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Anzio, 14 Febbraio 2016

Alcune storie vanno ascoltate con rispetto. Altre hanno l’urgenza di essere raccontate prima che l’oblio le inghiotta. Tra queste c’è la storia di Francesco, uno dei tanti civili italiani deportati in Polonia nel corso della seconda Guerra Mondiale.

Lo incontro ad Anzio, il giorno del suo novantesimo compleanno. Con me, la mia famiglia. I bimbi hanno appena studiato l’olocausto e mi domandano cosa voglia dire il termine deportato. In sua presenza si svela un nuovo significato: deportazione sono gli occhi azzurri di un uomo cui è stata privata la libertà.

Sono le mani strette a pugno su un bastone a reggere anni di assenze e di ricordi mai sbiaditi. È la precisa volontà di non apparire pur possedendo una storia difficile da dimenticare.

Francesco racconta, alternando silenzi e pause, sorseggiando dell’acqua. Non lo fa per riordinare i pensieri, è lucidissimo. Solo, fatica a parlare di un’epoca buia a distanza di settantadue anni. Raccontare la guerra a chi vive in un luogo di pace, spiegare il modo in cui stravolge l’essere umano, fa sentire impotenti. Banalizza e svilisce un ricordo. Difficile mostrare cosa voglia dire guardare ogni giorno in faccia la morte e sperare che non scelga te. Sperare, in alcuni casi, che scelga un altro piuttosto che te.

Per questo motivo, probabilmente, alla fine dell’incontro chiude per un attimo gli occhi chiedendo l’anonimato. Me ne dispiaccio: un ricordo merita un nome e un viso solcato da rughe che lo raccontino.

– C’è una storia e basta quella-, risponde secco.

Mi rendo conto che comprendere la volontà di farsi piccolo e annullarsi per dar spazio a un racconto è difficile, perché l’ego e la voglia di apparire hanno ormai sostituito il significato più profondo delle nostre azioni. Forse è per questo che non ci sono più storie da raccontare. Il suo modo brusco di rispondere, la mancanza di affettazione tipica di una generazione che ha sofferto la fame e la privazione della libertà mi hanno ricordato nonno Francesco, un’altra storia di guerra, questa volta in trincea, che meriterebbe di essere raccontata. Allora, di fronte alla sua richiesta, ho pensato di rispettarne la volontà usando il nome di mio nonno, una sorta di passaggio di staffetta tra due uomini uniti da una dignità, un orgoglio e una lealtà ormai in disuso.

 

Lecco, Giugno 1944

È una sera d’estate della provincia di Lecco del 1944 quando, nel corso di una retata, Francesco viene arrestato. Una di quelle rare sere in tempo di guerra in cui un ragazzo di diciotto anni cerca di vivere la leggerezza della sua età. Il cinema, in questi anni, nonostante censure e propagande di partito, allontana per poche ore lo spettro della morte. Facile, per i ragazzi dell’epoca, rintanarcisi per evadere da una realtà troppo dura; lucido, crudele e quasi paradossale il fatto che le retate siano effettuate proprio qui.

Un semplice controllo della carta d’identità è sufficiente per scoprire che, a quella chiamata alle armi di pochi mesi prima, Francesco non ha mai risposto. Non ha neppure  il tempo di salutare i suoi: è caricato a forza su un furgone e scortato alla più vicina prigione di Como.

Seguono giorni di silenzio e terrore, perché la mancata risposta alla chiamata alle armi è un oltraggio da punire con la fucilazione. Francesco è un ragazzino, ha appena compiuto diciotto anni e si ritrova per la prima volta a temere la morte, lui che fino a poche ore prima giocava a calcetto nella piazza del paese.

Dopo ore sorde, di disperazione e terrore, sembra quasi tirare un sospiro di sollievo alla notizia della sua sorte: Danzica, volontario ai lavori leggeri.

– Ti ho fatto un bel favore, Fiulét-  sentenzia l’ufficiale prima di apporre un timbro e passare al caso successivo.

In treno verso Danzica, Francesco riflette sul termine volontario. Pensa a quella parola carica di responsabilità e intenzionalità, e la ripete così tante volte che, alla fine, ci crede davvero.

 

Danzica, Polonia, Luglio1944- Gennaio1945

Sono mesi che si susseguono tutti uguali, segnati da dodici ore di lavoro nei campi presso una fattoria e altre dodici stipato in una stanza di tre metri quadri da dividere con sette deportati. Tre chili di pane a testa a settimana, un solo pasto al giorno composto da zuppa, patate e, due volte a settimana, un pezzo di lardo. E poi il gelo. I venti gradi sotto zero fuori dalla finestra e il ghiaccio che gli si sta formando nell’anima in assenza di un volto familiare. Mesi in cui si chiude in un bozzolo sognando un ritorno a casa, alternati a giorni di esecuzioni sommarie in cui matura disperati desideri di fuga.

Se ne presenta la possibilità quando L’Armata Rossa invade la Polonia. Francesco è obbligato a raccogliere viveri e cavalli e seguire i proprietari terrieri verso Sud.

Nel corso della traversata conosce Helmut, anch’egli prigioniero. Il tedesco lo convince a tentare l’evasione, non prima di aver rubato un paio di cavalli e una slitta dal rifugio di fortuna che li ospita.

Della folle fuga Francesco ricorda la paura e la disperazione, la certezza di non poter più tornare indietro, il pastrano esposto ai venti gradi sotto zero che si trasforma in un unico blocco di ghiaccio sulla nuca. E la Stria. Un’anziana, forse un’allucinazione, che  appare e scompare sul lato posteriore della slitta, senza percepire  la minima variazione di peso.

 

Chiedo a Francesco come abbia passato i mesi successivi, perché non è tornato subito a casa, alla luce della libertà riguadagnata. Mi spiega che tornare da fuggitivo sarebbe stato rischioso, tra la ritirata delle truppe Naziste e l’avanzata dell’Armata Rossa.

Trova invece rifugio a Schwetz, dove vive mesi di pace e intimità familiare con la famiglia Borovsky. Qui, è accolto come un figlio e cerca di essere d’aiuto con piccoli lavoretti. Sono giorni d’attesa di un periodo di pace, in cui stringe amicizia con alcuni militari italiani liberati dai russi e ospitati nel vecchio campo di concentramento di una città vicina. Sono italiani che aspettano di tornare a casa. Francesco comprende che, se vuole rivedere i propri cari, deve lasciare i Borovsky e trasferirsi con i soldati nel vecchio campo di concentramento ormai liberato. Sa che deve raccattare tutto quel che gli è rimasto e abbandonare quella gente cui sarà grato per il resto dei suoi giorni. Si ferma solo un attimo alla fine del viale, prima che la strada maestra gli impedisca per sempre la vista di quell’unico ricordo sereno. Nel voltarsi per l’ultima volta scorge Stefania, la più giovane figlia dei Borovsky, ferma nel cortile dell’umile casa dai mattoni rossi e intenta a sollevare titubante una mano per salutarlo.

 

Il 17 ottobre del 1945, dopo un viaggio di 17 giorni su un carro bestiame, Francesco torna a casa.

 

Ricordando i Borovsky, per la prima volta, Francesco si commuove. Chiude gli occhi, sembra voler scacciare il pensiero con un cenno della testa, decide improvvisamente di non essere citato.

Gli domando se ha mai pensato di ricontattarli. Mi guarda quasi fosse la cosa più ovvia del mondo e risponde:

– Certo, ci sono tornato. –

Nel 2000, solo con i suoi settantaquattro anni, torna a Danzica con l’intento di arrivare a Schwetz che, adesso, si chiama Swiecie. Pochi a Danzica ricordano l’antica denominazione.

Riconosce subito, in lontananza, il viale che conduce alla casa di mattoni rossi dei Boronsky.

– Fammi scendere!- urla in tedesco al  tassista.

Imbocca trafelato il viale, sa che non può procedere in fretta, gli manca il suo bastone. La facciata non è cambiata ma, nel cortile, questa volta c’è una bambina di pochi anni. Francesco ha l’affanno e teme che il cuore non gli regga. Le si avvicina cauto, parlandole in tedesco, cerca di spiegarle che no, non è tedesco nonostante la lingua, ma italiano. Non può che restare impotente in presenza della fuga terrorizzata della bimba.

-C’è un italiano fuori!- urla la piccola.

Stefania, quasi ottantenne, non esita.

– È Francesco!-

E subito, lo raggiungere in cortile e si scioglie in un lungo abbraccio.

Un’emozione fortissima, una stretta di riconoscenza e gratitudine e, soprattutto, un ricordo indelebile: Stefania morirà pochi mesi dopo il loro incontro.

 

Le guerre seminano odio, dividono e devastano. Rendono codardi i più impavidi e annullano rispetto e dignità. Eppure, in presenza di alcune storie, non possiamo fare altro che chinare il capo e cercare di non dimenticare, perché ci sono gesti e legàmi che sopravvivono all’odio e al tempo.

Francesca Mola

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