photocredit: urbanpost.it

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È arrivato il momento, quello a cui cerco sempre di non pensare nell’entusiasmo travolgente del mio arrivo in città. Tra abbracci, sorrisi e occhi umidi di emozione, la partenza è imminente. Devo ora sorridere e fingere di essere impegnata a riempire la mia auto, per farci entrare in ordine sparso: l’olio buono del frantoio, le orecchiette di nonna, i dolci di Natale della zia (perché un vassoio da portare la zia te lo prepara sempre), i legumi e la farina integrale che provengono direttamente dal mio mulino di fiducia.

Marito, figlia, bagagli stipati casualmente in macchina, pronti ad affrontare un viaggio lungo sei ore, bene che vada. E mi piglia un magone che non potete capire, perché quando lascio la Puglia lascio un pezzo di cuore.

Un pezzo di me.

Chi non ha mai guardato indietro nello specchietto retrovisore della propria auto i parenti che salutano con gli occhi prossimi al pianto, non può sapere.
Non può sapere come ci si sente a guardare dritto davanti a sé e cercare di concentrarsi, dopo aver messo la mano fuori dal finestrino per un ultimo saluto.

La strada è lunga e bisogna fingere che il velo che appanna la vista sia da attribuire al caso, non all’emozione.

Non può sapere come ci si sente a superare il confine con il Molise, un gesto questo che segna il passaggio, forzato, da una vita all’altra.

Non può sapere di quel senso di incertezza verso il futuro, e la voglia di gridare al mondo che io non vorrei partire, che il nord del mondo offrirà pure lavoro, un tetto sicuro, servizi più idonei ai cittadini, gente più ligia alle regole, ma non è il sud.

Non può sapere che io nella mia terra vorrei andare a consumare i miei anni migliori, e vorrei morire.
La mia città mi manca, in ogni momento dell’anno.

Mi manca ogni aspetto di quel lembo di terra del Tavoliere delle Puglie, ogni piccola contraddizione, ogni regola non rispettata e ogni escamotage che chi ha sempre vissuto in quella città – ultima in tutte le classifiche – alla fine trova.

Mi manca quel sapore antico delle cose, il gusto dolce amaro del limoncello fatto in casa, il profumo del sapone con cui mia nonna lava i suoi panni (un sapone qualsiasi, ma è quello che usa mia nonna e per questo più caro), il vociare intorno ad una tavola imbandita, e il cibo genuino da mangiare fino a farsi scoppiare la pancia: pasta fatta in casa, cartellate, torroncini, taralli neri, pettole, mandorle atterrate che panettoni e pandori sono prodotti confezionati e il gusto e l’amore che traspare da una pizza di ricotta fatta in casa se lo sognano.
Mi mancano i miei amici, i miei parenti. Mi mancano le partite a carte con loro tra una birra fresca e una manciata gustosa di noccioline, gli aperitivi organizzati solo per rivedersi, magari dopo anni, solo per illudersi che il tempo in realtà non sia passato.

Ma è passato e tu sei cambiata, è la vita che ti ha cambiata. Non sei più la stessa, eppure una parte di te vorrebbe maledettamente essere giovane, come prima, come quando bastava una battuta divertente per capire che il legame che vi univa era sempre lì, come un regalo chiuso in una scatola pronto ad essere scartato.

Sono qui, mentre infilo nell’auto tutto quello che mi capita a tiro, e ripenso a questi giorni, continuando a sperare che i veri legami possano resistere alla distanza e al tempo, al dolore di uno strappo, quello della separazione forzata, che ha lasciato un segno in me, in chi mi vuol bene.
Vedersi in questo modo, a singhiozzi, fa troppo male, sapete. Il distacco è troppo doloroso, perché con quegli amici ci sto bene, con i miei parenti ci voglio crescere, invecchiare, e invece sono costretta a rinchiudermi in un ufficio, una fabbrica, una scuola per tirare a campare, a consumare ossigeno tra pareti che non riconosco, senza smettere di chiedermi quando li rivedrò.

A Pasqua, in estate o al prossimo Natale?
Riempire l’auto, prima di partire, è come fingere di non partire affatto da un posto che sarà sempre mio.

Che senso ha tornarsene al nord se non posso portare con me tutto questo in modo che quando ne sentirò la mancanza possa illudermi di essere ancora lì?

Vorrei essere tra le mura della casa che mi ha visto crescere o seduta al tavolino di un bar a raccontarmi o a sbellicarmi di risate con chi ha deciso di condividere con me un pezzo della sua vita.

Riempio la mia auto perché è come un grido di speranza: la forma del desiderio che prende corpo.

Il desiderio di tornare al più presto a casa.

Emiliana Erriquez