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Il treno sporco e rumoroso che mi porta nella mia terra è sempre lo stesso, qualcosa che somiglia più a una diligenza che a un mezzo di trasporto dei nostri tempi e che ben si adatta al paesaggio secolare che spunta dai finestrini. Prendo la mia valigia, scendo e atterro sul piazzale, in un altro mondo, dove tutto è più lento, quasi immobile da anni. Inspiro profondamente l’aria familiare, che sa di umido in quel tardo mattino di novembre, l’aria che sa di buono. Ed è come entrare nell’infinito di una vita che mi è rimasta attaccata alla pelle, che mi porto rinchiusa nel cuore in giro per il mondo, come fossi legata a un elastico e lo tendessi più volte dimenticandomi che prima o poi deve tornare indietro.
In paese nulla è cambiato, facce stanche ma genuine, macchine che hanno più anni dei miei, gente semplice che lavora la terra e vive felice. Vive una vita vera, fatta di poche cose essenziali. Perché in fondo non si ha bisogno di altro. Perché se c’è una cosa che ho scoperto con la maturità è che non servono i falsi sogni e la ricerca dell’effimero che la giovinezza ti spinge a inseguire, non servono i beni materiali che si accumulano. Bastano pochi ulivi per regalarti la pace che ti sfugge da sempre, pochi ulivi per farti sognare. Ulivi che ondeggiano al vento i loro frutti, che si ergono maestosi e silenziosi come piccoli giganti schierati a difesa del territorio. Ulivi spezzati, aggrediti che, per quanto imponenti, nulla possono contro l’uomo. Gli stessi ulivi che mi offrono generosi un’ombra eterna sotto cui più volte torno a rifugiarmi, appoggiandomi a quel tronco ruvido e duro e guardando il cielo che sembra distante ma in fondo è così vicino.
E guardo il cielo, sì, e penso. Guardo il muretto a secco, di un bianco sporco che mi è entrato dentro, guardo i trulli della mia campagna, della campagna del nonno, che da bambina mi hanno visto correre senza meta solo per il piacere di farlo. Guardo la terra, rossa, arida, argillosa che a prenderla tra le mani quasi ti resta incastrata tra le dita.
E sorrido perché in fondo è qui che volevo tornare, è qui che volevo stare ma il mio cuore mentre me ne andavo in giro per il mondo a cercare me stessa non lo sapeva ancora. Ho teso l’elastico fino al punto in cui poi all’improvviso è tornato indietro e ho sbattuto la faccia su quella terra, su quei tronchi, sui rami che mi hanno graffiato, su quel muretto che tante volte ho scavalcato sbucciandomi le ginocchia di bambina.
Sorrido perché so, lo so perfettamente, che finché vivrò non potrò starmene a guardare mentre un pezzo di me viene raso al suolo, mentre ulivi secolari, monumenti di un tempo lontano che hanno resistito tenaci e insofferenti, vengono cancellati per sempre.
So che per quanto piccolo il mio contributo nella logica indifferente di certi poteri potrà essere, non posso tradire ciò che sono.
So che quell’angolo di paradiso, sperduto e abitato da genti straniere per millenni, adesso è mio, mi appartiene come nient’altro. E se una cosa è tua, la difendi. Se una cosa è tua, ti ci aggrappi con le unghie e con i denti. Se una cosa è tua, lotterai.

Emiliana Erriquez