Acqua-dolce

L’aveva preparato per tutto il mese.

Lui ci credeva.

Alla sua età non ce n’erano molte di occasioni importanti come quella.

Questo mondo era cambiato così tanto e così velocemente negli ultimi anni che lui, alla fine, aveva deciso di starsene “fuori”, a guardarlo scorrere ed agitarsi, come si guarda un film .

Quel film non gli piaceva, ma la programmazione non la faceva più lui.

Lo guardava, sì, ma distratto, rassegnato.

La sua vita ormai scorreva lenta. Ordinata, ma vuota. Ogni giorno era uguale a se stesso.Tempo prima aveva tentato di avvicinarsi ad Internet. Al Calcolatore. Se n’era procurato uno abbandonato dal nipote. Lo aveva pulito e osservato con attenzione. Incredibile! Era ancora nuovo, intatto, fatto di plastica bianca con le scritte cromate. Piero, distrattamente, gli aveva detto che non gli serviva più, era troppo lento. Superato.Proprio questa cosa gli era apparsa familiare e l’aveva voluto:

«Lo prendo io, allora. È nuovo… e poi, è lento come me.»

L’aveva sistemato sul carrello del salotto, dopo averlo liberato dalle impolverate tazzine di porcellana del corredo e dalla zuccheriera d’argento della mamma.

L’aveva acceso, maneggiato per una mattinata. All’inizio era interessato, ma poi, aveva desistito. Ora, era ancora lì. Pulito e ordinato, sul carrello nel salotto buono. Al posto delle tazzine di porcellana e della zuccheriera. Tutto sommato era tranquillo. Si sentiva un fortunato, con la sua piccola pensione a scadenza bimestrale e la casa popolare ormai diventata sua.

Da quando Maria se n’era andata in cielo, sentiva un gran vuoto.

Qualche volta andava alla stazione – era stato ferroviere – a vedere i treni nel binario di testa, annusarne gli odori. A sentire il vento, sollevato dalla massa del vettore, spazzargli la faccia, sollevargli i radi capelli. Sì, aria fresca meccanica .

Ma anche i treni, ormai, sfrecciavano luccicanti, tutti chiusi dietro i vetri fumè. E i visi della gente non si vedevano più, nemmeno affacciati alla partenza come accadeva quando era entrato in ferrovia e le locomotive erano le Littorine.

Ormai, se ne rendava conto, lui era fuori, alla finestra, al cinema. Il mondo scorreva veloce davanti ai suoi occhi stanchi e nessuno gli chiedeva più niente. Nemmeno l’orario dell’ultimo treno. L’ ultimo treno .

Perciò, quell’ ultima occasione, non la voleva proprio perdere. Per nulla al mondo. Negli ultimi tempi non era uscito quasi più. Giusto il giro dell’isolato.  Per l’occasione  si era preparato adeguatamente. Aveva studiato la distanza. Ce la poteva fare, anche da solo.

Non camminava più tanto, ma il posto per l’apputamento non era poi così lontano, ce la poteva fare. Meno di un chilometro. Lei lo attendeva.

E, proprio come un atleta, tutte le mattine si era allenato.

Il primo giorno cento metri , fino alla farmacia , e il giorno dopo fino alla posta.. poi, fino al parco … alla scuola…

Aveva capito che la scelta delle scarpe giuste era strategica. Qualche sosta sulle poche panchine lungo il percorso… il caffè nel bar Ausonia.

Voleva fare tutto da solo. Non avrebbe chiamato il nipote.Quella era una sua sfida. Il suo grido di uomo ancora vivo.Infine, venne il grande giorno.Una bella giornata di sole… buon segno. Si mise il vestito più bello. I mocassini comodi. Si preparò una colazione da atleta. Non dimenticò i documenti, gli occhiali, il bastone. La strada era piena di gente. C’era allegria. Sembrava che tutti lo osservassero, gli sorridevano, ammiccavano, lo incitavano. Buon giorno, ragioniere .

Piccoli passi, ritmo costante, sguardo concentrato a scansare i pericoli a terra. Dai, forza, ce la fai, ce la fai. Ecco ci siamo. La meta. Il cuore da atleta che batte, un po’ più veloce. È normale, stai tranquillo . L’ultimo strappo. La salitina, il cancello, la rampa di scale .«È’ fatta… rallenta. Respira. Fai un degno ingresso, mi raccomando…» Enrico saluta tutti . Gli stringono la mano, lo guardano sorridenti.

Ce l’ha fatta!

Una bella ragazza, dagli occhi luminosi, lo accoglie.

99 anni! Complimenti ragioniere. Si accomodi.

Enrico sposta la tendina. Entra.

Impugna la matita.

Ecco:

SI, SI, SI, SI

Il 13 giugno 2011 l’Italia votò compatta i quattro referendum abrogativi.

Quattro SI decretarono un principio fondamentale: L’acqua è un Bene Pubblico!

Enrico, è ormai ultracentenario. Ogni tanto vado a trovarlo.

Continua a ripetere, con gli occhi che gli brillano: “quel giorno c’ero anche io”.

 

Francesco Escalona per Logokrisia

Photocredit: Blognetafim.it