto anni che vendeva petrolio per le vie del paese dove abitava.

Un paese dove è voluto ritornare perché , diceva,  «si deve morire a casa propria».
«Petrolio!!!Petrolio!!!Qualcuno vuole petrolio?». Aveva le dita gelate e l’età di un ragazzino che avrebbe dovuto stare a casa, in braccio, a sua madre.

Quei momenti erano rimasti come mattoni nel suo cuore. Io con gli occhi aperti , sbarrati, al suo “ freddissimo”, immaginavo le sue manine rotte dal gelo e le rivedo ogni volta che scaldo quelle di mio figlio.

Ci soffio sopra per non dire nulla. Perché le parole sono superflue, certe volte.

E poi lo trovo con noi, accanto a me sempre. Io , per lui, quella che sa piangere e abbracciare l’amore senza paura. «Quella a cui ha dato lo stesso cuore», diceva mia madre

«Presto anch’io andrò a studiare,e sarò qualcuno!»

Era un motto, una forza che gli nasceva dallo stomaco, per poter resistere a quella esistenza, al destino, con tutta l’energia di quei suoi sogni affossati nel fango che tracimava sulle scarpe rotte. Quelli che ha voluto che realizzassi io. Perché per lui le chiavi della mia vita le avrei trovate nei libri, divorati come semi da gettare su un terreno arato dalle sue mani callose e dure.

Non temette di essere qualcuno per le strade, dove mangiò polvere invece di pane.

Dove imparò a sopravvivere, per ritornare in patria.

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Mia madre, unico senso della sua esistenza, era la sua casa. Lei sola.
Soldato di campagna d’Africa, da lei si era fatto giurare eterno amore, con un matrimonio fugace. E l’ha amata sino alla fine.

L’ha chiamata prima di andare via per sempre, per dirle che era giusto così, che fosse il primo di loro due, perché lui la amava troppo.

Perché non avrebbe retto a una vita senza di lei.
Quante volte gli ho chiesto chi, tra me e la mamma, avrebbe scelto se non fossi stata sua figlia.

Domande assurde che non si fanno. Domande che faccio solo io, che oso sempre.
E lui, nessuna risposta, se non quella, quando lo portavo allo sfinimento, che non ci avrebbe prese entrambe .
So che avrebbe scelto la mamma e non avrebbe voluto nessun’altra che lei.

Penso che l’abbia cercata anche nelle sue solitarie assenze, quelle dei veri artisti. Quando le sue giornate si popolavano soltanto di natura. E stava là, nel suo rifugio, lontano dalla gente per ore ed ore, a lavorare la sua campagna , all’ombra di un fragno dove ho pianto la sua mancanza.
Il mio amore per un uomo cosi: un amore contenuto in una brocca. Là dove mi faceva bere il mosto del nostro vino appena munto.

«Vorrei rincontrarti oggi papà, ora che sono donna fatta, e ritornare al vecchio cinema, dove bambina mi portavi per poi addormentarti stremato.
Gli strattoni non bastavano per farti svegliare! Quante scene ti perdevi!
Non preoccuparti, però…
Puoi stare tranquillo!
Le scene più belle le abbiamo girate insieme». 

Rosanna Santoro

Tutti i crediti fotografici sono di Rosanna Santoro.