Credit: wallpapersok.com

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La mia passione per i luoghi e per gli oggetti abbandonati nasce da una scala mobile.

La prima scala mobile

Ci troviamo in un centro commerciale come tanti, in un inverno pieno di vento di quasi vent’anni fa.

Sono con mia madre, lei mi tiene la mano e intanto si guarda intorno, controlla le taglie e i prezzi dei vestiti esposti, conta mentalmente i suoi risparmi. Io mi annoio, ho sei o sette anni e canto in mente le sigle dei cartoni animati.

Ed è adesso che la vedo, lì dov’è sempre stata: la scala mobile che porta al piano di sopra del negozio. Questa volta, però, c’è qualcosa di diverso.

Mi avvicino, trascinando mia madre con me, e balbetto ad alta voce ciò che è scritto sul cartello affisso sul primo gradino: “Scala fuori uso”. Il cuore accelera il battito mentre per la prima volta sento sbocciare in me un sentimento che mi accompagnerà per il resto dei miei giorni: la passione per tutto ciò che è abbandonato.

Penso a tutti coloro che per anni e anni hanno posato i loro passi su quei gradini, su e giù, nel timore di inciampare, di cadere. Le mani strette intorno a quelle dei bambini perché non si facessero male e stessero attenti.

Ora che è immobile e che nessuno l’userà più, la scala mobile è ormai entrata a far parte di un passato che presto tutti dimenticheranno. Arriverà un ascensore, di quelli di vetro, nuovissimo, con un quadrato di moquette profumata di disinfettante. Nessuno ricorderà più la vecchia scala, i gradini arrugginiti che cigolavano come i cardini di una porta durante la salita.

La metafora dell’abbandono

Adesso che sono donna e che nei negozi vado da sola, senza che mia madre mi tenga la mano, e che salgo negli ascensori profumati di deodorante per ambienti, quella prima scala mobile fuori uso è diventata per me la metafora di ogni abbandono.

Un giorno, chiacchierando con un amico di luoghi dimenticati e oggetti che nessuno ricordava più di utilizzare, è nata l’espressione “Sindrome della scala mobile”. In queste quattro parole si nasconde l’emozione che ciò che è abbandonato sa suscitare, il ricordo del passato perduto e non più recuperabile.

Una chiesetta sconsacrata alle spalle della stazione, una vecchia villa sulla quale i ragazzini del posto inventano storie dell’orrore, una bicicletta arrugginita, un antico telaio col quale le nonne tessevano. Tutto ciò che è abbandonato custodisce in sé una storia che forse merita di essere raccontata.

Se c’è una cosa che ho capito, negli anni, è che sapere da dove veniamo è ancora più importante di sapere dove si sta andando, perché è la premessa a condurre alla conclusione e non il contrario.

Per questo dobbiamo stare attenti al terreno nel quale affondano le nostre radici, alle scale mobili fuori uso e a ciò che significano. Perché il passato è l’humus che rende fertile la terra ed è il luogo dal quale veniamo ed è il segreto per raggiungere il posto in cui stiamo andando.

Bianca Cataldi