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ASSENZA

Cosa è rimasto di noi? Cosa è rimasto di te?

Continuo a chiedermelo come un disperato, da quel maledetto giorno di metà novembre in cui hai deciso di scivolare fuori dalla mia vita senza fare il minimo rumore. Eppure, credimi, questo silenzio è così assordante da farmi impazzire. Non sopporto più la tua assenza, mi fa venire le vertigini. 

Preferivo persino quando litigavamo e mi urlavi in faccia tutto il tuo disprezzo, la tua rabbia incontrollata.

Proprio come hai fatto l’anno scorso, quando hai tentato in tutti i modi di mandarmi all’ospedale lanciandomi contro il servizio di porcellana buono di tua madre, quello che ci aveva regalato per il nostro matrimonio e che a me faceva davvero schifo. Questa volta, invece, non hai voluto nemmeno farmi sentire la tua voce, forse ti è mancato il coraggio.

Mi chiedo se l’hai mai avuto.

Hai preferito soltanto due parole, buttate su quel misero bigliettino che mi hai lasciato sul tavolo della cucina come a volermi fare un favore, prima di uscire.

Per sempre.

Le hai scritte di fretta, con quella tua grafia così insicura, tremolante, instabile. Ho fatto fatica persino a leggerle, mi sembravano lo scarabocchio di un bambino svogliato. Dovevi essere proprio insofferente, ti mancava l’aria. Ma figurati, a te mancava ogni volta qualcosa, ammettilo una buona volta, per la miseria!

Non eri in grado di accontentarti, non ti bastava mai niente. 

Di tutto quello che avevi, poi, ti stancavi subito. Non sapevi goderti nulla fino in fondo.

Ricordi quando ti ho regalato quel mazzo di tulipani per il tuo compleanno? Me li ero fatti spedire dall’Olanda solo per te, appartenevano a una specie rara, bellissimi, morbidi come la tua pelle. Li hai lasciati marcire perché non c’era più il bigliettino di auguri che ti avevo scritto su quella bella carta di riso che a te piaceva. Pensavi che me ne fossi dimenticato, invece si era solo smarrito durante la consegna. Non ci hai creduto, hai messo il muso e non mi hai parlato per tre giorni. Tre lunghissimi e fottutissimi giorni. Quando mi sono permesso di chiederti spiegazioni, mi hai accusato di essere sciatto, menefreghista e insensibile, quasi avessi ammazzato tuo fratello.

Mi hai fatto sentire un imbecille, io che non ti ho fatto mancare mai niente, nemmeno per sbaglio. E se avessi potuto, ti avrei regalato addirittura una stella. Anzi no, che dico, l’intero cielo stellato e anche la luna e i pianeti.

Che ingenuo sono stato. Dovevo saperlo che i tuoi vuoti erano troppo profondi per poter essere colmati, che non sarebbe bastata una vita intera e tu ne avevi già consumata un bel po’ senza neanche accorgertene. Eri così, distratta, a volte anche superficiale. Solo, io non l’avevo capito. Pensavo che la tua fosse soltanto leggerezza, un modo come un altro di affrontare la vita. E invece mi sbagliavo, come sempre quando avevo a che fare con te. Ero accecato, pensavo che tu fossi la cura per i miei mali, l’unica medicina in grado di curare le ferite del mio cuore.

Era solo un’illusione. Presto, infatti, ti sei trasformata in una droga di cui non riuscivo più a fare a meno. Eri la mia dipendenza. Tutto quello che facevo era in tua funzione, ogni mia scelta era dettata da quello che credevo fosse giusto per te, dall’idea di renderti felice.

Ero convinto che l’amore fosse questo, sacrificarsi, annullarsi. Invece non è così, per fortuna. 

L’ho capito troppo tardi, solo quando hai deciso di sbattermi la porta in faccia e di abbandonarmi, lasciandomi solo. Mi hai buttato in un angolo come qualcosa che non ti serviva più, senza scrupoli.

Perché tu non sapevi amare e non volevi nemmeno sforzarti di imparare.

Mi rimproveravi in continuazione, mi dicevi che non ti amavo abbastanza, ricordi? Come se l’amore si potesse misurare in qualche maniera, secondo dei criteri oggettivi. E io mi sentivo continuamente in colpa, perché temevo di non riuscire a essere l’uomo perfetto che ti aspettavi, all’altezza dei tanti amanti che avevi avuto prima di me. Ho subìto il confronto come una subdola tortura, anche se non te l’ho mai detto, anche se non me l’hai mai fatto pesare in maniera esplicita.

Eppure, quel giorno in cui ci siamo incontrati ero la persona più felice del mondo, ridevo da solo come uno stupido, ma non mi importava niente. Eravamo giovani, sognatori, con le ali ai piedi e la voglia di scoprirci, di abbassare le barriere. La mia testa era leggera, libera.

Tu eri diversa, o almeno così credevo, per questo mi sono innamorato. I tuoi occhi erano vivi, brillavano. Cazzo come brillavano, forse nemmeno te lo ricordi perché tu non ci facevi caso a queste piccole cose. Mi dicevi che le cose importanti erano altre. Eppure non avevo mai visto due occhi così. 

Te lo dicevo sempre quando le mie labbra sfioravano delicatamente le tue palpebre e sospiravi.

Mi chiedo come ho fatto a ridurmi così. È stata davvero colpa mia? O è stata colpa del nostro amore malato?

Non volevamo sentirci soli, la solitudine ci spaventava con tutto il suo carico di inquietudine, angoscia e tormento. Allora ci siamo presi e abbiamo persino creduto di amarci. Sì, perché ci credevamo davvero. Che illusi siamo stati, più io di te, probabilmente.

Come pensavo di poterti amare se prima non riuscivo a farlo con me stesso?

Mi restano solo questi interrogativi ormai, insieme ai nostri ricordi sempre più sbiaditi, come vecchie fotografie ingiallite e consumate dal tempo. Non c’è più colore nella mia vita, hai spento tutto. Si è chiuso il sipario. Sento solo fischi assordanti.

Ora sono qui, affacciato a questa finestra con una sigaretta tra le labbra che si consuma lentamente. Fuori, intanto, il cielo è diventato grigio. Tra un po’ inizierà a piovere e spero soltanto che questa dannata pioggia possa cancellare tutto, definitivamente.

Non sopporto più che la tua assenza sia ancora così tanto presente.

Alessio Rega

(Photo Credit: Eugenesergeev – Fotolia)