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La pendola del salone batté la mezzanotte.

I mobili sonnecchiavano nel buio, appena appena disturbati dai fari di un’auto che passava al di là dei muri, sulla strada. Di tanto in tanto uno scricchiolio, un sospiro di legno, il silenzioso assestarsi delle cose immobili.

Nella piccola cucina a luci spente ronzava il frigorifero, piano piano, discreto come un gatto che fa le fusa. La moquette rosa antico sembrava nera nel buio dell’appartamento. Toccava i piedi dei mobili, si snodava come un serpente di corridoio in corridoio fino al cuore della casa: la camera da letto. Del cuore, però, quella stanza occupava solo la posizione di rilievo. Per il resto, aveva perso da tempo il ritmo del battito: elettrocardiogramma piatto nelle tende che il vento non smuoveva, nell’enorme armadio a muro nel quale soffocavano i cappotti pesanti, le sciarpe, gli abiti di tutti i giorni e quelli indossati una sola volta o mai.

Le fotografie incorniciate, Maeve e Ben sulla Cliff of Moher, a Venezia, a Parigi sulla scalinata di Montmartre. Le cornici nere, pesanti – chi dei due le aveva scelte? Le tende che ancora conservavano un vago sentore del fumo delle sigarette di Ben, di quando fumava, e che tanti lavaggi non avevano eliminato del tutto.
Sola nel letto sterminato, tra le lenzuola bianche immobili, il corpo di Maeve era un’isola toccata dal mare asciutto del cotone profumato di bucato. Traversate impossibili per raggiungerla, per toccarla davvero, fredda com’era col sangue lento e il battito che non riusciva a sentire.

C’era stato un tempo in cui si era davvero sentita parte di qualcosa: delle strade, del mondo, del calore solido dell’asfalto sul quale scivolavano le ruote dell’auto. Era stata una ragazza-albero, con le radici affondate nel terreno e il sangue come linfa vitale della quale si riusciva a sentire il rombo anche dall’esterno, con un orecchio pressato sul petto. Poi, pian piano, si era raffreddata.

Le sue radici erano salite sempre più su per sfuggire all’umidità di un terreno fattosi invivibile, ma si erano sollevate così tanto che avevano lasciato la terra. Non vedeva più, non sentiva più. Non si riconosceva nella betulla che schiaffeggia gli alberi intorno coi sui lunghi rami per guadagnarsi spazio e che non ha bisogno di un albero madre per sopravvivere. Non si riconosceva nella volpe che tanto l’aveva affascinata in passato, al punto da spingerla a comprare una stampa di quel quadro di Gauguin con la ragazza stesa sulla terra con la volpe che le tiene una zampa sul cuore.

Aveva perso il contatto con le cose vive e le era rimasto solamente un legame stantio con quelle che vive non erano state mai: le lenzuola fredde, i mobili di truciolato, i tessuti sintetici, la plastica, i detersivi, il sapore chimico delle caramelle comprate tanto al chilo al mercato. E in tutto questo, pensava, aveva smesso anche di capire Ben. Lui che aveva riconosciuto nel mondo e che aveva saputo fosse il suo uomo sin dal primo istante, così come sapeva di avere cinque dita in una mano e di chiamarsi Maeve Krook.

Adesso che Ben ancora non rientrava ed era passata la mezzanotte e i bagagli erano pronti per la separazione più lunga che avessero mai vissuto, Maeve ricordò la ragazza che era stata. La vide lì, ai piedi del letto, che intrecciava i lunghi capelli e cantava una vecchia canzone imparata chissà quanto tempo addietro. Si chiese dove fosse finita, quella giovane donna che conosceva i segreti dei boschi, il linguaggio nascosto degli alberi, le favole, lo specchio capovolto dell’amore.
La chiamava senza voce – Maeve? Maeve? – ma le rispondeva solo il silenzio della casa addormentata in cui sembrava non vivesse più nessuno. Nemmeno lei.

AUTRICE: BIANCA RITA CATALDI