homeless bianco e nero

Quasi l’aspetto.

Imbocco il ponte che serve a inanellare la città per condurre dove il rigido incrocio delle angolose strade si sfinirà nel mare, e sorvolo da quel ponte una sorta di non luogo che ci affianca, distante nel mistero della complanare, mentre noi sfrecciamo distratti sperando in una complice disattenzione dell’autovelox.
Eppure è là che deve avere ‘casa’.

Zona di prostitute, quelle straniere. Zona di zingari. So che lì deve stare un campo perché sulla tratta dell’autobus che porta verso il centro se ne trovano tanti, ma dallo sfrecciare della tangenziale proprio no, non me lo so figurare. Forse una vista dall’alto, da uno di quei piccoli aerei bimotori, un giorno, chissà. O forse basta Google Maps. L’ho sentito dire che sta là, ma forse non è vero, forse è un po’ più in là, a cavallo con la costa. Io non mi so orientare, non so guardare quello che ho sotto gli occhi tutti i giorni. Un campo. Già, deve stare, non esserci, semplicemente stare.
Ma lei non è una di loro. Troppo semplice sarebbe, altrimenti non mi incuriosirebbe così tanto.
No, non è curiosità.
Un giorno è entrata nel supermercato. Un pezzo di formaggio sottovuoto. Non l’ho sentita parlare. Le mani sporche, le unghie nere, la pelle scura non di etnia ma di intemperie e solleone. Potrebbe persino avere la pelle candida sotto quella corazza.

Imbocco il ponte e, giuro, non si vede niente. Quando sali, curva leggermente a sinistra e ho paura di incrociarla. Lei, in un posto dove le regole non la vogliono, col suo passeggino di stracci, forse di cose preziose per lei quanto la sua famiglia di cani che la segue amorevolmente, lei, dicevo, semplicemente cammina.
Una volta ho visto un cane che era stato appena preso da un’auto, supplice della morte che tardava ad arrivare e ho il terrore della collisione. Quando imbocco il ponte, una, due, tre quattro, a volte sei o otto volte al giorno, ho paura di incrociarne uno dei suoi. Che, a parte il fatto di vivere per il resto della vita col rimorso, poi dovrei scendere e di sicuro parlarle. Paura morale di trovarmela di fronte.

La città in quel punto si conclude, si fa in brandelli, stretta sulla sinistra in una congiunzione, ferale per le piccole case, del litorale tortuoso e bistrattato, dal cittadino come dall’amministrazione, del filo lungo della ferrovia che, da sempre, unisce e divide, e ancora dell’ambizioso filare di villette che godono dei saltuari miasmi del depuratore cittadino.
Questo il vivere civile. Ma lei fa branco.

Giuro. Guarda nei cassonetti fuori dal supermercato, rovistando come vediamo fare nei documentari sulle favelas brasiliane e con il lungo braccio- è altissima e porta i capelli rasati a zero in un’androgina inquietante figura- scarta sicura il nostro niente e trova il cibo per i suoi cani che le scodinzolano intorno, bestioni scuri, mezzi pastori e mezzi lupi, e che pure vicino a lei non appaiono pericolosi, selvaggi sì, ma quasi ingentiliti dalla sua eleganza.
Giuro. È elegante a suo modo.
Rovista, forse cerca qualcosa per sé anche se ha comprato il pezzo di formaggio. Che se ne fa uno che presumibilmente non ha una cucina, di un pezzo da mezzo chilo di formaggio? Lo sbocconcella, lo centellina, ne sente il confortevole odore di quello che una volta fu latte, e stalla, e calore, e fieno e famiglia operosa nella campagna che non c’è più.
Chissà se per lei non c’è più o non c’è mai stato. Il calore dico. Il calore umano.

Gli zingari stanno sempre in compagnia, non gli mancano gli amori, precoci, immaturi, quasi mai platonici ma innegabili fonte di confusione umana, di passione come di violenza, di tenerezza sanguigna nel loro modo di vivere che ha delle coerenze interne ai più sconosciute.
No, sta sempre sola, non è una zingara. Il suo passeggino è vuoto. O meglio è pieno delle sue cose in un grosso sacco di tela rossa. È niente più che un carrettino, che non serba il ricordo di sgambettanti occupanti e di amorevoli passeggiate. È la sua casa, dove porta le sue cose e forse vorrebbe un passeggino gigante che potesse coccolarla e trasportarla una volta tanto, senza pestare sempre con quei lunghi, ossuti piedi l’asfalto grigio e puzzolente che, nei giorni di canicola parrebbe quasi odorare di zolfo.

Riprendo il ponte. Ho lasciato adesso Bari, la mia bella città, a occuparsi del suo traffico caotico, dei bambini accompagnati a scuola in fretta da pance fertili e padri impiegati o disoccupati, col suo profumo di caffè tostato che una volta era in periferia e ora ormai è in centro e invade l’aria risvegliando anche chi vuole dormire. Vado lì, dove la città è ancora borgo, arroccato sul mare con la sua bella Torre, dove si viene l’estate a prender tregua dall’afa, quando i tavolini e le sedie di plastica sul Lungomare non bastano più, è qui che vivo, come in un mondo a parte.

Pure. Pure lei è in un mondo a parte, ma quello che non capisco è perché non posso fare a meno di cercarla con lo sguardo, per vedere se oggi è lì o è stata inghiottita dal ponte sotto cui forse s’accuccia insieme ai suoi cani. Suoi. Aggettivo possessivo. Possiede forse solo la vita sua stessa. Che non la possediamo se non quando decidiamo di non volerla più.

L’origine. L’origine di quella persona. Avrà più o meno la mia età. Dunque deve avere una origine.
Scorro con la mente tutto quello che è stata la mia vita partendo dall’inizio. Questa città – ormai è la mia città- mi ha accolto da un paese che sta un po’ più a sud, quando avevo quattro anni. Scuole regolari, sempre tra i primi, se non la prima. Università fatta per bene, senza pensare a chi non studiava e passava lo stesso, ma si sa, io vivo tra le nuvole. Io, come molti qui ho studiato veramente. Un grande amore, la famiglia i figli, il lavoro. Cose scontate che non vedi quasi più. Ma a volte ti sale un’angoscia di insoddisfazione. La libertà perduta, senza niente di drammatico, senza sapere delle grandi storie di violenza, corruzione, potere che ti scorrono a fianco, amplificate dai media. La mia piccola vita di tutti i giorni è quella vera?
Che c’entra adesso? Ho perso il filo dei pensieri. Mi capita quando guido.

L’origine, l’origine dicevo. E se la mia vita mi sembra già lunga, fin qui ma non per la sua semplice, innegabile ricchezza- no, non quella che starebbe in banca ove ci fosse- ma per la semplice conta delle albe e dei tramonti che ho visto, io sì, nella sicurezza del mio posto nel mondo. Quasi diciannovemila giorni, e notti.
E se la mia vita mi sembra già lunga dicevo, con le ossa sempre accolte da un comodo giaciglio, se non quelle che per scelta non ho voluto lo fossero, quanto lunga mi apparirebbe ove pensassi alle sue ossa come le mie?
Pure avrà avuto braccia a cullarla, pure si è procurata indumenti e calzari a coprirla, non a vestirla, pur se gli stracci le cascano bene, l’eleganza è in quella magrezza che io non avrò mai.

Sto troppo da sola, in auto. Penso troppo, mentre la radio vorrebbe farmi compagnia.
Mi trovo a domandarmi da quanto stia qui, non mi ricordo proprio quando l’ho vista la prima volta, per me è come se fosse sempre stata qui, prima che io la notassi, prima che io dovessi passare tutti i giorni da questo ponte.
Significato simbolico di ‘ponte’. È ciò che unisce due sponde. Ma qui è anche ciò che copre ciò che sta sotto, due pezzi che solo l’artificiosità umana ha stabilito che fossero uniti per ciò che c’è sopra e non per ciò che sta sotto. Un modo di non guardare ciò che c’è sotto. Un modo di raddoppiare la realtà. Forse un giorno costruiranno un ponte sopra questo ponte.
E lei degraderà al terzo livello sotterraneo ed io al secondo.

Bari come la Troia di Schliemann.
Bari assediata dai suoi problemi. Il cavallo di Troia di quelli che dal di dentro remano contro i suoi problemi irrisolti per renderli irrisolvibili. Penso a un centro cittadino riprogettato da un architetto straniero ed estraneo, che è diventato più sporco e vecchio di prima. A una metropolitana che sarebbe da interrare per togliere il disagio della ferrovia che ci separa in due pezzi. A dei quartieri in cui si ha paura a passeggiare o ad arrivarci anche con la macchina. Si, si sa, si sa, tutte le città hanno le proprie contraddizioni.

Cosa fa tutto il giorno, senza lavoro, senza figli, senza un uomo- o donna, non ho pregiudizi- senza computer, senza tv, senza libri, senza cena in pizzeria, senza cinema, persino senza ozio perché porta incessantemente quel benedetto passeggino su e giù dal ponte che se io dovessi farlo a piedi, a un terzo del percorso mi scoppierebbe il cuore? Come si sente essere umano?
Pure dovrei fare qualche cosa per lei, se non altro perché non posso fare a meno di vederla, di catalogarla con le mie cateratte concettuali, contro le quali lotto invano. E mi accontento di pensare che già faccio qualcosa nel pensarla come esistente.
Presuntuosa. Vado via e faccio attenzione nell’imboccare il ramo principale dal raccordo, per l’istinto di sopravvivenza.
Ma io che ne so dell’istinto di sopravvivenza?
I will survive…I will survive
La radio, una vecchia canzone.
Will she survive?

AUTRICE: DIRCE SCARPELLO