sole31
Guardo l’orologio: le due meno dieci. Non vedo il disco solare, ha appena superato il picco e volge verso le mie spalle ma non mi tocca, sotto quest’ombrellone. La luce, abbagliante, piuttosto dilata come un rullo la spiaggia semivuota. Il bambino ha smesso di sgambettare e allarga le gambe: lo zampillo mi ricorda un puttino di una fontana, non so dove. La donna spellata continua a passeggiare stancamente sulla battigia e a chinarsi di tanto in tanto per una conchiglia. La palla compie le sue ultime evoluzioni sulle mani di due ragazzi in acqua; ogni tanto ci vorrebbe un tuffo per recuperarla.

Guardo l’orologio: le due meno dieci. Immobile, come avvolto dal calore che riverbera dalla sabbia, ammiro l’acqua, promessa di frescura. Il tizio delle granite si avvicina col carrettino. Ha una radio con la musica caraibica, unico ricordo delle sue origini, annacquate come quel che vende, in questa spiaggia per lui straniera. Non c’è già più. La ragazza cinese ha finalmente finito il suo massaggio e prende il compenso: lo intasca nel suo completino lindo e si allontana con i tatuaggi da fare con l’henné, che vanno via in ufficio insieme alla fugace abbronzatura del week-end.

Guardo l’orologio: le due meno dieci. Due ragazzi sulla spiaggia non così affollata, trovano posto all’ombra del muretto: stanchi degli esercizi amorosi da poco interrotti chissà dove, sono avvinghiati in una posa statuaria, di quelle statue classiche di marmo e paiono affogare uno nelle braccia dell’altra. Affogare come me. Annaspare come quel bambino appena un po’ lontano che la madre si è stancata di guardare: no, solo un colpo di tosse, niente di grave.
Il rumore della risacca sta diventando quasi un sibilo altalenante.

Guardo l’orologio: le due meno dieci. Il signore calvo indossa una bandana grondante acqua e sudore. Vedo le gocce scendere fino al dorso e al petto villoso. La signora grassa passeggia pigramente a mezza gamba nell’acqua fresca, unico massaggio per il suo corpo dimenticato. Il mio corpo dimenticato. La ventenne col seno appena celato da una forma geometrica, che guarda verso il cielo, ancheggia ancora un po’ guardando tutti dall’alto della sua bellezza, non di eterea purezza ma di carnale alterigia. Infatti pare andar via, il pubblico non è di suo gradimento.

Guardo l’orologio: le due meno dieci. Il ragazzo bruno, riccioluto, dalle gambe agili ha forse segnato troppo tra i due zoccoli dell’avversario che, col suo corpo ingombrante, ora si asciuga immoto insieme a lui, dopo l’ennesimo bagno.
Una sinuosa africana ha in equilibrio sulla testa il cesto che appare immobile, quasi retto da un filo invisibile su quel corpo dolcemente ancheggiante. Le mille collanine si scontrano rumorosamente tra loro.

Immobile come me. Appese a un filo come me.

Guardo l’orologio: le due meno dieci. Non hanno smesso un attimo di parlottare le due signore dei mille pettegolezzi del paese: parlano ancora, sempre, che le senti anche se non vuoi, come le donne che dicono il rosario in chiesa fuori orario. Il neonato non ha più lacrime né pianto, pigola piuttosto, assetato forse più di braccia che di latte. Fame, sete, braccia che cullano.

Guardo l’orologio: le due meno dieci. L’uomo in tanga giallo è sempre lì con il suo tatuaggio sul sedere a diventare più nero della pece sul lettino solitario che si è portato dalla mattina, quando nessuno lo vede, perché è sempre il primo e non sai se ha dormito lì. Si è fatto guardare anche troppo sdraiato a fianco di un tre metri quadri di donna che ha un vezzoso pareo su dove deve avere l’anca, forse, ma non fa ridere né pena come penseresti. Pena, ridere no, non si può di me.
Tutti sono monadi schiacciate da questa luce potente che annienta le membra, eppure è lei che ci ha attirati, ci ha inchiodati qui da quel giorno.

Guardo l’orologio che si staglia sul verde-azzurro quasi pastello: le due meno dieci. Mi concentro sul rumore del mare che ora è decisamente un sibilo assordante, invadente, che incomincia a stordirmi e a farmi mancare l’aria eppure sto lì, non mi dibatto, non voglio, non posso lottare, voglio farmi portar via. Se solo non fosse così assordante quel sibilo potrei riuscire a concentrarmi sull’acqua, sulla pace che promette, a quest’ora del giorno che acceca, che toglie il respiro, che non è più mattina e non è ancora pomeriggio, che non è vita e non è morte…
Stanno uscendo tutti dalla stanza, il tubo del respiratore è stato staccato senza violare il mio corpo, come si era raccomandata; gli occhi tristi della mia donna, ormai liquidi negli anni, si sono alzati solo per un istante, per quelle sciocche curiosità che il cervello scatena nei drammi della vita, verso l’orologio sul muro rivestito di minuscole piastrelle verde-azzurro, unico compagno della mia eterna agonia: le due meno dieci, un’ora qualunque per morire.
Dirce Scarpello

 

Photocredit : leftorium.wordpress.com